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Un'umanità color sabbia seppia e fango

· Riappare in libreria «Thérèse Desqueyroux» di François Mauriac ·

È una constatazione amaramente oggettiva: il tempo attuale dell'editoria italiana si sta dimostrando tutt'altro che galantuomo nei confronti di grandi scrittori del Novecento educati nel cattolicesimo e inclini, quindi, a filtrare il talento nativo attraverso un profondo, intelligente, sofferto sensus fidei . Opere che durante la loro vita, soltanto pochi decenni orsono, sfuggirono a ogni tentativo di ghettizzazione da parte della cultura egemone di marca laicista e conobbero un duraturo successo, risultano adesso difficilmente reperibili nel circuito delle librerie.

Gli stessi editori che allora le ristamparono più volte ricavandone lauti profitti sono oggi riluttanti a riproporle persino in un dimesso formato tascabile.

Da cosa dipende questa damnatio memoriae ? Da diversi fattori intrecciati. In primis dal pragmatismo esasperato  di una visione mercantilista che subordina i valori assoluti ai capricci del mercato, puntando su prodotti editoriali di facile consumo. Ma incide anche il mutamento — quasi uno stravolgimento — del gusto provocato da un pervasivo processo di secolarizzazione che in molti dei globalmente pochi lettori italiani ha accresciuto la disaffezione verso gli autori «pensanti», e più ancora verso quelli «credenti».

Ecco perché stanno scivolando sul piano inclinato dell'oblio esponenti autorevoli della letteratura novecentesca quali, tra gli italiani, Mario Pomilio, Luigi Santucci, Italo Alighiero Chiusano, Ferruccio Ulivi, Fulvio Tomizza. Ecco perché, tra gli anglosassoni, un lento declino sta erodendo la fortuna postuma di un romanziere pensante-credente come Graham Greene, e un simile viale del tramonto ha imboccato, tra i germanici, un gigante della narrativa mondiale come Heinrich Böll. Quest'ultimo e Greene, tuttavia, possono almeno contare su una virtuale immortalità garantita dall'inclusione nella collana-museo dei «Meridiani» di Mondadori.

Quanto ai narratori della «cattolicissima» Francia del Novecento, premesso che Georges Bernanos gode anch'egli della meritata sopravvivenza assicurata da un «Meridiano» e che Julien Green è stato ampiamente rilanciato in tempi recenti, una flagrante penuria di titoli in commercio penalizza soprattutto François Mauriac, già «mostro sacro» dei nostri nonni e padri, Premio Nobel 1952.

Nato da famiglia borghese di ferrea tradizione cattolica a Bordeaux nel 1885, attivo fino alla vigilia della morte (1970), Mauriac impresse in svariati terreni le orme del suo cammino creativo. Dopo un esordio poetico, sgranò romanzi, testi teatrali, raccolte di articoli scaturiti dalla sua militanza giornalistica, saggi biografici su Racine, Pascal e De Gaulle, meditazioni spirituali, un Journal in 5 volumi, nonché — sintesi di realismo e misticismo — quello che rimane tuttora il suo libro più noto: La Vie de Jésus (1936).

Può darsi che lo scrittore bordolese, trapiantato a Parigi fin dal 1907, continui a scontare da un lato la diffidenza del mondo laico verso la sua dialettica di peccato e grazia — talora, in effetti, un po' stereotipa e retorica — dall'altro l'eccessiva polarizzazione del pubblico cattolico sulle sue pagine cristologiche e «catechetiche». Sta di fatto che in Italia la sua fama è sempre stata superiore alla lettura e all'apprezzamento della sua opera. Ne è spia rivelatrice una riserva espressa da Chiusano nell'introduzione al primo volume (Edizioni Paoline, 1987) della triplice indagine di padre Ferdinando Castelli sui Volti di Gesù nella letteratura moderna : «Non stravedo per questo autore, mentre sarei più incline a stravedere per Bernanos». Anche  se poi segue un encomio solenne: «È in quelle dorate e sgranate luci rembrandtiane, tra tanta umanità  color  sabbia,  seppia,  fango, che il volto di Gesù, sofferente e amico, figlio di Dio e figlio dell'umana indigenza, si rivela a tratti con intensità lancinante e un poco morbosa» (p. 15).

