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Unità non è uniformità

La seconda giornata di Papa Francesco in Cile è cominciata a Temuco, capitale della regione dell’Araucanía a 689 chilometri a sud di Santiago. La mattinata è stata dedicata ai Mapuche, il popolo autoctono che subisce «ingiustizie di secoli». Alla messa, celebrata nella Patagonia cilena australe, il gregge della Chiesa locale ha risposto con entusiasmo alla voce del pastore che ha salutato usando la lingua dei popoli autoctoni per iniziare l’omelia: «Mari, Mari (“buongiorno”). Küme tünngün ta niemün (“la pace sia con voi”)». Secondo le autorità, nell’aerodromo di Maquehue sono state circa centocinquantamila le persone presenti, che hanno riservato una calorosa accoglienza.

All’inizio della celebrazione eucaristica un gruppo di mapuche con i loro tipici abiti ha reso omaggio al Papa, suonando strumenti tradizionali. Il gruppo era composto da tre uomini lonkos, i capi all’interno della comunità mapuche che ricoprono ruoli politici, amministrativi e religiosi. Tradizionalmente, i leader del gruppo. E poi da cinque donne gnimin, che si occupano della salute della comunità tramite il legame speciale con la terra e l’ambiente naturale che, oltre ad avere una dimensione sacra, sono considerati patrimonio indiviso della comunità. I disegni dei loro manti raccontano la storia passata e presente della loro comunità e costituiscono una sorta di carta d’identità della persona con cui si sta parlando. E anche Papa Francesco ha dato importanza a questo aspetto durante l’omelia: «Un bel chamal (manto) richiede tessitori che conoscano l’arte di armonizzare i diversi materiali e colori; che sappiano dare tempo a ogni cosa e a ogni fase. Potrà essere imitato in modo industriale, ma tutti riconosceremo che è un indumento confezionato sinteticamente. L’arte dell’unità esige e richiede autentici artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei "laboratori" dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei paesaggi».

Tra la folla era presente un nutrito gruppo rappresentante delle comunità mapuche argentina, con bandiere e l’immagine della Madonna di Luján. Imponente il palco addobbato in prevalenza con i colori bianco e oro, sul quale è stato allestito l’altare, un chiaro richiamo alla cultura dei gruppi autoctoni del paese. I celebranti hanno indossano paramenti decorati di rosso con motivi caratteristici dei mapuche. Francesco ha quindi presieduto l’Eucaristia, concelebrata da numerosi vescovi e sacerdoti del Cile. «Questa terra, se la guardiamo con gli occhi dei turisti, ci lascerà estasiati — le parole di Francesco — però dopo continueremo la nostra strada come prima. Se invece ci avviciniamo al suolo lo sentiremo cantare: “Arauco ha un dolore che non posso tacere, sono ingiustizie di secoli che tutti vedono commettere”». Allietata da canti dalle inconfondibili sonorità della regione, la messa si è svolta in spagnolo e a scandire i passaggi tra le letture il soave suono degli strumenti musicali, tra cui la pifilca, che con armonia si completano a vicenda con le sequenze di gesti e di formule verbali. «In questo contesto di ringraziamento per questa terra e per la sua gente, ma anche di sofferenza e di dolore, celebriamo l’Eucaristia», ha detto il Papa. Nell’aerodromo di Maquehue ha anche precisato che «l’unità, se vuole essere costruita a partire dal riconoscimento e dalla solidarietà, non può accettare qualsiasi mezzo per questo scopo». Sono due, per Francesco, le «forme di violenza» che «più che far avanzare i processi di unità e riconciliazione finiscono per minacciarli». In primo luogo, gli accordi «belli» che non giungono mai a concretizzarsi: «Belle parole, progetti conclusi sì — e necessari — ma che se non diventano concreti finiscono per cancellare con il gomito quello che si è scritto con la mano. Anche questa è violenza, perché frustra la speranza». In secondo luogo, «è imprescindibile sostenere che una cultura del mutuo riconoscimento non si può costruire sulla base della violenza e della distruzione che alla fine chiedono il prezzo di vite umane». In particolare questo passaggio è stato sottolineato con un applauso intenso da parte di tutti i presenti. Il Papa ha poi concluso chiedendo ai presenti di essere «artigiani di unità», l’unica arma che abbiamo contro la «deforestazione» della speranza, ha concluso. E al termine ha voluto salutare personalmente tutti i porporati e i presuli intervenuti.

