Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Uno scrigno senza fondo

· ​Duecento anni di «Infinito» ·

Duecento anni fa, nella primavera del 1819, Leopardi si sedeva nella sua stanza del palazzo di famiglia a Recanati a scrivere l’Infinito, uno dei pochi scrigni poetici dei quali si può davvero dire che non hanno fondo. Pensiamo di averne finalmente carpito il segreto, e richiudiamo lo scrigno. Lo riapriamo, ed ecco che il carillon ci suona una musica che non avevamo ancora sentito. Non sono molte le poesie che partecipano dello stesso cerchio magico dell’Infinito. Ma ogni letteratura ne ha qualcuna. Goethe, Su tutte le cime…, Rilke, Gli amanti potrebbero…, Brecht, Nel cortile c’è un susino…., il Sonetto 18 di Shakespeare (Dovrò paragonarti a un giorno d’estate?), l’Ode su un’urna greca di Keats (Tu, sposa inviolata della quiete…) e forse la Carriola rossa di W. C. Williams (Molto dipende da una carriola rossa…). Se ne troverebbero in Francia, Spagna, Russia, Polonia, nell’America Latina e nell’antico oriente di Basho e Li Bai, senza dimenticare il recente Premio Nobel Bob Dylan, perché anche la sua All Along the Watchtower (Ci dev’essere una modo di uscire di qui…) è uno scrigno senza fondo. 

Non ho elencato gli italiani (il Montale di Forse un mattino è il primo che viene in mente), ma chiunque frequenti un po’ di poesia avrà già in mente i suoi padri e figli dell’Infinito e non ha bisogno di suggerimenti. Da quella primavera del 1819, sono duecento anni che L’infinito si fa desiderare. Ho sottomano una recente edizione dei Canti, svelta e propedeutica, con introduzione di Stefano Dal Bianco e commento di Francesco Capaldo, pubblicata dal gruppo Giunti (Firenze, Demetra, 2019, pagine 288, euro 5,90). «La pratica della filosofia — scrive Capaldo — ha insegnato [a Leopardi] che nulla può appagare il desiderio di piacere che la natura ha messo nel cuore dell’uomo. Però ogni volta che Giacomo ritorna sul colle avviene come un miracolo … l’infinito che non può raggiungere per mezzo della ragione … lo coglie nel battito del suo cuore… Quell’istante è immenso». È vero, come è vero che quell’istante immenso dà la pace senza negare il desiderio che lo abita.
Perché l’Infinito, come simbolo e riassunto dei Canti, è un poema del desiderio. Come in fondo lo è la Commedia, ma nella Commedia sappiamo qual è il “fine di tutti i disii”: un Dio che è infinito ma anche un “punto che raggiava lume”. L’infinito di Leopardi non è un dio, non è un punto, forse non c’è nemmeno, forse è nulla come l’immediato di Hegel, o magari è solo una funzione dell’orizzonte, del silenzio e dell’immensità. Altrimenti perché, a parte il titolo, nel testo comparirebbe solo come aggettivo (“quello infinito silenzio”)? Che cosa, dunque ci lascia da desiderare?
Il moderno poeta del desiderio non ci insegna a desiderare di più e meglio. Al contrario, ci mostra come siamo bravi a sabotare il nostro desiderio, a renderlo impossibile da realizzare.
Ci rivela che l’ostacolo al nostro desiderio è più desiderabile dell’oggetto desiderato. Per comprendere questo fenomeno bisogna distinguere tra l’oggetto del desiderio, ciò che apparentemente vogliamo, e l’oggetto perduto che sta dietro a ogni nostro desiderio contingente. È ciò che ci fa dire, passando accanto a una vetrina illuminata e piena di ultime novità, “Voglio quello!”, mentre in realtà tendiamo a qualcosa al quale non sapremmo nemmeno dare un nome. In questo abisso tra voglia conscia e desiderio inconscio si insinua l’ostacolo che ci rende difficile avere il “quello”, mentre in realtà fa solo da schermo all’oggetto perduto.
Il poeta crede che il suo desiderio sia quello di scrivere un grande poema. Ed ecco che gli si presenta subito, irresistibile, la voglia di perder tempo in cose irrilevanti. Così non scrive il grande poema, però può continuare a desiderarlo. È così affaccendato che dimentica la cosa più importante, cioè che il suo desiderio di gloria è lo schermo di una pulsione più profonda, che non conosce e non saprebbe nemmeno nominare.
Se guardiamo un film dell’orrore vogliamo che il protagonista si salvi, ma perché si salvi bisogna che prima sia in pericolo di morte. L’assassino o la creatura mostruosa sono l’ostacolo alla salvezza, ma anche ciò che causa in noi il desiderio che il protagonista si metta in salvo.
Desideriamo così, indirettamente, attraverso l’ostacolo, piuttosto che desiderare l’oggetto direttamente. Perdere l’ostacolo è peggio che perdere l’oggetto del desiderio. Perché l’ostacolo è la versione laica della tentazione, la distorsione della volontà capace di farci scegliere il contrario di ciò che desideriamo. “E veggio ’l meglio, et al peggior m’appiglio” diceva Petrarca citando la Medea di Ovidio, ma certamente pensava anche a san Paolo, Romani 7, 19: “Non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.
Come si fa, allora? Bisogna che il desiderio diventi l’oggetto stesso del nostro poema. È l’unico modo di scriverlo davvero, pur continuando a desiderare di averlo scritto. Dante, Petrarca e Leopardi ci sono riusciti. Di molti altri poeti, anche bravi, questo non si può dire.
In Leopardi, l’infinito è il “quello” che il poeta dice di desiderare. Non è l’oggetto perduto perché l’oggetto perduto sta dietro all’infinito, è più vasto dell’universo e più incommensurabile dell’infinito stesso (Leopardi lo sapeva benissimo, e lo dice con la massima chiarezza nei Pensieri). Ma nemmeno “quello” che diciamo di desiderare può essere veramente raggiunto. E dunque l’infinito viene sostituito da un ostacolo. Dalla siepe. Perché io possa continuare a desiderare l’infinito, bisogna che la siepe mi rassicuri del fatto che lo potrò solo fingere. E, per una volta, questa funzione della fantasia è innocua. Anzi è dolce. Soprattutto perché nell’Infinito è assente l’angosciosa domanda: che cosa vuole l’Altro (l’infinito) da me? Che cosa pretende “quello” che dico di desiderare? Per una volta, niente. Lo si può continuare a desiderare senza che eserciti nessuna ritorsione. Questa è la dolcezza del naufragarvi, questa è la consolazione che offre.

di Alessandro Carrera

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE