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Uno sguardo limpido

· È morto lo scrittore spagnolo Miguel Delibes ·

È appena morto Miguel Delibes, forse lo scrittore che più ha accompagnato il mio cammino letterario, il maestro che ha ispirato i miei balbettii giovanili, lo specchio nel quale ho sempre voluto — invano — contemplarmi. Scrivere su di lui in questo momento di lutto è come fare una confessione generale sulla mia stessa vita, perché una parte sostanziale di questa è legata alla gioia che suscitò in me la lettura dei suoi romanzi nell'infanzia attonita, stupore che la sua umanità genuina provocò nella mia adolescenza inquieta, all'influsso sempre esaltante che la sua personalità ha irradiato, irradia e continuerà a irradiare su ognuno dei miei giorni.

I libri di Delibes mi hanno dato, oltre a molte ore di piacevole lettura, una profonda consolazione spirituale, poiché in essi appare sempre uno scrittore evangelico nel senso etimologico del termine. Uno scrittore che porta la buona notizia di un umanesimo di radice cristiana e si ferma dinanzi agli umiliati e agli offesi, dinanzi ai vecchi soli e ai bambini nel difficile passaggio alla maturità, dinanzi a quelle creature deboli e calpestate, dall'apparenza piuttosto insignificante, dinanzi a quanti il mondo vuole privare della voce, a quanti il progresso disumanizzante vuole confiscare l'anima, a quanti l'aria mefitica dei tempi intende avvelenare; e, nei libri di Delibes, questa voce è stata restituita, questa anima è stata riconsegnata, questo veleno ha trovato il suo antidoto.

Miguel Delibes ci ha dimostrato che la grande letteratura si può fare anche con buoni sentimenti, che nulla hanno a che vedere con il sentimentalismo pio. Perché la letteratura di Delibes è abitata da creature che sanguinano per la ferita della solitudine e della vulnerabilità, creature colpite nella loro dignità, spogliate degli affetti, minacciate da forze oscure che cercano di corrompere la loro natura primigenia; ma su queste insidie disumanizzanti c'è sempre una luce che viene dall'alto e le abbraccia amorevolmente, le protegge dall'intemperie, le rafforza nella loro epopea intima, le ristabilisce nella loro tremula e commovente umanità.

Miguel Delibes ha detto in un'occasione che per scrivere un romanzo sono necessari solo tre ingredienti: un uomo, un paesaggio e una passione; ma non ha menzionato il catalizzatore che trasforma questi tre ingredienti in una sostanza viva, il catalizzatore che è sempre presente nella sua opera: lo sguardo pulito dello scrittore che contempla pietosamente le vite di questi uomini, che chiarisce il mistero del paesaggio, che illumina le passioni più elementari, rendendole universali e senza tempo.

Miguel Delibes aveva questo sguardo limpido: e così riuscì a dar forma a una galleria di personaggi in intima connessione con il paesaggio fisico e morale — il paesaggio di Castiglia — che li aveva procreati; personaggi nel difficile momento della solitudine, e, o dinanzi all'abisso delle grandi scoperte vitali, che ci mostravano la loro anima intirizzita, i loro sentimenti in carne viva, con quella forma di sapida austerità che caratterizzava la sua scrittura, una scrittura sempre esatta, sprezzante degli sfoggi formali, che restituisce alle parole la loro missione primigenia di svelare il senso profondo delle cose.

Nei libri di Delibes l'uomo, l'insignificante e malridotto uomo, acquisisce un protagonismo essenziale, una dignità netta, scolpita nella sofferenza. E, accarezzato dalla sua scrittura, questo uomo insignificante e malridotto acquista, all'improvviso, coscienza della sua irripetibile, palpitante umanità: allora lo vediamo ribellarsi di fronte ai nostri occhi contro la sordidezza ambientale, lo vediamo lottare contro il destino fatidico che gli è stato assegnato, lo vediamo rivoltarsi contro l'ipocrisia sociale e le convenzioni asfissianti; ma nella sua lotta non c'è agitazione né vanità, bensì qualcosa come un candido e dolce vigore, una semplice assunzione della nobiltà che hanno voluto strappargli, una tragica e donchisciottesca rivendicazione della sua umanità fatta a pezzi.

Non potremo mai dimenticare l'ingenuità ribelle di Nini, protagonista di El camino, la solitudine patetica del vecchio Eloy in La hoja roja, la memoria lacerata di Daniel, il Mochuelo , in Las ratas , il soliloquio tortuoso di Carmen di fronte al cadavere del marito in Cinco horas con Mario, la schernita innocenza di Azarías in Los santos inocentes.

Come non potremo mai dimenticare lo scrittore che li sognò, quell'umanissimo figlio di Valladolid, sempre sfuggente alle adulazioni della fama, patriarca di una copiosa famiglia, in comunione perenne con una natura che acquisisce attraverso la sua scrittura una dimensione trascendente, come depositaria del mistero ultimo che presiede le nostre vite.

In pochi scrittori come in Delibes si conferma in modo tanto preciso quell'assioma che identifica lo stile con l'uomo. Questo uomo unico se ne è appena andato lasciandoci nella solitudine e nel pianto, orfani del suo alto esempio; ci rimane però la sua opera, come un tesoro inestinguibile che illumina il mistero della traversata umana sulla Terra, un mistero che Miguel Delibes ha risolto definitivamente, in un cielo più vasto e luminoso degli orizzonti di Castiglia.

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27 maggio 2019

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