Dopo la messa Papa Francesco si è trasferito in auto alla casa Madre de la Santa Cruz, retta dalle suore della Santa Croce, dove ha pranzato con alcuni rappresentanti dei popoli dell’Araucanía. Al pranzo, oltre al vescovo di Temuco, monsignor Hector Eduardo Vargas Bastidas, sono stati ammessi undici abitanti dell’Araucanía, tra cui otto membri del popolo mapuche. Il menu era a base di ragù di champignon, carpaccio di polipo con bruschette e grana padano, chele di granchio con salsa golf, ossobuco cremolato con risotto allo zafferano e verdure saltate, panna cotta.

Poi il Papa è ripartito per la capitale dove ad attenderlo erano i giovani cileni, nel santuario di Maipú a Santiago, alle ore 17.30 locali (21.30 ora di Roma). «So che il cuore dei giovani cileni sogna e sogna in grande — ha detto il Papa dopo aver ascoltato la testimonianza di Ariel, uno dei giovani presenti — perché da queste terre sono nate esperienze che si sono allargate e moltiplicate attraverso diversi paesi del nostro continente». A un certo punto del suo discorso, Francesco si è fermato per stare idealmente vicino a una ragazza che si era sentita male ed è stata portata via, invitando la folla a fare altrettanto. Il clima di festa è poi proseguito e davanti al santuario gremito il Papa ha chiesto ai giovani partecipazione. «La Chiesa ha bisogno che voi diventiate maggiorenni spiritualmente, e abbiate il coraggio di dire: “Questo mi piace, questo non va bene, potete dire quello che pensate”». Il riferimento di Francesco è stato all’incontro per i giovani di tutto il mondo che si svolgerà a Roma la settimana prima della domenica delle Palme: «Ho paura dei filtri», ha detto a braccio, «voglio ascoltarvi direttamente: è importante che voi parliate e non vi lasciate tacitare. Se non parlate, come possiamo aiutarvi?». Durante l’incontro dei giovani, saranno loro dunque i protagonisti: «Cattolici e non cattolici, cristiani e di altre religioni». Chi le ha promosse? «Giovani come voi che hanno saputo vivere l’avventura della fede. Perché la fede provoca nei giovani sentimenti di avventura, che invita a viaggiare attraverso paesaggi incredibili, per niente facili, per niente tranquilli... ma a voi piacciono le avventure e le sfide. Anzi, vi annoiate quando non avete delle sfide che vi stimolano».

La lunga giornata di Francesco si è conclusa all’Università cattolica del Cile, istituto scelto come la migliore università latinoamericana del 2017. Qui, il suo ingresso è avvenuto sulle note della Misa criolla, composta nel 1964 dal musicista argentino Ariel Ramirez (“messa creola”, cioè dei nativi latinoamericani). Popolarissima in tutto il continente, questa è la musica liturgica delle periferie, di questa «fine del mondo» da cui proviene anche Papa Francesco. Musica suggestiva, parole in spagnolo e note andine. Si sentono tamburi e flauti di canna. La voce del solista era piena e aperta, azzurra come i cieli delle Ande dai quali sale per arrivare «en las Alturas», nell’alto dei cieli.

Il Papa si è rivolto al rettore, ai professori e a tutta la comunità universitaria: «Siete chiamati a generare processi che illuminino la cultura attuale proponendo un umanesimo rinnovato che eviti di cadere in ogni tipo di riduzionismo».

dal nostro inviato Silvina Pérez

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18 marzo 2019

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