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Uno specchio del mondo

· I 150 anni dell'Osservatore Romano ·

Nel 1861, quando nacque «L'Osservatore Romano», esistevano in Europa tre imperatori: Francesco Giuseppe a Vienna, Alessandro ii a Pietroburgo e Napoleone III a Parigi. Quindici anni dopo ve n'erano quattro. Uno di essi, Napoleone III, aveva perduto il trono, ma nel 1870 la Germania unificata aveva acquistato un imperatore nella persona di Guglielmo i e nel 1876 Vittoria, regina delle isole britanniche, fu proclamata imperatrice dell'India. Vi era poi, in questo ristretto gruppo di sovrani, un personaggio particolare che poteva anch'egli, per certi aspetti, essere considerato imperatore. Era Pio IX, Pontefice romano dal 1846. Aveva perduto il suo piccolo territorio nel 187o ed era un monarca elettivo, soggetto al gradimento di altri sovrani europei (l'ultimo veto fu proclamato da Francesco Giuseppe contro il cardinale Rampolla nel 1903), ma aveva dal 1870 una virtù, l'infallibilità, che non apparteneva nemmeno all'autocrate russo.

Fra lui e gli altri esisteva quindi, dal punto di vista strettamente istituzionale, una fondamentale differenza. Mentre i titolari del potere imperiale a Vienna, Londra, Berlino e Pietroburgo (Nicola II di Russia nel 1905) avevano dovuto cedere alcune delle loro antiche prerogative a un potere nuovo, il dèmos, che non richiedeva sanzioni divine, il Papa aveva addirittura consolidato e aumentato la sua autorità. Eppure questo sovrano, nel quindicesimo anniversario del suo regno, aveva autorizzato la creazione di un giornale che avrebbe parlato della Chiesa al mondo e sollecitato implicitamente la reazione del mondo alle sue parole.

Pur senza dirlo apertamente, Pio IX aveva capito che la società stava cambiando e che occorreva, per non voltarle le spalle, adottare alcuni strumenti della modernità. Ma di che cosa avrebbe potuto parlare, senza limitarsi ad annunciare e a vietare, il giornale di una istituzione che tre anni dopo la sua fondazione aveva condannato nel Sillabo ottanta «errori del tempo», dal panteismo al razionalismo, dalla separazione fra Chiesa e Stato al matrimonio celebrato dalle autorità civili? Chi pubblica un giornale ricerca il consenso dei suoi lettori, ma deve accettare la possibilità del dissenso. Poteva «L'Osservatore Romano» sciogliere il nodo di questa contraddizione?

Il giornale fu per molto tempo una via di mezzo fra la gazzetta ufficiale della Santa Sede e un bollettino di notizie sui principali avvenimenti della corte papale. Il suo modello, al momento della fondazione, erano i giornali ottocenteschi che svolgevano allora funzioni analoghe, come il «Moniteur Universel» francese del Secondo impero. Persino il «Times», sino agli anni Sessanta del secolo scorso, conservava nelle sue pagine centrali qualche traccia della funzione che aveva esercitato, anche se con maggiore indipendenza, nei decenni precedenti. Quando l'editore è lo Stato non vi è giornale che non senta sul collo le sue briglie. E se l'editore è un Papa come Benedetto XV, può addirittura accadere che il direttore riceva ogni mese una pagella con i punti per lui e per i suoi collaboratori.

Naturalmente non tutto nell'«Osservatore Romano» era «ufficiale». Qualcosa, all'occorrenza, poteva essere «ufficioso» e nascondere tra le righe segnali interessanti. Negli anni del fascismo, vi fu addirittura un momento durante il quale il giornale divenne polemico, sferzante e in qualche caso satirico. Accadde dopo la Conciliazione, quando il regime e la Chiesa si scontrarono duramente sulle attività e competenze dell'Azione Cattolica, e il direttore dell'«Osservatore» Giuseppe Dalla Torre corse il rischio di essere arrestato di fronte a un cancello della Città del Vaticano per la franca durezza con cui aveva reagito agli articoli del «Lavoro fascista».

