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Uno sciopero bolscevico fermò il giornale del Papa

· Il 10 settembre 1919 «L’Osservatore Romano» riprendeva le pubblicazioni dopo una sospensione forzata di due mesi ·

Ma nel 1870 era stato Pio IX in persona a ordinare lo stop delle rotative per otto giorni

È il 10 settembre 1919. L’Austria sta per firmare il trattato di pace di Saint-Germain e l’uomo più vecchio del mondo ha appena festeggiato negli Stati Uniti il suo centotrentunesimo compleanno in compagnia della figlia novantasettenne, quando «L’Osservatore Romano» riprende le pubblicazioni interrotte due mesi prima a causa dello sciopero dei tipografi di Roma. L’ultimo numero era uscito con la data del 9 luglio: si tratta dunque del più lungo blackout negli oltre centocinquant’anni di storia del quotidiano della Santa Sede.

Un evento eccezionale per il foglio vaticano, che di norma ferma le rotative soltanto la domenica e le feste comandate. Anche se nei suoi annali non mancano alcuni precedenti, sia pure di tutt’altro genere. Già nel primo decennio di vita il giornale incappò non di rado nella censura del Governo pontificio. All’inizio del 1870, per esempio, i rilievi mossi all’esposizione romana e una correzione apportata a una notizia dell’agenzia Stefani gli costarono una sospensione di otto giorni, ordinata personalmente da Pio IX. Il quale non perse l’occasione per bacchettare sonoramente il direttore Augusto Baviera — che peraltro era suo figlioccio — stigmatizzando per iscritto «l’imbecillità di chi scrive e chi rivede» le notizie apparse sul numero incriminato (26 febbraio). Nei giorni successivi il quotidiano non uscì e ricominciò le pubblicazioni con la data del 7 marzo.

È noto inoltre che in quello stesso anno la presa di Roma (20 settembre) costrinse il giornale a qualche settimana di «involontario riposo», come fu scritto, non senza una punta di amara ironia, sulla prima pagina dell’edizione del 17 ottobre. Nella quale «L’Osservatore Romano» annunciava «ai suoi benevoli lettori» il ritorno in campo (le pubblicazioni erano state sospese proprio con il numero datato 20 settembre) «non per farvi una irosa polemica, o accecato da fanatismo di partito», ma per restare «fedele a quell’immutabili principi di religione e di morale, di cui riconosce solo depositario e vindice il Vicario di Gesù Cristo in terra». Nobili propositi che il quotidiano — evidentemente tentato dall’occasione di lanciare anche una piccola campagna di marketing ante litteram — accompagnava con la solenne assicurazione che l’amministrazione «affine d’indennizzare gli associati della mancanza del giornale avvenuta dal 21 dello scorso Settembre a tutt’oggi è disposta a compensare questa mancanza nel prezzo de’ successivi rinnovamenti d’associazione».

Quel che non poté un «governo rivoluzionario», quasi mezzo secolo dopo poté uno «sciopero bolscevico». Fu infatti l’astensione dal lavoro proclamata dai tipografi romani la sera dell’8 luglio 1919 — il giornale, diretto da Giuseppe Angelini, si stampava allora nello stabilimento Riccardo Garroni in piazza Mignanelli, dove erano anche redazione e amministrazione — a obbligare «L’Osservatore Romano» a due interi mesi di silenzio forzato. Silenzio relativo, per la verità, in quanto le notizie delle udienze e delle nomine papali, l’informazione vaticana e il punto di vista sulle vicende italiane e internazionali normalmente espresso dall’organo della Santa Sede trovarono ospitalità sulle colonne del quotidiano di Firenze «L’Unità Cattolica». Una pubblicazione che non a caso lo stesso foglio vaticano considerava «egregia nostra consorella», tanto da provvedere a inviarla in sostituzione ai suoi abbonati durante il periodo dello sciopero.

In quei giorni «L’Unità Cattolica» appariva una sorta di giornale-fotocopia de «L’Osservatore Romano». A cominciare dalla foliazione e dalla veste grafica, per finire all’impaginazione e ai contenuti. Con una prima pagina dedicata in gran parte al notiziario internazionale e a quello vaticano, compresa la rubrica ufficiale «Nostre Informazioni» ripresa con esplicita indicazione della fonte dell’organo pontificio. E con i fogli interni che per lo più spaziavano tra cronaca italiana e locale (grande rilievo a quella toscana e fiorentina, ovviamente). Senza tralasciare commenti, avvisi religiosi, pubblicità (rigorosamente in terza e quarta pagina), amenità e curiosità varie: tra le quali spiccava appunto la notizia del compleanno del più longevo abitante del pianeta — tale John Shell, originario del Kentucky — che apparve tra le «brevi» pochi giorni prima della ripresa delle pubblicazioni del quotidiano della Santa Sede.

