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​Uomo di genio, vescovo apostolico

· ​Giacomo Maria Rodini Tedeschi visto dal suo segretario Roncalli ·

«Un uomo di genio, un vescovo apostolico». Così il giovane don Angelo Roncalli definiva monsignor Giacomo Maria Radini Tedeschi, da pochi mesi vescovo di Bergamo, in una lettera del novembre 1905 a monsignor Bugarini, già suo rettore al Seminario romano. Questo è il titolo scelto per il convegno di studi sulla figura del vescovo bergamasco, promosso dalla Fondazione Papa Giovanni XXIII in collaborazione con la diocesi di Bergamo, a un secolo dalla pubblicazione della prima biografia di monsignor Radini Tedeschi, stesa due anni dopo la sua morte dal suo segretario, don Roncalli, e data alle stampe nell’agosto del 1916, mentre l’Europa gemeva sotto i terribili colpi della prima guerra mondiale. 

Il vescovo di Bergamo (1905-1914)

Il tema è di grande rilevanza e consente di approfondire una delle figure episcopali italiane più insigni tra il XIX e il XX secolo, decisiva per la maturazione del futuro Papa Giovanni XXIII. Monsignor Radini Tedeschi rimarrà nella vita di Roncalli un modello ideale di pastore, tanto che in un appunto personale del 21 agosto 1962 lo stesso Giovanni xxiii scriverà: «Questa data mi richiama agli ultimi giorni di mgr. Radini Tedeschi, il Vescovo venerato e dilettissimo della mia giovinezza. Con lui furono abbelliti i miei inizi di vita sacerdotale a Bergamo, dall’aprile 1905 all’agosto 1914. Quante volte osservando questo prelato così distinto pensai al bene immenso che egli avrebbe potuto fare nella Chiesa, in orizzonti anche più vasti come Vescovo, come cardinale, anche come Papa! Oh! Signore mio: come sono misteriosi i vostri disegni!».
Del resto, fin da quando si conobbero, don Roncalli vide in lui un maestro alla cui scuola avrebbe imparato molto. Lo confidava ancora a monsignor Bugarini il 9 maggio 1905: «Dicono che nessuno è grande davanti ai suoi familiari. Mgr. Radini invece non mi si diminuisce mai per quanto io gli stia vicino: sempre compito, sempre amorevolissimo anche se sbaglio, anche quando le cose non vanno del tutto bene. Per me la sua compagnia è una vera scuola da cui spero di apprendere molto».
Molti sono gli aspetti meritevoli di nota nella vita e nell’opera di monsignor Radini Tedeschi. In particolare spiccano il suo ruolo fondamentale nella guida del Movimento sociale cattolico; l’attenzione per i problemi del lavoro; la cura per l’educazione delle nuove generazioni e per la scuola; la valorizzazione delle donne nella vita ecclesiale e civile; la sollecitudine per il Seminario e per la formazione teologica e spirituale dei futuri presbiteri; la premura per le parrocchie e le associazioni cattoliche; la promozione di nuove forme di apostolato: dai pellegrinaggi alla stampa, dalla musica sacra alle devozioni popolari. A stupire non è soltanto la mole di lavoro che monsignor Radini si sobbarcò, ma anche la qualità, l’intelligenza e l’equilibrio con cui lo condusse. Per esempio, le sue lettere pastorali erano scritte con passione e rigore, tanto da meritare questo giudizio di don Roncalli: «Proprio pastorali, e non fatte per non essere comprese e per curarsi di tutt’altro che non siano gli interessi della propria diocesi, lettere così chiare, così pratiche» (Lettera del 3 novembre 1905 a monsignor Bugarini). La gente era affascinata dal suo nobile portamento, dalla sua incredibile capacità organizzativa e soprattutto dalla sua parola calda e convincente.
Ecco, per esempio, un passaggio tratto dalla lettera pastorale su L’educazione della gioventù, del 1913. Scrive monsignor Radini: «Diciamolo, dunque, subito. Educare significa formare l’uomo. E poiché l’uomo è un composto di anima e di corpo sostanzialmente uniti in un tutto, educare è formare l’uomo fisicamente e moralmente. Non di impiegati, non di servi, non di schiavi, han bisogno il nostro tempo e l’educazione odierna; non di falsi pedagoghi mestieranti, direbbe di nuovo san Paolo, ma di chi ha e sente dignità e viscere di padre». Si direbbe quasi un autoritratto! E ancora, parlando di chi e di come si deve educare, dichiara con forza: «Non potrà mai lo Stato farsi lui solo l’educatore. Non potrà mai escludere i genitori nella educazione. Non potrà mai violare la vera e sana libertà dei naturali, o volontari, o divini educatori. Veglierà, correggerà, dirigerà, incoraggerà con premi, con sussidi, con leggi, con sue scuole altresì, con ogni mezzo efficace, minaccerà con pene, punirà i colpevoli; ma non oltre. Esso regge, ma non è maestro; esso governa, ma non si fa esclusivo educatore. E se lo faccia, devia, abusa del potere, commette ingiustizia, viola la libertà e il diritto, si fa oppressore».

di Ezio Bolis

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18 settembre 2019

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