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Uno sguardo pudico all'assoluto

· ​Sessant'anni fa "La strada" vinceva l'Oscar per il miglior film straniero ·

Sessant’anni fa La strada di Federico Fellini vinceva l’Oscar per il miglior film straniero. Il film infatti è del 1954 ma arrivò negli Stati Uniti solo due anni più tardi e ricevette la statuetta l’anno successivo, nel 1957. Prima opera fra l’altro a venire premiata in questa che era allora una nuova categoria. Per festeggiare l’anniversario, lo scorso 27 marzo è stata organizzata in Vaticano una proiezione del film, su iniziativa di monsignor Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione, e alla presenza della nipote del regista, Francesca Fabbri Fellini, che ha dichiarato: «Ci tenevo molto che questa proiezione del film di mio zio avvenisse in un luogo come questo, la Filmoteca Vaticana, a un passo da Papa Francesco».

Anche a prescindere dalla sua qualità, è comprensibile il motivo dell’interesse per questa pellicola da parte del mondo cattolico. E in fondo si può dire che sia lo stesso motivo alla base dei pesanti giudizi che viceversa una buona parte della critica di sinistra espresse al momento della sua uscita nelle sale. Si tratta, infatti, di uno dei primi film italiani del secondo dopoguerra ad affrontare tematiche religiose, cristiane e cattoliche. Ma soprattutto, a farlo all’interno di un cinema che, dal punto di vista espressivo e per la scelta delle ambientazioni, si poteva definire ancora neorealista. Per mano di un autore, infine, che aveva contribuito a dare vita a quella gloriosa stagione di cinema ancorato al sociale, attraverso il lavoro in sede di sceneggiatura per opere come Roma città aperta e Paisà.
Tutto ciò non toglie, però, che La strada, così come il successivo (e a sua volta premiato con l’Oscar) Le notti di Cabiria (1957), tocchi questi temi nuovi in modo problematico e composito. In particolare, in entrambi i film Fellini dà una chiara rappresentazione del suo ambivalente, dicotomico atteggiamento nei confronti della spiritualità. Il regista riminese non fa mistero di nutrire una certa diffidenza nei confronti delle manifestazioni della religiosità organizzata. Basti dire che nelle due pellicole in questione c’è una giustapposizione di montaggio, e quindi un’esplicita equiparazione, fra una processione e un pellegrinaggio da una parte, e spettacoli di natura circense dall’altra. Anche se l’impressione è che il regista non si fidi dei sedicenti fedeli che partecipano a questi riti, più che dei riti stessi, che ravveda insomma una scarsa adesione autentica, una scarsa sincerità. Il disegno che viceversa fa del clero, infatti, è ancora piuttosto affettuoso. Fatto di figure umili ma capaci di dire qualcosa di illuminante. Gli alti prelati scostanti e muniti di un’autorità autonoma dall’immagine di Dio che dovrebbero veicolare, li vedremo solo più avanti, nel corso della filmografia felliniana.
Alle chiare manifestazioni di scetticismo nei confronti dei riti canonici e più in generale della religione ufficiale, in ogni caso, fa da contraltare in questi due film un cristianesimo vissuto in modo quotidiano, in piccoli grandi gesti, e anche un senso del sacro che non viene dichiarato esplicitamente ma viene suggerito in modo indiretto in più momenti. Ne La strada il discorso del personaggio del Matto – «Tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa, persino questo sassolino. Perché se questo fosse inutile, allora sarebbe inutile tutto» — evoca l’idea di un disegno della Provvidenza. Mentre ne Le notti di Cabiria è la grazia a salvare la protagonista dalla disperazione e da un eventuale suicidio. Grazia incarnata semplicemente da un gruppo di ragazzi che hanno per lei un piccolo ma finalmente sincero gesto di considerazione e di gentilezza. Fra l’altro, soltanto nelle edizioni per l’homevideo è stata reintrodotta in questo film l’importante sequenza di un uomo che gira di notte per portare qualcosa da mangiare ai senzatetto. Personaggio che dunque non si potrebbe immaginare più cristiano. In entrambi i film, poi, naturalmente, c’è una figura di donna martire, quasi un’icona cattolica i cui contorni sono appena smussati da tratti provenienti dalla commedia dell’arte, o meglio ancora dal mondo delle marionette.
Altrettanto problematico, d’altro canto, è il rapporto che questi film hanno con la dimensione sociale. Da una parte vi si discostano per tutti i motivi detti finora. Dall’altra, però, si può dire che vadano addirittura oltre a ciò che si era visto fino a quel momento sugli schermi del cinema neorealista. In direzione cioè di quel sottoproletariato astorico e in qualche modo intrinsecamente santo che popolerà il cinema di Pier Paolo Pasolini, non a caso cosceneggiatore de Le notti di Cabiria.
Ancora oggi, assieme ai detrattori dell’epoca, si può dire che in certe scelte di soggetto e di sceneggiatura vi sia qualche ombra, soprattutto nell’intenzione di rivolgersi a un pubblico più vario possibile. Il che può sminuire i film dal punto di vista strettamente artistico, ma non sul piano appunto della loro spiritualità. Di certo, si può dire che il modo che ha Fellini di guardare all’assoluto, è lo stesso, pudico, che ha Zampanò di guardare alle stelle per trovare la sua scomparsa Gelsomina alla fine de La strada. Talmente pudico da ritrarre subito lo sguardo.

di Emilio Ranzato

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24 febbraio 2018

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