Più tardi, quando i giornali stranieri non arrivavano nelle edicole del Regno, gli «Acta diurna» di Guido Gonella rappresentarono una utile fonte di informazione, e certi silenzi furono più eloquenti delle parole. Ma il giornale andava interpretato più che letto e richiedeva un mediatore particolare, il giornalista vaticanista, addestrato a comprendere tutte le sfumature di un pensiero che in molti casi non poteva essere esplicito e diretto. Una persona simile per certi aspetti fu negli anni della Guerra fredda il cremlinologo, addestrato a leggere fra le righe della «Pravda».

Quello che è stato fatto in questi ultimi anni per rinnovare il giornale è assolutamente rimarchevole. Chi lo dirige ha certamente approfittato dei molti mutamenti intervenuti nella Chiesa romana dopo il Concilio e, in particolare, del modo in cui gli ultimi Pontefici hanno trattato le questioni scabrose che la Chiesa deve affrontare quotidianamente. Ma ha saputo allargare la gamma degli argomenti, animare discussioni e attrarre nuovi lettori non necessariamente schierati sulle posizioni della Chiesa cattolica. È certamente diminuito il tasso di prevedibilità che affligge inevitabilmente i giornali di questo genere.

Ma non è possibile stravolgere la natura dell'«Osservatore Romano». Se il giornale tratta i temi della politica italiana, tutti inevitabilmente vedranno in quell'articolo una posizione o un messaggio delle autorità ecclesiastiche. Ogni giornale pratica una certa diplomazia, ma questo ha molti più vincoli di quanti ne abbia un quotidiano di informazioni e di opinioni. Particolarmente interessante e ben fatta mi è parsa la sezione dell'«Osservatore» dedicata alla politica internazionale. Gli articoli sono informati, distaccati, descrittivi e privi — grazie al cielo — di quella coloritura letteraria che è spesso un vizio del giornalismo italiano. Ma questo stile è anch'esso, per molti aspetti, il felice risultato delle sue servitù. Il giornale è accuratamente descrittivo, anche perché ogni aggettivo di troppo verrebbe immediatamente considerato un indice delle preferenze della Chiesa. E questo non gioverebbe all'azione della Santa Sede. Un altro felice risultato dei suoi limiti è il quadro generale delle informazioni che appaiono ogni giorno nelle pagine dedicate all'attualità.

Nel 1961, in occasione del centenario del giornale, il cardinale Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, scrisse: «Pensate, ad esempio, al paragone tra gli argomenti, ai quali la stampa dedica comunemente pagine e colonne, e gli argomenti ai quali questo giornale offre la sua nobile voce. Si noterà subito che su l'Osservatore non si parla, ex professo, ad esempio, di teatro, di sport, di finanza, di mode, di processi, di fumetti, di enigmistica... o di quant'altro sembra fare l'attrattiva, se non sempre l'interesse del così detto gran pubblico. Anche per la pubblicità, quanti giusti, giustissimi castighi! Poi guardate le notizie: anche queste così composte, così ripulite, così dignitose da togliere al lettore ogni brivido, ogni sussulto, nei titoli e nel testo, quasi lo si volesse educare alla calma e alla buona educazione mentale. Giornale serio, giornale grave, chi mai lo leggerebbe sul tram o al bar; chi mai vi farebbe crocchio d'intorno».

Credo che in queste parole di Montini vi sia una punta di ironia. Nell'elencare le carenze del giornale, Montini ne indica in realtà le involontarie virtù. Costretto a una severa autodisciplina, «L'Osservatore Romano» elimina ogni giorno un numero altissimo di notizie effimere, avvenimenti irrilevanti, discussioni artificiose, chiacchiere inconcludenti che riempiono le colonne della grande stampa popolare. È particolarmente leggibile, in altre parole, anche perché gli altri giornali, con la loro incontinenza, gli hanno fatto uno spazio che ha saputo riempire. Non è lo specchio del mondo. Ma può essere (anche per un laico quando non vi trova precetti con cui gli è impossibile concordare) lo specchio del mondo in cui preferiremmo vivere.

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