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Per uscire
da un insegnamento disincarnato

· Incontro in Francia delle facoltà teologiche protestanti ·

Come spiegare quella sensazione concreta di “distanza” tra teologia accademica e vita reale delle persone credenti e in ricerca di fede? Su che basi pertanto occorre costruire un discorso teologico che sia al tempo stesso “scientifico” e “vivente”? Queste sono alcune tra le principali domande di fondo sulle quali hanno riflettuto i partecipanti all’incontro biennale delle facoltà teologiche protestanti dei paesi latini, che si è svolto pochi giorni fa all’Istituto protestante di teologia di Montpellier, nel sud della Francia.

Organizzato dalla Conferenza delle Chiese protestanti dell’Europa latina, il forum si intitolava «Globalizzazione culturale e comunità immaginate». I docenti, venuti da Parigi, Strasburgo, Losanna, Roma, Madrid e ancora da Bruxelles, hanno anche studiato l’impatto che può avere la teologia in un mondo sempre più disincantato, che punta all’efficacia delle azioni e sempre meno a porre le questioni di senso. Altro tema di riflessione, il modo in cui la teologia, soprattutto quella accademica, può contribuire alla costruzione e alla cura delle comunità di cui è chiamata a far parte.

Sui documenti di presentazione dei lavori, organizzati dai teologi francesi Olivier Abel e Corinne Lanoir, la problematica era esposta come segue: «Dopo il colonialismo, la globalizzazione culturale, con i flussi di immagini e di migrazioni che le sono propri, colpisce in profondità le minoranze di cui facciamo parte». Tali realtà, proseguivano i docenti, «che da comunità aperte e plurali tendono a trasformarsi in un arcipelago di diaspore private del loro territorio, sono al tempo stesso incapsulate nel loro proprio immaginario. Ciò detto le nostre ermeneutiche non si possono dissociare dalle forme di comunità delle quali sono espressione».

«Nelle facoltà abbiamo gruppi di studenti eterogenei, con molti di origine straniera, perciò a livello del sapere epistemologico nulla è scontato, evidente, come era forse il caso decine di anni fa. La riflessione epistemologica — racconta al nostro giornale Corinne Lanoir, che insegna le Sacre Scritture all’Istituto protestante di teologia di Parigi — è più che mai necessaria, su cosa vuol dire fare la teologia o come insegnare la teologia». Questo, aggiunge, riguarda tutte le facoltà protestanti di teologia in Europa, confrontate oggi anche all’insegnamento a distanza, che modifica la pedagogia. D’altro canto la teologa si congratula per l’interesse crescente manifestato «in modo molto evidente» da persone che non hanno avuto una cultura religiosa. «Ci sono persone che ci contattano direttamente tramite internet, altre vengono nelle nostra facoltà perché sono certe di trovare presso di esse un insegnamento critico, sulle scienze sociali, sull’esegesi biblica». Sono studenti che non si accontentano di un insegnamento antiquato, o già formattato da un punto di vista teologico. «Noi insistiamo molto sulla riflessione critica ed è questo che le persone ricercano», precisa Lanoir, che si dice anche «sorpresa di constatare che vengono studiosi di altre Chiese, in particolare Chiese evangeliche, che hanno probabilmente un altro approccio della Bibbia e della storia ma desiderano confrontarsi a questo aspetto critico».

«Trovare gli strumenti per rendere il discorso teologico più vivente è un punto importante, stiamo ancora esitando», riconosce la docente, che è stata pochi giorni fa a Roma per un congresso di letteratura biblica alla Pontificia Università Gregoriana. Certamente bisogna venire in aiuto ai paesi che non hanno biblioteche sufficienti e dove l’accesso alla letteratura e alla formazione teologica è difficile, afferma Lanoir. Il problema, però, «non è solo dare accesso ai testi quando si fa un lavoro biblico (c’è anche il problema delle lingue bibliche che bisogna imparare, il che richiede un notevole sforzo) ma anche approfondire l’approccio alla storia e alla cultura».

Non mancano effetti positivi legati all’approfondimento della fede; in molti studenti infatti si verifica un’evoluzione profonda nel modo di viverla. Tuttavia «ci sono studenti che incontrano molte difficoltà, penso ai giovani provenienti da Haiti, che non si adattano subito a vivere da noi», nota la teologa, che insieme ai suoi colleghi sta riflettendo su come aiutarli. A esempio si pensa a un corso che proponga anche visite a dei diversi luoghi di culto, per favorire uno scambio di conoscenze con altri contesti e comunità ecclesiali.

di Charles de Pechpeyrou

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