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Uno sguardo unico

· Quarant’anni dalla morte di Luchino Visconti ·

Uno dei tanti motivi d’interesse della filmografia di Luchino Visconti, probabilmente la più complessa e ricca di temi e influenze di tutto il cinema d’autore italiano, è la sua posizione dialettica nei confronti del neorealismo. Posizione che con il passare degli anni ovviamente si delinea con sempre maggior precisione. 

Anna Magnani con la piccola Tina Apicella in una scena di «Bellissima» (1951)

E tanto è stimolante, teso e dai contorni a tratti provocatori questo incontro-scontro, che attraverso di esso non solo è possibile capire gran parte della poetica del regista, ma è possibile, per contrasto, anche interpretare meglio quella definizione di neorealismo che spesso è apparsa sfuggente e nebulosa. Lo scrive Emilio Ranzato aggiungendo che a quaranta anni dalla morte del regista il giudizio che maggiormente si avvale della distanza storica è senz’altro quello su Ossessione (1943), considerato per decenni non soltanto un film di rottura e dunque un prodromo del neorealismo, ma addirittura, da molti, il capostipite di quella gloriosa stagione. Oggi invece appare sempre più chiaro come almeno quest’ultima conclusione appaia a dir poco forzata. E che, nonostante uno sguardo sull’Italia effettivamente nuovo e per certi versi sconcertante, Visconti col suo film d’esordio si tenga ancora ben al di qua o al massimo a lato dei confini neorealisti, soprattutto dal punto di vista espressivo.

Alla rappresentazione senza filtri di un paesaggio scabro e desolato e di un’umanità meschina e problematica, a un pessimismo di fondo che in tempi di regime fascista non può non avere un sapore liberatorio, si contrappongono scelte tecnico-espressive che quasi nulla hanno a che fare col cinema che si comincerà a fare di lì a poco. Il montaggio e soprattutto i movimenti di macchina da presa con cui Visconti racconta questa storia di adulterio e omicidio tratta da James M. Cain, assecondano complessivamente le regole di un cinema ancora strettamente narrativo. E se qualche stacco fra un’inquadratura e l’altra è più brusco del solito, fa pensare più agli accenti poetici del realismo francese degli anni Trenta, a Carné e soprattutto a Renoir, di cui Visconti non a caso è stato aiuto-regista, piuttosto che a quell’atteggiamento neorealista consistente nel lasciare autonomia e vita propria alle inquadrature, grazie a un montaggio dalle geometrie deboli ma naturali e non determinanti dal punto di vista del significato.

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19 novembre 2018

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