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Uno su sei

· ​Le storie dei minori non accompagnati che arrivano in Italia ·

«Ho attraversato Senegal, Mali, Burkina Faso e Niger. Ad Agadez è iniziato il mio viaggio per traversare il deserto. Sul cassone del pick-up eravamo stretti in trentuno persone. Tutti ragazzi giovani in piedi, schiacciati uno contro l’altro. Dopo un giorno di viaggio si è bucata una gomma. Il driver ha detto che l’acqua delle taniche era troppo pesante e ce l’ha fatta buttare. Nel viaggio ho visto cadaveri di altri migranti in parte coperti di sabbia e abbandonati. Forse erano morti di sete». Sefo, quindici anni, del Gambia, è uno dei tanti migranti minorenni che ha trovato riparo nel nostro paese.

Particolare dalla  copertina del libro  «Il bagaglio» di Luca Attanasio

Giovanissimi, con un gigantesco carico di responsabilità sulle fragili spalle, lasciano famiglie e paesi in cerca di fortuna, scortati da traghettatori senza scrupoli pagati profumatamente. In Italia, un migrante su sei è un minore non accompagnato. Oltre il 90 per cento dei minori che raggiunge le nostre coste è solo. La classe d’età più numerosa è quella compresa tra i sedici e i diciassette anni ma è in allarmante crescita la fascia che va dai sette ai quindici anni e addirittura quella da zero a sei anni. Da dove vengono questi ragazzini? Che storie hanno? Perché partono? Cosa gli succede durante il viaggio?

A queste domande risponde il libro Il Bagaglio. Storie e numeri del fenomeno dei migranti minori non accompagnati, scritto dal giornalista e scrittore Luca Attanasio, con la prefazione di Roberto Saviano (Fregene, Albeggi Edizioni, 2018, pagine 270, euro 15). Il volume riporta dati e interviste a operatori, educatori, rappresentanti delle istituzioni e politici e dà voce ai veri protagonisti del fenomeno, i ragazzi stranieri giunti nel nostro paese dopo viaggi drammatici, contrassegnati da abusi, sfruttamento, torture. «La giovinezza, la vulnerabilità e il fatto di essere inespellibili li rendono prede facili e appetibili per molti trafficanti, al soldo di mafie trasnazionali», spiega Attanasio. «Molti sono costretti a partire dalle proprie famiglie che, a causa dell’estrema povertà in cui versano, scelgono di investire tutto ciò che posseggono su un solo membro familiare, sperando di poter vivere delle sue rimesse. Ciò ingenera nel minore un senso del debito e della dipendenza devastante».

«A sedici anni, appena sono entrato nella Casa famiglia di Guidonia ho ottenuto il permesso per andare a lavorare», racconta Mohamed, ventidue anni, egiziano, il cui viaggio è costato seimila euro. «Dovevo mandare i soldi a casa al più presto. Mi alzavo alle 3.30 per andare a lavorare in una frutteria a Ostia. Lavoravo fino alle 14, poi, di corsa, riprendevo il treno e andavo in un ristorante di Guidonia fino alle 23, dove facevo l’aiuto cuoco. Nei primi sei mesi non ho mai potuto frequentare un corso né andare a scuola. Il patto era che avrei iniziato solo a debito ripagato. E infatti, lavorando come un matto e non spendendo neanche un centesimo sono riuscito a mandare tutti i soldi a papà. Ora, finalmente, una parte dei soldi li posso usare per me, ma la maggior parte li mando a casa».

Oltre che per le condizioni di indigenza, sono sempre di più quelli che lasciano il proprio paese a causa di conflitti, regimi dittatoriali, situazioni di instabilità tali da indurre a intraprendere viaggi irti di pericoli, in cui è messa in conto anche la possibilità di morire. «Siamo rimasti sette giorni senza cibo e acqua e il settimo giorno molte persone non ce la facevano ad alzarsi», ricorda Sadiki, diciassette anni, del Mali, nel capitolo Deserto, interamente scritto da giovani immigrati, che documenta dall’interno la tragica esperienza del viaggio. «All’inizio bevevamo la pipì ma dopo quattro giorni era finita anche quella. Siamo costretti a pensare solo alla morte».

I migranti spesso impiegano anni per arrivare a destinazione perché sono costretti a fermarsi nei paesi di transito, lavorare in condizioni disumane e raccogliere la cifra necessaria per pagare i nuovi trafficanti prima di affrontare la tappa successiva. Di conseguenza, si moltiplicano le occasioni per subire ogni sorta di violenza. Lo sanno bene soprattutto le ragazze, che hanno un problema in più da affrontare, quello di una gravidanza indesiderata. Così, nel bagaglio, Zahara — che ha lasciato il suo paese, l’Eritrea, a sedici anni — ha pensato di mettere anche pillole abortive «perché ero quasi certa che mi avrebbero violentata e non avrei mai voluto avere un figlio in quel modo». Zahara aveva ragione. Verrà stuprata durante il viaggio verso l’Italia.

Il libro è denso di storie di giovanissimi che raccontano esperienze di inesprimibile sofferenza. Su tutte svetta quella di Mohamed Keita, ventisei anni. Ne aveva nove quando assistette all’uccisione dei suoi genitori durante la guerra civile in Costa D’Avorio e poco più di tredici quando decise di lasciare il suo paese. Analfabeta, senza soldi, si accoda a un gruppo di profughi, unico membro senza famiglia della dolente carovana. Passerà una serie infinita di paesi, montagne, deserti, mari; conoscerà uomini spietati e l’inferno dei campi profughi, vedrà con i suoi occhi scuri l’abiezione del mondo ma sperimenterà anche l’amicizia e la solidarietà da parte di occasionali compagni di viaggio. A diciassette anni, nel 2010, dopo tre anni e mezzo, oltre ottomila chilometri percorsi e cinquemila dollari pagati, giunge sulle nostre coste e, infine, a Roma. Si sistema alla stazione Termini dove condivide insieme ad altri disperati coperte lacere e sentimenti. Con una macchinetta fotografica usa e getta comincia a fotografare i suoi nuovi amici, e la passione per la fotografia gli esplode dentro. Ora Keita è un fotografo affermato, esposto al Metropolitan Museum di New York.

Basterebbe questo per fare di lui una figura mitologica, un eroe epico che resiste a tutte le avversità uscendone vittorioso, come un novello Ulisse. Ma la dimensione personale, per Keita, non è abbastanza. Il ragazzo comincia a sentire un forte richiamo dalla sua terra d’origine, un desiderio struggente di tornare e di rendere all’Africa e ai suoi abitanti ciò che di più prezioso aveva acquisito nella sua breve infanzia. Così, crea laboratori fotografici gratuiti per bambini in condizione di disagio in Mali e in Kenya. «Ho il dovere di fare qualcosa, di restituire quello ho ricevuto — dice — Noi giovani migranti abbiamo sogni da realizzare. Possiamo essere una risorsa, una possibilità di aiuto per tanti, non solo per noi stessi».

di Marina Piccone

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18 ottobre 2019

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