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Unità della Chiesa

· Il discernimento secondo Ireneo di Lione ·

«Discernere è l’operazione più urgente nella vita della Chiesa, che dovrebbe essere conosciuta ed esperita sia dal singolo fedele battezzato sia dalla comunità cristiana nel suo insieme, dal popolo di Dio»: è quanto ha detto, nella mattina di mercoledì 5, il fondatore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, aprendo il ventiseiesimo convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa dedicato al tema «Discernimento e vita cristiana». La sessione inaugurale dei lavori, che si protrarranno fino a sabato 8 e sono promossi e ospitati a Bose in collaborazione con le Chiese ortodosse, ha visto gli interventi di Filofej Artjušin, dell’Accademia teologica di Mosca, sul discernimento nei testi paolini, e del vescovo ortodosso di Sacramento, sul discernimento ecclesiale in sant’Ireneo, della cui riflessione pubblichiamo ampi stralci.

Gli apostoli Pietro e Paolo  (cattedrale di Santa Sofia a Novgorod)

Il “discernimento”, nel nostro discorrere ordinario, è in genere attribuito al dominio della pratica spirituale e della teologia ascetica. Questo tipo di ascesa verso la santità si produce quando il nous, purificato dalle passioni e rafforzato da un’obbediente disciplina ascetica, diviene più perfettamente capace letteralmente di una diakrisis, cioè di un giudizio basato su di una retta divisione di categorie contrapposte. Il giusto dall’errato. Il santo dal profano. Ciò che unisce da ciò che porta all’apostasia. O, per esprimerla con il linguaggio scritturistico della prima disciplina ascetica dell’uomo, la «conoscenza del bene e del male». È il giusto discernimento di tali realtà che permette alla fatica ascetica dell’uomo di dare accesso alla theoria, alla reale, esperienziale visione del Divino, alla cui Vita si viene uniti.

Ciò significa che prima dell’esercizio del discernimento interiore, noetico, deve venire il discernimento di quello stesso Corpo, il discernimento della Chiesa. Prima che un uomo possa affilare con frutto la sua percezione spirituale così che lo conduca a una profonda unione con Cristo in quanto Uno della santa Trinità, egli deve correttamente sapere dove e che cosa è il suo Corpo, dove e che cosa è la sua Chiesa.

Questo tipo di discernimento per sant’Ireneo era di estremo interesse per delle ragioni che erano eminentemente pratiche, pastorali. Ai suoi giorni, la Chiesa esisteva in un contesto in cui corpi variabili in rapida diffusione e in continua espansione spesso cercavano di avocare a sé un’eredita comune. Sebbene non tutti i gruppi che gli studiosi comunemente raggruppano insieme come “gnostici” fossero all’origine cristiani (realtà oggi ben compresa), nondimeno un gran numero di loro lo era. E naturalmente erano queste le sette da cui Ireneo, in quanto pastore di un gregge martire, era più inquietato.

È per questo che sant’Ireneo li sentiva come una grande minaccia per i cristiani: non perché fossero così “diversi”, ma perché erano così “simili”. La questione all’ordine del giorno era precisamente cosa facesse sì che essi erano nell’errore e la Chiesa nel giusto. È qui che l’ecclesiologia era sentita da sant’Ireneo come una realtà ascetica. Individuare la Chiesa, discernere cosa essa fosse, dove e come fosse. Dal momento che la Chiesa è il Corpo di Cristo, un’affermazione fondamentale di sant’Ireneo è che solo al suo interno e come Chiesa un uomo può ascendere all’unico Dio che realmente esista, l’unico Padre eterno dell’Unigenito Figlio, insieme al suo Spirito. Lo sforzo verso il discernimento delle realtà spirituali e verso la trasformazione ascetica che esso genera conduce a risultati radicalmente diversi quando è praticato all’interno della Chiesa o fuori di essa. «È vera soltanto questa predicazione della Chiesa», nota Ireneo; fuori dalle sue braccia, l’uomo «subisce una ferita» per ogni tentativo di sforzo spirituale. Egli deve piuttosto «prendere il latte dal seno della Chiesa ed essere nutriti dalle Scritture del Signore. La Chiesa infatti è stata piantata come un giardino» e all’esterno di questo giardino si trovano molte cose, ma c’è solo una cosa che non mente: il Corpo di Cristo nella sua pienezza. Il Corpo e il Cristo, infatti, sono la stessa cosa e l’unione con l’uno significa la vita nell’altro. Senza di lui si possono studiare gli stessi concetti, leggere gli stessi testi, ricevere e riecheggiare le stesse parole, ma il risultato finale della fatica intrapresa condurrà a qualcosa di totalmente differente.

Naturalmente, la questione ascetica diviene quindi come lo si deve fare? Come si discerne la Chiesa e si è uniti a lei cosicché l’ascetismo interiore, spirituale possa svilupparsi in quanto sentiero che conduce alla vita? È qui che sant’Ireneo espone una serie di principi ecclesiologici che servono come fondamenta per la vita spirituale — forse uno dei suoi doni più potenti, e meno studiati, alla storia del pensiero cristiano. Per il vescovo di Lione, l’ecclesiologia non è né storia né istituzionalismo, né autoritarismo. È una visione sul luogo della santificazione e della vita eterna. L’ecclesiologia è l’incarnazione dell’ascetismo, e dunque l’asceta deve prima e prima di tutto essere uno che ha fatto discernimento sulla verità della Chiesa.

Un primo principio è che la Chiesa è una. Naturalmente, Ireneo precede la definizione conciliare di «una, santa, cattolica e apostolica Chiesa» di più di un secolo, ma insiste tanto su questa realtà quanto tutti i padri della sua generazione e delle successive. La Chiesa è e deve essere una perché è il Corpo di Cristo e non c’è che un solo Corpo di Cristo, un solo Figlio. Sebbene sia dimora di una grande varietà creazionale, e la ospiti in se stessa, (e Ireneo non solo ammette, ma difende e si rallegra per i modi diversi in cui i diversi apostoli, per esempio, articolano la verità della dottrina), la Chiesa nondimeno, per natura, è una singolarità. Ecclesiologicamente non ci può essere alcuna molteplicità, alcun parlare di “chiese” propriamente dette, perché sarebbe esattamente come confessare una molteplicità di figli — una impossibilità teologica. Sant’Ireneo non esita a utilizzare l’espressione “chiese” nel modo in cui lo facevano altri della sua epoca — in riferimento cioè alle chiese locali: la Chiesa di Roma, le Chiese dell’Asia”, eccetera — ma questo solamente per esprimere la realtà dell’unica Chiesa incarnata in una quantità illimitata di chiese locali. La sua idea nel parlare in questo modo di “chiese” è sempre di mostrare come esse siano manifestazioni locali dell’unica Chiesa, che nella sua natura e forma è una e la stessa ovunque. Ha voci diverse, diverse sfumature di personalità, forse, in quanto incarnata nelle diverse individualità delle sue guide e dei suoi membri in ogni luogo, ma ogniqualvolta quella diversità conduce all’idea di una molteplicità di chiese in senso ecclesiologico, Ireneo si figura che l’opera di quelle guide sia precisamente di tagliar via quello che è diventato “diverso” per tornare a ciò che è uno e vero. Non può esserci una qualsivoglia variazione sostanziale nella Chiesa una santa dal momento che la sua verità è «immutabile», e «benché sia disseminata in tutto il mondo», essa «abita una sola casa», con «una sola anima e lo stesso cuore», insegnando l’inalterabile verità di Dio «in pieno accordo, come se avesse una sola bocca».

Secondariamente, e in maniera direttamente connessa a quest’armoniosa proclamazione della verità, si ha la premessa essenziale che la dottrina della Chiesa è anch’essa una, dal momento che è espressione della volontà e della natura di Dio. Qui sant’Ireneo è persino più severo (in accordo con la testimonianza patristica nel suo insieme) sul fatto che non possa esserci affatto diversità, né qualsivoglia molteplicità. La verità custodita dalla tradizione della Chiesa è immutabile, «permanente» e rendersi «estranei alla comunione dei fratelli» è fondare non una diversità dottrinale nell’unità, ma semplicemente un’ipocrisia: la pretesa di seguire Dio mentre in realtà «ciascuno conserva la propria opinione su Dio». Se individui differenti (apostoli compresi) possono parlare con voci differenti, toni differenti, espressioni differenti, questa varietà di articolazione non è mai in alcun modo percepita come una varietà di insegnamento dottrinale. Qualsiasi “diversità” nel dominio del dogma equivale a un’enfatica distorsione della volontà e della natura di Dio, il quale non può essere diviso, moltiplicato, cambiato o alterato. Per dirla con Ireneo, «la Chiesa in tutto il mondo, avendo la sua origine negli apostoli, conserva una e una stessa opinione a proposito di Dio e di Suo Figlio». O in maniera ancor più completa: «La via di quelli che appartengono alla Chiesa percorre il mondo intero, perché possiede la solida tradizione derivante dagli apostoli, e ci consente di vedere che una sola e medesima è la fede di tutti, perché tutti credono in un solo e medesimo Dio Padre, ammettono la medesima economia dell’incarnazione del Figlio di Dio».

A partire da questi due principi elementari di unità assoluta, il processo di discernimento sulla Chiesa consiste principalmente nel percepire correttamente dove tale unità essenziale esista. Per sant’Ireneo questo è determinato soprattutto dal lascito degli apostoli. La Chiesa esiste dove gli apostoli hanno camminato: è un diretto, immediato e personale lascito dell’esperienza apostolica del Figlio di Dio, e la sua ininterrotta trasmissione alle generazioni future. Come dice Ireneo: «Non abbiamo appreso il piano della nostra salvezza da altri se non da coloro attraverso i quali il Vangelo è giunto fino a noi, Vangelo che essi un tempo proclamarono in pubblico e che in un periodo successivo, per volontà di Dio, consegnarono a noi nelle Scritture, perché fosse fondamento e colonna della nostra fede».

Gli elementi “istituzionali” della struttura della Chiesa hanno dunque un immediato valore dogmatico, teologico e soprattutto ascetico. La successione dei suoi vescovi a partire dai santi apostoli non consiste semplicemente nel dimostrare la continuità storica e l’autorità, né solo nell’assicurare che gli errori possano essere trattati all’interno della comunità di successione tra vari vescovi locali; al di là di questi fatti importanti, la successione apostolica è l’assicurazione vivente di un incontro tramandato — il dare corpo alla dispensazione da parte del Signore dell’esperienza di Lui. Senza di lei, ci si chiede dalla natura di cosa la Chiesa possa in realtà derivare, e quella che segue una tale via molto semplicemente cessa di essere la Chiesa.

Discernere l’unità della Chiesa è un processo di riconoscimento della Chiesa nella sua singolarità, respingendo la variazione e la separazione da questo Corpo singolare che può risiedere nel cuore, nella mente e nella pratica e che, ereditando il luogo dell’esperienza apostolica, apre la porta alla guarigione dell’anima e alla deificazione della creatura. È il compito di guardare all’esperienza della croce — di crocifissione, resurrezione, ascensione — nella sua incarnazione vivente e di essere spinti in quell’esperienza. Per questo motivo, assistere il principiante in questo compito di discernere la Chiesa, di maturare una giusta ecclesiologia, è tra le principali opere pastorali che un cristiano possa intraprendere.

di Irenei Steenberg

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24 aprile 2019

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