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Uno sguardo ironico sul “periodo sicuro”

È il 1965. Adam Appleby, giovane studioso venticinquenne alle prese con la tesi di dottorato, nonché padre di tre figli (Clare, Dominic e Edward) è terrorizzato dalla probabilità che sua moglie, Barbara, sia di nuovo incinta: la famiglia abita in povertà in uno squallido appartamento, in cima a un vecchio edificio traballante di Londra. Fedeli ai dettami della Chiesa in materia di morale sessuale e controllo delle nascite, i due sposi cattolici vivono la loro vita intima di coppia in un’ossessione furtiva, ingombra di calendari, termometri e sensi di colpa: «Si erano imbarcati nel matrimonio con nozioni molto vaghe sul “periodo sicuro” e con una speranza fiduciosa nella provvidenza, che ora Adam trovava difficile accettare». Se Barbara annota quotidianamente le temperature dei suoi due termometri su una piccola «agendina cattolica», Adam segue con interesse la relazione intercorrente tra l’anno liturgico e il grafico delle variazioni di temperatura della moglie, ritrovandosi a essere «particolarmente devoto a quei santi le cui festività cadono nel così detto “periodo sicuro”, provando invece un certo turbamento quando tra i nomi trova qualche vergine martire».

Marc Chagall«La maternità e il centauro» (1957)

Il romanzo descrive un’ansiosa giornata del giovane ricercatore che, in balia di tormenti morali e contrattempi pratici, è incapace di ricavarsi un momento di pace per le sue ricerche nella sala di lettura del British Museum; piuttosto che lavorare alla sua tesi, intitolata solennemente La struttura delle lunghe frasi in tre moderni romanzi inglesi, continua infatti a essere distratto da problemi ben più prosaici, come il capire se, attraverso innumerevoli chiamate con i vecchi telefoni a gettone, sua moglie sia incinta per la quarta volta. Lodge restituisce in stile tragicomico l’immagine di una coppia che si tortura con metodi naturali complessi e farraginosi: «Clare era nata nove mesi dopo le nozze. Barbara aveva allora consultato un dottore cattolico che le aveva insegnato una semplice formula matematica per calcolare il periodo non fertile. Così semplice che Dominic era nato un anno dopo». Adam e Barbara, pur sforzandosi di vivere secondo i principi cattolici sull’argomento, guardano con ammirazione — e con una sorta di invidia — i nuovi progressi scientifici nel campo della contraccezione. La loro vita sessuale è logorante e anche quando Adam siede alla scrivania del British Museum, la sua mente è angosciosamente assorbita anziché dalla tesi di dottorato, dai complicati grafici e calcoli che ripercorrono le variazioni della temperatura basale di Barbara, come pure dall’ansia di dover mantenere una famiglia in procinto di allargarsi.

Nella prefazione, David Lodge, scrittore cattolico e professore universitario di letteratura inglese, rivela apertamente la motivazione e le idee che hanno ispirato il romanzo, dove le questioni morali, che la maggior parte dei cattolici sposati si ritrova a ponderare all’inizio degli anni sessanta, vengono affrontate in toni comici, ma mai beffardi e derisori. Il tema dominante è quello della dottrina della Chiesa sul controllo delle nascite (che nel caso di Adam e Barbara è un “non controllo”), un problema reso pressante dall’arrivo della pillola negli anni precedenti il concilio Vaticano II. Andando al British Museum, in un articolo di giornale, Adam è lieto di constatare come, durante i lavori del concilio, «il cardinale Suenens abbia richiesto una revisione radicale dei dettami della Chiesa riguardante il controllo delle nascite. Il cardinale Ottaviani ha ribattuto asserendo che le coppie cattoliche devono confidare nella divina provvidenza. Su nessuna altra questione, riferisce il corrispondente del giornale, le posizioni, al concilio, dei liberali e dei conservatori sono definite con altrettanta chiarezza».

È crollato il British Museum è una sorta di romanzo sperimentale, che mescola diversi registri stilistici, passando dalla forma epistolare, a quella diaristica, da quella colloquiale a quella della riflessione metafisica. David Lodge fa ampio uso del pastiche, incorporando passaggi in cui vengono imitati sia i motivi che gli stili di scrittura usati da vari autori inglesi (William Golding, Virgina Woolf, D. H. Lawrence, Ernest Hemingway): se nel quinto capitolo, ad esempio, Adam fantastica di essere il papa, prendendo spunto dal romanzo Adriano VII di Frederick Rolfe, nello stile di Graham Greene, invece, sono narrati il tema del tradimento, la coscienza della colpa, la teologia.

La parodia più toccante si ritrova nell’epilogo, dove i problemi coniugali di Adam Appleby sono contemplati da un’altra prospettiva, quella femminile di Barbara che, da semplice oggetto dei pensieri e delle percezioni del marito, diviene coscienza soggettiva della narrazione, esponendo finalmente il proprio punto di vista. Il suo monologo interiore è una chiara allusione all’Ulisse di James Joyce e richiama il flusso di coscienza di Molly Bloom, anch’ella moglie dapprima messa in ombra, ma destinata a recuperare la propria voce nel finale del romanzo. E con la meditazione di Barbara sui paradossi della sessualità, sulla storia del corteggiamento di Adam e del loro matrimonio, sembra ricomporsi l’ansia che ha improntato la narrazione fino a quel punto, in nome di una saggezza che con semplicità si affida allo scorrere dei giorni.

di Elena Buia Rutt

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16 ottobre 2019

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