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Un’opera missionaria che non è mai finita

· Il centotrentesimo anniversario della morte di Comboni ·

Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia pronunciata la sera di lunedì 10 ottobre a Limone sul Garda (Brescia) dall’arcivescovo segretario per i Rapporti con gli Stati durante una concelebrazione nella memoria liturgica di san Daniele Comboni, del quale ricorre il centotrentesimo anniversario della morte. La messa — diretta da monsignor Giuseppe Laterza, della Segreteria di Stato, che ha svolto le funzioni di cerimoniere — ha avuto luogo nella chiesa di San Benedetto, dove Comboni fu battezzato. Tra i concelebranti, oltre numerosi comboniani, era il parroco, monsignor Eraldo Fracassi. In precedenza l’arcivescovo aveva visitato la casa natale del santo.

Sono molto lieto di essere con voi per venerare, in questa celebrazione, san Daniele Comboni in occasione del centotrentesimo anniversario della morte. Rivolgo il mio cordiale saluto al parroco, monsignor Eraldo Fracassi, nel ricordo degli anni di studio condivisi presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica, e a voi tutti, ringraziando per l’accoglienza che avete voluto manifestarmi. Inoltre, avendo avuto la possibilità di conoscere da vicino l’opera encomiabile dei missionari comboniani, della loro premura ad aiutare l’Africa con l’Africa, secondo l’insegnamento del loro fondatore, durante il mio servizio diplomatico in Sudan, sono ancora più comprensibili i sentimenti di devota gratitudine che voglio esprimere unendomi a tutta la famiglia comboniana. E ho la gioia di parteciparvi il saluto benedicente del Santo Padre, il quale è a conoscenza di questa celebrazione e assicura la sua spirituale vicinanza, con l’affetto e la preghiera.

Cari fratelli e sorelle, l’esperienza umana e spirituale di san Daniele Comboni è una testimonianza di come l’amore di Cristo, Buon Pastore, è luce che illumina il senso dell’esistenza e orienta la vita concreta. Dopo la sua ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1854, parte per l’Africa e giunge a Khartoum, in Sudan. Egli si rende conto della difficoltà che la missione comporta, ma più che farlo indietreggiare, si sente spinto a non desistere. Infatti, san Daniele è radicalmente convinto che le fatiche, le difficoltà, le avversità, se vissute nell’amore e per amore di Gesù Cristo e per il bene delle anime più abbandonate e povere del mondo, diventano dolci e leggere. La sua fede incrollabile nel Signore e nell’Africa lo conduce a far nascere l’Istituto maschile e femminile dei suoi missionari. Nel 1880 il vescovo Comboni ritorna, per l’ultima volta, in Africa deciso a continuare la lotta contro la piaga dello schiavismo e a consolidare l’attività missionaria con gli stessi africani. Il 10 ottobre 1881, segnato dalla sofferenza, muore a Khartoum, cosciente che la sua opera missionaria non sarebbe finita. E la sua opera continua a vivere grazie al dono della vita di tanti uomini e donne che per amore di Cristo annunciano la buona notizia del Vangelo.

Cari amici, la solennità di san Daniele Comboni sia per tutti motivo di crescita e di rinnovamento per annunciare e testimoniare il Vangelo. Non si deve dimenticare che il servizio più prezioso che la Chiesa rende alle singole persone è l’annuncio e la conoscenza profonda di Cristo. Con nuovo slancio siamo chiamati a donare Cristo all’umanità. Gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno più che mai del Vangelo. La grande illusione di poter eliminare Dio dall’orizzonte della storia, iniziata con la modernità, ha prodotto un grande analfabetismo sulla verità dell’uomo e sul senso dei suoi giorni. La Chiesa per sua natura è missionaria e oggi vive il mandato di Gesù nella consapevolezza che tra le nuove povertà vi è quella di trovarsi di fronte a persone che, come afferma il Santo Padre Benedetto XVI nella Caritas in veritate , non riescono a comprendere chi sono e hanno sfiducia nel futuro (cfr. 78).

Comprendere e accogliere senza paura i nodi più critici della cultura contemporanea significherà trasformarli in opportunità favorevoli per favorire l’incontro con Cristo Risorto. In questo modo la missione stessa rinnova la Chiesa, vivifica il suo spirito apostolico, rinnova gli stessi metodi pastorali, ponendo attenzione e premura alle nuove situazioni (cfr. Giovanni Paolo II, Redemptoris missio , 2). La Chiesa nell’annunciare il Vangelo non può non dare il proprio contributo alla promozione delle condizioni di vita delle persone, soprattutto in quei Paesi in cui ci sono situazioni di povertà, mancanza di istruzione, forme di oppressione, che offendono la dignità della persona umana (cfr. Paolo VI, Evangelii nuntiandi , 31-34).

Vogliamo affidare alla Beata Vergine Maria il cammino delle comunità cristiane, perché non si chiudano in sé, ma sentano il forte desiderio di comunicare l’incontro con Cristo Risorto. E san Daniele Comboni ottenga per noi tutti di «portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore» ( Isaia , 61, 1-2), perché nostro «vanto è la croce di Cristo» ( Gàlati , 6, 14) e in Lui «l’essere nuova creatura» ( Gàlati , 6, 15) e a quanti ameranno e seguiranno il bel pastore sia pace e misericordia.

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21 novembre 2019

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