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Uniti per l’ambiente

· Successo in Francia dell’iniziativa «Église verte» lanciata da cattolici, ortodossi e protestanti ·

Si sperava di raggiungere la quota di cento certificazioni “Chiesa verde” entro il 2020, ma sono già più di 300 le comunità di fede e luoghi di culto che hanno risposto positivamente all’iniziativa lanciata nel settembre 2017 dalle Chiese cattoliche, ortodosse e protestanti di Francia, insieme ad alcune organizzazioni, per incoraggiare la conversione ecologica ed esprimere il proprio impegno per la tutela dell’ambiente. Un’idea già diffusa in Canada, nel Québec, e in altri Paesi d’Europa: le “Eco Churches” del Regno Unito, il “Gallo verde” in Germania, o le “Congregazioni verdi” in Norvegia.

«La certificazione Église verte è in continua crescita e sono ormai 312 le comunità che hanno ricevuto questo riconoscimento — si può leggere sull’ultimo bollettino del sito dedicato — una testimonianza dell’impegno della Chiesa nel mondo, uno sforzo coraggioso di coerenza da parte dei cristiani e una reazione forte allo sconforto».

Il successo di questa iniziativa «è confermato dal fatto che l’etichetta verde non è stata soltanto richiesta dalle parrocchie, ma da numerose altre comunità — scuole, congregazioni, monasteri — e le candidature iniziano a giungere anche dall’estero».

Per aderire al progetto “Chiesa verde”, basta iscriversi sul sito internet aperto nel gennaio 2018 in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Una facilità di accesso che ha spinto non solo numerose parrocchie, ma anche alcuni monasteri, scuole e congregazioni a migliorare le proprie pratiche ambientali alla luce dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.

La prima tappa consiste nel riunire un piccolo gruppo di persone motivate, autorizzate dai responsabili della parrocchia, per compilare un modulo online con delle domande per un’ecodiagnosi.

«È importante che la richiesta provenga dalla parrocchia e non sia espressione di una mobilitazione marginale», spiega al quotidiano La Croix Jean-Pierre Charlemagne, membro della ong A Rocha che sostiene il progetto.

L’eco-diagnosi comprende cinque temi a scelta: celebrazioni e catechesi, terreni, edifici, impegno locale e abitudini di vita. Dopo aver selezionato due temi e risposto a un breve questionario, la candidatura all’“etichetta verde” viene inviata online e riceve, dopo l’eventuale accettazione, il primo livello di certificazione chiamato “granello di senape”. Sono previsti cinque livelli di certificazione, in base agli indicatori e alle attività concrete intraprese, che prendono il nome da piante bibliche: granello di senape, giglio dei campi, vite, fico, cedro del Libano, anche se finora nessuna struttura ha raggiunto il massimo livello.

Ecco perché il suo sostegno — anche economico — diventa sempre più importante. Inizialmente, il progetto è stato sostenuto economicamente dai suoi stessi enti fondatori, poi dovrebbero subentrare le contribuzioni da parte delle chiese e delle strutture certificate e da singoli donatori.

Questi contributi non sono però al momento sufficienti, si legge sul sito, e per questo l’organizzazione, pubblicando il bilancio dei due anni di attività, fa appello alle comunità a sostenere la chiesa verde.

Nel 2018, trentadue comunità con l’etichetta verde hanno partecipato versando in media 250 euro a testa. Tra queste la Congregazione delle suore di Maria Ausiliatrice, il centro di aiuto ai rifugiati Le Cèdre, la Comunità ecumenica di Caulmont. Le spese in questi anni sono cresciute parallelamente all’impegno e le due persone attualmente impiegate part-time non sono più sufficienti. Un dato tutto sommato positivo, che dimostra la crescita dell’interesse, testimoniata anche dalle richieste di partnership provenienti dall’estero.

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29 gennaio 2020

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