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Unità nella mutevolezza

· Una storia “verticale” del Mediterraneo ·

Nel novembre del 1933, Paul Valéry tenne una conferenza all’Université des Annales dal titolo «Ispirazioni mediterranee», in cui sosteneva: «Mai in nessun altro luogo, entro una superficie così circoscritta e in un lasso di tempo così breve sono stati rilevati tanto fervore intellettuale, tanta produzione di ricchezze».

Al centro dell’interpretazione di Valéry vi era la convinzione che il bacino del Mediterraneo avesse svolto un ruolo cruciale nella formazione del pensiero europeo, grazie alle sue peculiari caratteristiche fisiche. Ebbene, nel libro – che Giovanni Cerro recensisce – Il grande mare. Storia del Mediterraneo (Milano, Mondadori, 2013, pagine 695, euro 35), David Abulafia, docente di storia del Mediterraneo all’università di Cambridge, ribalta il punto di vista di Valéry. Abulafia considera il Mediterraneo come area politica, commerciale e culturale piuttosto che come ambiente geografico, anche se – più che Valéry – il suo bersaglio polemico è lo storico francese Fernand Braudel, autore nel 1949 dell’influente volume Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo ii.

"L’unità della storia del Mediterraneo secondo Abulafia – conclude Cerro – risiede nella sua mutevolezza, nell’essere un luogo di interazione dinamico segnato dai viaggi dei mercanti e dalle diaspore degli esuli, dai traffici degli schiavi così come dai cammini dei pellegrini".

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07 dicembre 2019

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