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Uno scenario
estremamente complesso

· ​Dietro la crisi politica in Israele ·

Il risultato elettorale era sembrato un successo oltre le aspettative per il premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu, che aveva conquistato in modo più netto del previsto il diritto a formare una nuova maggioranza, grazie a una possibile coalizione (il Likud è arrivato a 35 seggi e l’ipotetica alleanza di centrodestra a 65 su 120). In Israele vige il sistema elettorale proporzionale e quindi le maggioranze di governo si formano in realtà solo dopo il voto in parlamento, ma tutto faceva pensare che i numeri conquistati nelle urne da forze politiche affini e che già avevano collaborato potessero spianare la strada facilmente a un quinto mandato da premier a Netanyahu, il quale si è distinto negli ultimi tempi per la sua intesa col presidente degli Stati Uniti Donald Trump (che negli ultimi mesi ha spostato l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e ha riconosciuto il possesso a Israele delle Alture del Golan) e per le posizioni ferme nei confronti dei palestinesi e dell’Iran. Netanyahu aveva ottenuto una vittoria tutto sommato piena nonostante le difficoltà non da poco che lo avevano accompagnato nei mesi precedenti, prime fra tutte le inchieste per corruzione e frode che lo hanno visto chiamato in causa, le nuove tensioni con la Striscia di Gaza e la gestione dei rapporti con Hamas. Temi che sono stati alla base della crisi di governo che ha portato alle scorse elezioni anticipate (a novembre il ministro israeliano della difesa, Avigdor Lieberman, esponente di primo piano della maggioranza di governo, aveva dato per protesta le sue dimissioni, spiegando che la sua decisione era conseguenza appunto della tregua raggiunta con Hamas). Con il voto del 9 aprile il consolidamento del governo Netanyahu sembrava comunque cosa fatta. Il fatto che non sia andata così è forse un altro segnale delle difficoltà vissute oggi dalle democrazie occidentali, dove quasi ovunque il voto si va frammentando, rendendo sempre più difficile costruire coalizioni. In Israele poi molti partiti rappresentano in modo abbastanza preciso alcune fette della società, e questo cristallizza il voto. Netanyahu, perciò, raggiunta la scadenza temporale prevista dalla costituzione israeliana, ha rimesso l’incarico nelle mani del presidente Reuven Rivlin, il quale ha sciolto la Knesset e indetto nuove elezioni parlamentari per il 17 settembre, per una seconda tornata elettorale nello stesso anno, circostanza senza precedenti nei 71 anni di storia di Israele.

I temi scottanti che non hanno permesso di raggiungere un accordo di governo sono molti, ma l’elemento che ha fatto saltare ogni discussione è la leva militare obbligatoria per i giovani ultraortodossi, sul quale c’è stato uno scontro aspro tra i partiti religiosi (Shas, United Torah Judaism e l’Unione dei Partiti di Destra) e ancora Avigdor Lieberman, leader del partito ultra-nazionalista di destra. L’insistenza di Lieberman a inserire nel programma il servizio militare obbligatorio anche per i religiosi ha costituito uno scoglio insuperabile. L’esenzione dalla leva per gli ebrei ortodossi è una questione storica in Israele: nel 2017 una sentenza dell’Alta corte di giustizia sollecitava il governo a individuare una soluzione, e nella primavera 2018 si era già andati vicini a una crisi perché sempre Lieberman era riuscito a far approvare una legge con l’aiuto dell’opposizione per iniziare a estendere l’obbligo militare, legge rimasta poi lettera morta.

C’è poi la questione drammatica di Gaza, dove nell’ultimo anno tensioni e violenze sono tornate a crescere, con episodi di scontri aperti e due tregue raggiunte tra Israele e Hamas tutt’ora fragili.

In questo contesto, le prossime elezioni aprono scenari politici complicati. Lo scontro nella destra potrebbe trovare nelle urne una resa dei conti, ma non è facilmente prevedibile a favore di chi. Difficile anche capire se da questo complesso scenario potranno trarre giovamento i rivali politici di Netanyahu. La nuova alleanza di partiti di centro e centro-destra “il Blu e il Bianco”, guidata dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito, Benny Gantz, e da Yair Lapid ha già ottenuto ad aprile un clamoroso exploit guadagnando lo stesso numero di seggi del Likud, ma non è chiaro quali margini di crescita possa avere, mentre i suoi potenziali alleati sono lontani dal poter garantire un valido supporto numerico alla maggioranza (i laburisti sono crollati a 6 seggi). Un’ipotesi che torna è quella di un governo di unità nazionale fra Gantz e Likud, ma il prezzo sarebbe l’estromissione di Netanyahu, il quale tuttavia non sembra disposto a cedere docilmente.

di Osvaldo Baldacci

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19 gennaio 2020

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