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Uno a uno incontro a tutti

· Col bastone del pellegrino e lo zaino in spalla il nuovo arcivescovo di Lucca fa ingresso in diocesi ·

Ha scelto di camminare con i giovani per «dire il Vangelo in maniera nuova a questi nostri tempi». Paolo Giulietti, 55 anni, arriva in cammino dalla via Francigena a Lucca, bastone del pellegrino in mano, zaino in spalla e almeno millecinquecento persone che l’hanno seguito in marcia — aumentando per via — da Capannori, attraverso la piana, un campanile merlato dopo l’altro, un centro dopo l’altro. Una mano stretta dopo l’altra lungo la via dei pellegrini d’un tempo di fede che aveva nella sede di Pietro e nelle terre sante da raggiungere a piedi la meta di un desiderio di vita.

Il cammino dell’arcivescovo Paolo verso la città delle mura, la ricca e riservata Lucca che gli è stata affidata da Papa Francesco per continuare il magistero dell’arcivescovo Benvenuto Italo Castellani, è quello di un uomo normale che si presenta a casa. Dei giovani, come possibilità per la Chiesa di guardarsi dentro e camminare «con l’entusiasmo della gioventù che non è distante dallo Spirito santo», ha sempre detto e ieri l’ha ripetuto facendo sosta in preghiera al santuario di Gemma, la santa giovane che nacque a Capannori. Domenica 12 maggio, spiegando ai fedeli e alle autorità riuniti nella cattedrale di San Martino come intende farsi guidare nella nuova impresa, ha indicato due punti di riferimento: i giovani e i poveri. Aggiungeremo, noi, anche i malati e gli anziani. Non possono camminare, ma Paolo li incontra continuamente lungo la via. Davanti all’altare di santa Gemma lo aspettavano in tanti, sulle sedie a rotelle, e lui li abbraccia uno a uno. Lungo la Francigena una cooperativa agricola di ragazzi disabili lo aspetta e gli offre doni. In San Martino, la cattedrale del Cristo nero (l’amatissimo Volto santo), i malati sono davanti all’altare e il presule porterà la comunione uno a uno. Ed è questa la cifra della giornata dell’ingresso in Lucca del nuovo arcivescovo pellegrino: uno a uno.

Non c’è stata una sola persona, lungo il cammino, nelle soste, che non abbia potuto parlargli mentre lui — procedendo zaino in spalla, croce di legno e scarponi sfatti in tanti pellegrinaggi — augurava la “buonasera”, uno a uno, alla gente che usciva dalle case (una signora, stretta la mano di quel sacerdote barbuto e impolverato gli ha detto: «Buonasera, ma il vescovo dov’è?»).

Paolo, il vescovo dell’uno a uno, intende farsi guidare dai giovani, dai poveri e, lo dirà nell’omelia, essere per la Chiesa di Lucca presenza invisibile e fertile. E per spiegare meglio, a fedeli e autorità, cosa intendesse, usa evangelicamente un’immagine di vita vera. L’uso del concime. Il concime che scompare fra le radici, che è meno prezioso della pianta ma che è vitale per la pianta. Il concime che nessuno ringrazia ma che ha «la sua gloria nei frutti».

Abbiamo detto del messaggio e dei pilastri, giovani e poveri. Anche lo stile di comunicazione — di un uomo per inciso molto poco social nel senso dei tempi correnti — merita: «Sapete», chiede alla folla dei camminanti che ha riempito la cattedrale e la piazza dotata di maxischermi per gli esclusi, «cosa significa perugino in Umbria?» (Giulietti è nato a Perugia e a Perugia era vescovo ausiliare). La risata corale arriva dagli ospiti giunti da Perugia - Città della Pieve con il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti ma anche da tutta la comunità di Lucca, della Garfagnana e della Versilia. Il termine, per l’uditorio, è più che noto e viene dall’antica tradizione contadina comune alle due arcidiocesi, quella che Giulietti lascia da vicario generale e quella che lo accoglie. Significa quella cosa preziosa e vile che si spargeva nei campi: «Vi ho parlato di conversione, corresponsabilità e collegialità. Tre “c”. Ve ne propongo una quarta, concime». O perugino, appunto. «La pianta è più preziosa del perugino e quindi io non valgo quanto voi». Risate e applausi. «Ma la pianta ne ha bisogno. Gesù si identificava nel contadino che chiedeva di non tagliare l’albero sterile fino a quando non l’avesse concimato alle radici. Quindi il concime è prezioso ma deve scomparire tra le radici o non serve a nulla. La sua gioia — la gloria del concime — è l’albero carico di frutti».

Difficile descrivere, e far ricordare, meglio quanto un ruolo possa essere vile o prezioso a seconda di come lo si gestisce: «Possa la pianta antica, gloriosa e bella della Chiesa di Lucca portare frutti copiosi». Il vescovo pellegrino, che si presenta zaino in spalla dalla via della fede con i giovani e i poveri, intende esserne l’umile concime, nell’invisibilità quando possibile, e pieno di gioia per frutti che saranno però non suoi ma dell’albero.

«Dobbiamo riflettere in modo approfondito su come il futuro ci chiede di essere Chiesa», ha scritto monsignor Giulietti all’arcidiocesi di Lucca appena ricevuta la nomina papale. La prima risposta della diocesi è stato il raccogliersi davanti alla chiesa di Capannori, nel paese della santa giovane, Gemma che voleva «chiamare tutti i peccatori del mondo e dire loro di entrare nel cuore di Gesù» e mettersi in cammino. Un corteo che, valutazione delle Misericordie che l’hanno seguito con le ambulanze e tredici pulmini per raccogliere chi non ce la faceva lungo un percorso che per Giulietti era cominciato chilometri prima, ad Altopascio non contava meno di millecinquecento persone; e questo prima della tappa al santuario di Santa Gemma dove almeno altre trecento lo attendevano per dirigersi verso il Duomo gremito da ore. Per non contare, s’è detto, la gente che scendeva in strada dalle case. Bambini con l’abitino della prima comunione («Bravo — ha detto l’arcivescovo al piccolo Mattia — ora vedi di fare anche la seconda, la terza, la quarta. Mi raccomando»). Anziane che osavano prenderlo a braccetto per un breve tratto («Io sono la Luciana. Mi sembri Mosè, Paolo, con quel bastone»). Immigrati che l’attendevano fuori dalla loro casa lungo la via Romana dopo aver pavesato di rosso la finestra e che sono stati abbracciati uno a uno. E poi i papaveri di Alfia e del suo fratellino, sei anni in due occhio e croce. Li avevano strappati dai bordi della Francigena: il piccolino paonazzo con il braccio teso a porgerli, gli occhi a terra e neppure il fiato per tirar fuori il suo nome. Tre papaveri di campo di un rosso inimitabile. Giulietti li ha messi nel taschino e sono scomparsi alla vista solo chilometri dopo, sotto la veste liturgica che, obbligatoriamente, all’ultimo ha dovuto coprire i pantaloni stazzonati e i gomiti impolverati dalla lunga giornata.

Il vescovo pellegrino, con i papaveri di Alfia sotto i paramenti alla fine diventati dorati per il bacio in Duomo al Volto santo (il grande e venerato Cristo nero la cui effigie porterà sull’anello episcopale), il 12 maggio è arrivato da ospite. Accompagnato da poveri e giovani. La Chiesa nuova nascerà, ha detto in cattedrale ai pellegrini, «quando l’assenza di futuro, la disuguaglianza, l’iniquità vi parranno intollerabili». Quello sarà il momento di prendere la strada.

di Chiara Graziani

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16 luglio 2019

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