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Uno sceneggiatore
chiamato Shakespeare

· Il Bardo e il grande schermo da Akira Kurosawa a Baz Luhrmann ·

Pochi nomi non cinematografici hanno influenzato la storia del grande schermo quanto quello di William Shakespeare. Fra trasposizioni ufficiali, prestiti più o meno dichiarati, parafrasi e parodie, sono decine e decine i film che, fin dai tempi del muto, si sono ispirati al poeta e drammaturgo inglese.

Nell’appropriarsi della sua opera, d’altronde, i registi sanno di garantirsi uno sceneggiatore ineguagliabile, nonché una fonte di richiamo per il grande pubblico, cosa rara fra l’altro per quanto riguarda i nomi del teatro. Il più delle volte però si scelgono anche uno scomodo, anzi scomodissimo compagno di viaggio. Perché se si opta per la trasposizione fedele, ci si ritrova addosso gli occhi dei puristi, se viceversa si sceglie la strada dell’adattamento nel contesto di un altro assetto drammaturgico — che può essere l’ambientazione contemporanea o il cinema di genere — il problema è far convivere due sensibilità molto diverse.

Pur calando il racconto nella storia medioevale del proprio Paese, con Il trono di sangue (Kumonosu-jo, 1957) Akira Kurosawa traspone la trama del Macbeth senza grandi variazioni che non siano il taglio o la modifica di qualche figura di contorno. D’altro canto, però, rinuncia del tutto ai versi originali, e può permetterselo perché alla poesia del testo ha la capacità unica di sostituire quella delle immagini. In particolare, il regista giapponese dà fondo a ciò che sempre gli riuscirà meglio, da Ran a Sogni, da Kagemusha a Rapsodia in agosto, ovvero dare una forma visiva al delirio della guerra e delle conseguenze dell’avidità di potere. E così l’immagine della foresta in movimento nell’epilogo, tanto per fare un esempio, ha l’ambiguità tipica di tante immagini shakespeariane, sul crinale fra dati reali, fenomeni sovrannaturali e spettri interiori che si concretizzano.

Ai suoi esordi Kenneth Branagh aveva fatto parlare di sé come di un nuovo Olivier, e bisogna essere dei passatisti incalliti per negare che ha superato il proprio modello. Sicuramente lo ha aggiornato. Fra le visite più episodiche, invece, sono da citare almeno il Macbeth (1971) di Roman Polanski, calato in un contesto dalla credibilità storica che ne attenua il fascino ma ne attualizza e rende quindi ancora più terribile la portata ideologica, Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Rosencrantz and Guildenstern are dead, 1990) di Tom Stoppard, rilettura obliqua dell’Amleto che ne enfatizza gli aspetti surreali, sottolineando così l’empatia con il teatro di Samuel Beckett, e il William Shakespeare’s Romeo+Juliet (1996) di Baz Luhrmann — unica trasposizione in ambientazione contemporanea veramente convincente — che ha dalla sua l’idea geniale di spingere l’acceleratore sul postmoderno più estremo, al punto da ricreare un universo sufficientemente astratto da poter accogliere senza attriti il temuto pentametro giambico, fedelmente riproposto.

di Emilio Ranzato

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21 febbraio 2018

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