Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Uno Shakespeare troppo complicato

· Esce in Italia il film «Anonymous» di Roland Emmerich ·

La teoria, tutt’altro che nuova, resta per alcuni affascinante: William Shakespeare era un nom de plume. Il bardo, dunque, non esisterebbe e le geniali opere a lui attribuite sarebbero state scritte da qualcun altro. Stavolta a riproporre il tormentone è il regista Roland Emmerich che nel film Anonymous , tra le tante ipotesi, sposa quella che vedrebbe in Edward de Vere, conte di Oxford, l’autore misterioso. E lo fa ambientando la vicenda durante i disordini politici avvenuti nel periodo elisabettiano, abbondantemente conditi con invidie, cospirazioni, tradimenti e torbide passioni, per rendere il tutto cinematograficamente più attraente. In più la messinscena è imponente, con una sontuosa ricostruzione di Londra in computer grafica (Emmerich è quello di Independence Day e The Day After Tomorrow ), e con costumi e ambientazioni di grande suggestione.

Tutto bene, dunque? Non proprio, perché lo sceneggiatore John Orloff — anche volendo sorvolare su alcune incongruenze di date tra le opere attribuite a Shakespeare e la vita di de Vere — non riesce a costruire una storia del tutto lineare, facendo ricorso a una serie di flashback, alcuni persino all’interno di altri. Cosicché nella prima mezzora del film complica non poco la vita dello spettatore, soprattutto se a digiuno di storia inglese, servendogli un groviglio che sembra inestricabile, anche perché tra gli intenti del regista c’è quello di imbastire un thriller politico. E per questo immagina le opere di Shakespeare — di cui vi sono alcuni deliziosi assaggi in un ben ricostruito Globe Theatre — come un’arma sfruttata dalle fazioni che si contendono il potere per sobillare il popolo.

Ecco allora una regina Elisabetta (interpretata da Vanessa Redgrave da anziana e dalla figlia Joely Richardson in gioventù) tutt’altro che casta, madre di almeno tre figli illegittimi e custode di un indicibile segreto riguardante uno di loro. E attorno alla sovrana una serie di scaltri personaggi, come William Cecil (David Thewlis) e il figlio Robert (Edward Hogg), il cui solo intento è quello di preservare la corona per un monarca protestante e il potere della famiglia. In questo scenario segnato da congiure che agitano il palazzo, il Conte di Oxford (Rhys Ifans) scrive le sue tragedie e commedie, restando nell’ombra, conscio dell’influenza che hanno sul popolo, e tuttavia apparentemente disinteressato alle trame in cui comunque è invischiato. Un disinteresse — il prezzo che paga per il suo amore per le lettere — che lo porterà a perdere via via il pur cospicuo patrimonio familiare.

Il risultato — che a stento dissimula un pizzico d’invidia tutta americana per il genio del drammaturgo inglese — è una via di mezzo tra Elizabeth e Shakespeare In Love , un po’ tragedia e un po’ commedia; un film che non riesce a catturare e a convincere come vorrebbe. Almeno non così come vorrebbero il regista e l’attore shakespeariano Derek Jacobi, al quale con una trovata narrativa Emmerich affida, sul palco di un moderno teatro di New York, il compito di introdurre lo spettatore alla conoscenza di “un’altra storia” e il finale che vorrebbe porre fine alla disputa.

Il giudizio sul merito della questione lo lasciamo agli storici. Quanto a noi, anche dopo la visione del film, la sensazione è che non sia poi così importante sapere chi fosse realmente William Shakespeare. Ciò che conta, e che resta, è la sua ineguagliabile opera.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

26 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE