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Unità e armonia
in un volto eclettico

· Ricordo del rabbino italiano Giuseppe Laras ·

l rabbino Giuseppe Laras

ll volto eclettico di Giuseppe Laras (morto a Milano il 15 novembre) trovava unità e armonia nel suo essere e vivere da ebreo: «Figlio della Shoah e cittadino europeo», così si definisce nell’ultima lettera alla comunità ebraica, quando ormai la malattia incombeva inesorabile.
Un’esistenza con esperienze diverse, arricchenti sempre anche se dolorose: «Durante la mia vita — soleva dire — ho potuto vivere in prima persona il tramontare e il sorgere di mondi diversi, con inquietudini e speranze. La distruzione degli ebrei d’Europa ha sfiorato la mia esistenza, segnandola per sempre. Misteriosamente, grazie alla forza e al coraggio di mia madre, il Santo e Benedetto ha voluto che sopravvivessi agli orrori e alle ceneri della Shoah».
La fede viva, trasmessa dalla famiglia e dal popolo eletto — appartenenza vissuta con fierezza — lo ha sorretto a nove anni quando, nel 1944, i fascisti bussarono alla porta della casa della nonna a Torino (città in cui era nato il 6 aprile 1935), dove si era rifugiato con la madre, e lo ha guidato in tutti i suoi passi.
Laras è stato studioso insigne e docente universitario di filosofia medievale e rinascimentale, del pensiero di Maimonide, autore di importanti saggi sul pensiero e la tradizione ebraica (La mistica ebraica; Onora il padre e la madre; Meglio in due che da soli. L’amore nel pensiero di Israele).
I tre volumi, Ricordati dei giorni del mondo, sono stati pensati come un viaggio all’interno del pensiero ebraico ma anche nella traiettoria delle sue esperienze personali e degli intensi rapporti intessuti con maestri italiani e israeliani. «Volevo scrivere — ebbe a dire — qualcosa che riassumesse il mio interesse dominante, lo svilupparsi, il divenire del pensiero ebraico nel corso dei secoli».
Rabbino di varie comunità e infine rabbino capo di Milano, Laras fu anche presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana e presidente del tribunale rabbinico del centro nord Italia; nel 2015 gli venne conferito il titolo di dottore della biblioteca ambrosiana.
L’amicizia e l’intesa spirituale con il cardinale Carlo Maria Martini hanno costituito un segno di grande larghezza di spirito e di profonda umanità. Al riguardo Laras affermò: «Se il dialogo ebraico-cristiano nel mondo è potuto esistere, svilupparsi e coinvolgere persone, nonostante le molte difficoltà, lo si deve soprattutto al cardinal Martini, alla sua determinazione, alla sua forza morale e alla sua fede».
Non poté essere presente alla visita del cardinale Scola al Tempio di Milano ma scrisse una lettera che mira al centro: «Spetta a tutti noi, cristiani ed ebrei, cogliere l’opportunità per fare della Bibbia il futuro, diverso eppur sinergico, delle nostre due Comunità di fede, ridando linfa alla civiltà occidentale. E spetta con urgenza estrema ancora a noi restituire alla Bibbia la sua voce reale, escatologica e divina, che non può essere in alcun modo ridotta a manuale laico per assistenzialismi, buonismi e pacifismi di sorta. Quest’ultima dilagante, perversa attitudine coincide con l’offesa della moralità e dell’intelligenza dei non credenti e con lo svilimento del ruolo e dell’identità del credente, che è anch’egli peccatore e per nulla esente da colpe o meschinità. La riduzione della Bibbia a sola etica mondana o a utopia è una forma né coraggiosa né onesta di ateismo».
Una profonda umiltà caratterizzava la sua persona. «Il mio carattere non facile — affermava — mi ha permesso di sopravvivere ad alcuni gravi rovesci della mia vita, causandomi tuttavia anche incomprensioni e problemi. Nel corso del mio servizio alle nostre Kehillòth, mi auguro, tuttavia, di aver aiutato e rinfrancato più persone di quante possano essere state quelle respinte dalle mie difficoltà caratteriali, a cui vanno le mie scuse».
Alla sua comunità Laras consegna una mitzvah, un compito: «Una delle mitzvath più misteriose e difficili da comprendersi è quella dell’ahavàth Israel, dell’amore responsabile degli ebrei per gli altri ebrei e per l’intero popolo ebraico. Questa grandissima mitzvah deve essere riscoperta in tutta la sua forza, la sua eloquenza e la sua creatività da parte di noi ebrei italiani». Grande ed autentica sfida però per ogni persona.
Da rabbino aveva sempre donato la benedizione per accompagnare la comunità, ora, nel suo testamento, la fa scendere su chiunque l’accolga: «Che il Santo e Benedetto tutti Vi protegga e accompagni, facendo splendere il Suo volto su di Voi e benedicendo il Suo Popolo con la pace». Lo scortiamo, con la sua famiglia, nell’ultimo viaggio verso Eretz Israel, la terra d’Israele, dove, come aveva desiderato, sarà sepolto: «Che il suo ricordo sia di benedizione».

di Cristiana Dobner

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27 gennaio 2020

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