Proprio sulle pagine de «L’Unità Cattolica» si può seguire il serrato evolversi della vertenza che contrappose tipografi ed editori romani in quel caldo — è il caso di dirlo — scorcio d’estate del 1919. E leggere, per esempio, che alla fine di luglio l’assemblea dei lavoratori aveva respinto una proposta di compromesso presentata dalla controparte (aumento di 7,50 lire settimanali in cambio di un’ora al giorno di lavoro in più) deliberando di proseguire la protesta a oltranza.

Il classico spiraglio nella trattativa si intravide solo dopo più di un mese di duro braccio di ferro. Nell’edizione dell’11 agosto il quotidiano fiorentino annunciava con cauto ottimismo che, grazie alla mediazione del sindaco della capitale, si andava «verso l’accordo fra editori e tipografi dei giornali». Accordo rivelatosi poi al ribasso e tutt’altro che soddisfacente per le maestranze, come ammetteva più prudentemente il giornale del 23-24 agosto, riferendo che l’aumento settimanale si era ridotto a 7 lire, anche se era stato deciso di distribuire a fine anno fra i tipografi il fondo di 180.000 lire destinato inizialmente alle pensioni. «Ora però — scriveva preoccupato il foglio — il comizio di domani della classe operaia dovrà ratificare questi accordi»: il che «non è assolutamente certo». Infatti «la parte più combattiva degli scioperanti, ritiene che sia un troppo lieve beneficio quello che si otterrebbe di una lira al giorno dopo 50 giorni di sciopero». Meglio andare coi piedi di piombo, dunque. Come faceva cinque giorni più tardi il solerte cronista, che per l’ennesimo aggiornamento sulla vertenza sceglieva un titolo piuttosto problematico: «La fine dello sciopero dei tipografi romani?».

Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. A parte che «L’Osservatore Romano» — lo evidenziava sempre il quotidiano toscano — per la prima volta nella sua storia era «condannato al silenzio» da uno «sciopero bolscevico» a Roma. In un frangente in cui il resto d’Italia certo non se la passava meglio («attualmente il numero di scioperanti delle diverse categorie supera i 300.000» informava sulle stesse colonne un comunicato della Confederazione generale del lavoro), soprattutto a causa del malcontento contro il caro vita e delle agitazioni contadine che infiammavano le campagne.

Alla fine, proprio nel momento in cui «la resistenza nella lotta» raggiungeva i suoi toni più aspri, la vicenda giungeva a una svolta risolutiva. Sia pure «a malincuore» e senza «pregiudicare un futuro accordo con gli operai scioperanti e le loro organizzazioni», gli editori decidevano di riavviare la pubblicazione dei quotidiani. A partire dal «Giornale d’Italia», che tornò a essere stampato ai primi di settembre, seguito a ruota dagli altri fogli della capitale. Eccezion fatta per «L’Osservatore Romano»,che — a causa di difficoltà denunciate in una lettera al quotidiano fiorentino da Giuseppe Dalla Torre, allora presidente del consiglio di amministrazione e futuro direttore — fu l’ultimo a riapparire nelle edicole con la data del 10 settembre, «dopo due mesi di forzato silenzio che a noi è tornato oltremodo penoso» come si leggeva nell’editoriale.

Il quotidiano della Santa Sede veniva stampato ora nella tipografia s.e.c.i., in via del Bufalo, in «uno stato di precarietà — lamentava — che ci costringe perfino ad anticipare l’ora della nostra pubblicazione». In compenso, il foglio dimostrava di non aver perso nulla del suo imperturbabile aplomb professionale.

Basta dare un’occhiata alla cronaca romana di quel numero, che così concludeva il resoconto di scioperi, disordini e devastazioni accaduti nella capitale durante il periodo di assenza: «Il caldo opprimente di agosto e che ancora oggi, alla metà di settembre, si fa sentire abbastanza forte, ha dato luogo a qualche squilibrio e vari furono i suicidi nei passati due mesi, in compenso pochi furono i fatti di sangue che si succedettero mentre invece il lavoro dei ladri si intensificò maggiormente che nella passata stagione».

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