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Un’oasi
di umanità

· La Chiesa di fronte alle sofferenze e ai drammi del mondo ·

La metafora dell’ospedale da campo richiama alla mente racconti drammatici di scenari di battaglia come quelli della prima guerra mondiale. Giovani uomini venivano chiamati alle armi e mandati a combattere in trincee fangose, dove ingaggiavano lotte impossibili conquistando metri di territorio a un costo immenso. Vedendo mutilazioni, intossicazioni, morte e distruzione, insieme a un misto di eroismo e disperazione, incontravano i soldati avversari e talvolta scoprivano con stupore che le loro esperienze erano identiche. In mezzo a questa brutale carneficina, all’orrore, al caos, alla confusione e agli sconcertanti interrogativi c’era l’ospedale da campo.

Era una struttura di fortuna, messa su in condizioni impossibili e soggetta a continui bombardamenti. Aveva risorse e provviste limitate. Il personale era oberato di lavoro ed esausto, dovendo affrontare costantemente situazioni drammatiche, toccando di continuo una profonda sofferenza e la morte; e in quelle condizioni totalmente impreviste e inimmaginate, dottori e infermieri dovevano prendere decisioni rapide, concentrandosi su ciò che secondo loro era più importante. Con strumenti e medicinali limitati, eseguivano interventi chirurgici dolorosi.

In mezzo alla guerra, che è sempre un’esplosione di violenza e di rabbia, un ospedale da campo è un’oasi di umanità. L’etica medica esige un servizio generoso infinito, offerto tanto all’amico quanto al nemico. I pazienti giungono da entrambe le parti del conflitto. Quelli che un istante prima erano impegnati in una battaglia omicida, ora sono stesi uno accanto all’altro, in attesa dell’assistenza e dei sorrisi della stessa infermiera, che porta un barlume di speranza e incoraggiamento per un futuro ignoto. Quelli che sono prossimi alla morte ricevano il viatico orante e sacramentale per il pellegrinaggio finale, che all’improvviso diventa il loro viaggio più importante.

Nella disumanità della guerra, l’ospedale da campo è un segno improvviso di umanità, di grazie invisibili, vissute nel tumultuoso e doloroso filo degli eventi. Non offre soltanto cure, ma anche la speranza più profonda, una speranza che ha origine nel sacrificio di Cristo, quell’unica scuola dell’amore che viene ricordata dalla Croce Rossa esposta ovunque.

Anche la Chiesa si propone in mezzo al caos, alla sofferenza e alla confusione. Il disordine seminato dalle forze del male è sempre presente nella vita dei figli di Adamo, ma la realtà del peccato è più complessa della guerra, perché le parti in conflitto non sono mai ben definite. La bontà deve sforzarsi per emergere, anche quando è messa a repentaglio dai bombardamenti provenienti da dentro e da fuori la persona. Le linee di battaglia sono confuse, poiché passano attraverso il cuore di ogni individuo, ed esiste sempre il pericolo di ricadere in una rassegnazione pessimista e nella facile mancanza di fiducia nella vittoria del bene.

In queste tenebre, la Chiesa risplende di luce, una luce prodotta non dal popolo della Chiesa, ma ricevuta da Dio. La Chiesa è il sacramento di salvezza, un segno visibile di grazie invisibili, capaci di guarire le ferite più profonde mai subite dagli uomini. La vera carità, l’amore divino riversato nel cuore umano dallo Spirito Santo (Romani 5, 5), vissuto nella pratica, porta una dose di umanità in un mondo spesso disumano.

In mezzo alle situazioni di tragedia e disperazione, la Chiesa deve portare speranza, aprendo le menti e i cuori a una prospettiva che va oltre il presente e le sue tragedie. La prima preoccupazione della Chiesa non è solo di alleviare i mali fisici attuali. Questo lo possono fare diverse organizzazioni non governative, enti privati e governativi, che hanno la loro efficiente professionalità. La Chiesa si preoccupa della salvezza eterna. L’amore soprannaturale della carità, senza essere cieco ai bisogni immediati, ama il prossimo in vista di Dio, ovvero contribuisce a portare l’altro in quel sodalizio che ha Cristo come suo membro più importante. Siamo chiamati a essere figli di Dio per mezzo di nostro fratello Gesù Cristo, e questa preoccupazione incide sull’amore quotidiano.

La Chiesa è presente nel mondo in primo luogo attraverso la coscienza autentica di singoli cristiani, che sono animati da amore divino. La loro percezione delle sfide è completata dalla virtù creativa. La qualità di questa risposta è fondamentale, anche se non viene valutata secondo parametri umani. La «fede che opera per mezzo della carità» (Galati 5, 6) manifesta la presenza e l’azione dello Spirito Santo.

Ciò significa che tali azioni sono precedute da un atto di fede, incentrato su Cristo, confidando nel potere del Suo amore divino. Quando è una fede viva a chiamare in causa l’intervento divino, una fede che crede nella fecondità dell’amore di Dio, allora l’atto amorevole che segue è rafforzato dal didentro dalla grazia divina. Il proverbiale bicchiere d’acqua offerto a un soldato morente in un ospedale da campo, se preceduto da un’esortazione rivolta al Dio vivente, acquisisce nuovo lustro e nuova fecondità, che solo gli occhi della fede possono percepire. Incontri drammatici con il mistero divino, momenti di vera carità, riconciliazioni e richieste di perdono per i torti che sono stati commessi, ritorni a Dio ed espressioni spirituali di gratitudine sono il pane quotidiano degli ospedali da campo cristiani e di tutti i membri del Popolo di Dio che è il Corpo di Cristo.

La scarsità di mezzi dell’ospedale da campo indica la povertà spirituale che è un preludio necessario a tutti gli atti d’amore davvero soprannaturali. La dolorosa percezione che le sfide sono impossibili, che ogni argomentazione umana è insufficiente, che peccati, abusi e dipendenze sembrano essere irrimediabili, che le ferite e i conflitti non possono essere guariti con mezzi naturali come le procedure legali o le terapie psicologiche, è un requisito indispensabile per il fiorire della grazia. La povertà spirituale è una situazione in cui diventa evidente che l’unica risorsa possibile e davvero sensata è chiedere l’intervento della potenza divina, perché gli sforzi umani sono del tutto insufficienti.

I santi sono coloro che apprezzano questi momenti. E ciò perché allora sono costretti a contare su nessun altro se non su Dio e, così facendo, mentre esprimono fede e carità, incontrano il Dio vivente.

I cristiani sono chiamati a collaborare alla salvezza attraverso mezzi divini. Se cercano di salvare il mondo (e la Chiesa) con i soli mezzi naturali, i loro sforzi sono destinati a fallire e molto presto mostrano la loro inerente futilità. Il riconoscimento che le sfide superano completamente le attese, i mezzi e le capacità e lasciano in una situazione di povertà spirituale profonda è, di fatto, una benedizione. Questo perché le difficoltà costringono a un approfondimento della fede e della convinzione che i gesti poveri e in apparenza inutili che seguono sono alimentati dal didentro dalla potenza dell’amore divino.

L’ospedale da campo che è la Chiesa vive nella lode, l’ammirazione e la gratitudine verso il Dio che implora cuori, mani e gesti umani affinché un po’ del Suo amore divino sia reso presente qui e ora.

di Wojciech Giertych
Teologo della Casa Pontificia

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21 febbraio 2020

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