Non si potrebbe meglio definire il carattere distintivo della narrativa di Mauriac. E anzi — viene da chiedersi — a scalfire la sua popolarità, a renderlo per certi versi «inamabile», non sarà stata proprio la tensione «lancinante» tra le tenebre della colpa e la luce della redenzione, l'antinomia inquietante sino alla morbosità tra la carne e lo spirito? Con lucidità impietosa, ma nutrita di ammirazione, padre Castelli mette il dito nella piaga: «In realtà, l'opera di Mauriac — come quella di Dostoevskij, di Bernanos, di Gertrud von Le Fort, di Julien Green — pullula di mostri. Assassini, ipocriti, ingordi, soprattutto lussuriosi, in balìa di un appetito insaziabile», divorati da un fuoco inestinguibile (p. 240). E una sorta di aggravante è costituita dalla consapevole connivenza del romanziere con i suoi personaggi nell'esplorazione di tentazioni, passioni, aberrazioni, abiezioni, discese agl'inferi. Ma, sia chiaro, sempre nel quadro di una duplice strategia: all'individuazione del grumo di peccato nascosto anche in fondo alle anime più nobili fa riscontro la rivelazione, «negli esseri apparentemente decaduti», di una «segreta sorgente di purezza», di un'inconscia «nostalgia della santità».

Non c'è altra posta in gioco, in tutto l'affannarsi degli uomini sotto lo sguardo di Dio, che l'amore. Si vive per amare ed essere amati. Ma senza un fondamento divino, l'amore meramente umano si corrompe, si capovolge  in odio e conduce alla follia  omicida, alla morte biologica o spirituale. Tale è appunto la tragica deriva di Thérèse Desqueyroux , l'eponima  protagonista del romanzo ricomparso,  dopo  una  lunga  eclissi, nella collana «Biblioteca» dell'Adelphi (Milano, 2009, pagine 144, euro 16).

La storia di questa giovane donna della provincia girondina, non bella ma dotata di un fascino singolare, ricca di un'intelligenza ambigua e di una sensibilità troppo stridente rispetto al perbenismo, all'ipocrisia, allo squallore dell'ambiente familiare e del milieu campagnolo, la vicenda di questa moglie che giunge sino al tentato omicidio del coniuge per la degenerazione di un'insoddisfatta domanda di amore, traspira una modernità sconcertante. Come se fosse stata scritta non nel lontano 1927, ma l'anno scorso: impressione certo accentuata dalla nuova, fluida, elegante traduzione di Laura Frausin Guarino, ma fondata essenzialmente su elementi intrinseci al testo.

Geniale, per esempio, l'apertura della narrazione a partire dall'uscita di Thérèse dal Palazzo di Giustizia dove il magistrato ha sancito il non luogo a procedere, grazie alla falsa testimonianza a suo favore del marito, Bernard, scampato all'avvelenamento e ormai solo desideroso di vendicarsi in un modo che scongiuri il rischio di uno scandalo, di un pubblico disonore.

Il viaggio della donna prosciolta dalla legge, ma non dalla famiglia, verso la solitaria tenuta di Argelouse, innesca una serie di flashback che spiegano come i sogni legati al matrimonio siano svaniti di fronte all'aridità di Bernard, alla cupa clausura impostale dai parenti, all'umiliante subalternità. Di ritorno nel suo inferno privato, la mancata assassina chiede invano una separazione consensuale. Viene invece separata dalla figlioletta.

In un'equivoca mescolanza di torti e ragioni, come in un dramma di Pirandello, marito e moglie si scambiano i ruoli di vittima e carnefice. Confinata in una dura prigionia domestica, Thérèse deperisce, perde il senso della realtà, sfiora lei, adesso, la morte. Ma finisce col vincere la sfida: riguadagna la libertà ottenendo di trasferirsi, da sola, a Parigi. Al momento di lasciare Bernard, gli offre un perdono che sembra sincero. Se lui glielo ricambiasse, forse riavrebbe al suo fianco una sposa rigenerata. Ma così non avviene, l'uomo resta chiuso nel suo ottuso, pavido egoismo.

E al culmine di quella scena memorabile, Thérèse, col cuore alleggerito dall'espiazione del male commesso, va incontro a una nuova vita, di cui peraltro non sapremo nulla.

Poco prima di morire, Mauriac confidò a uno dei suoi figli: «In un certo senso, Thérèse Desqueyroux sono io. Vi ho messo tutta la mia esasperazione nei confronti di una famiglia che non sopportavo più». Come non cogliere in queste parole l'eco della celebre affermazione di Flaubert , Madame Bovary c'est moi ? Ancora una volta, la chiave di un capolavoro letterario sta nella capacità, riservata solo a un grande uomo e grandissimo scrittore, di immedesimarsi senza riserve nell'infelicità di una donna.

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24 maggio 2019

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