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Alfabeto fotografico

· Il racconto di una nazione tra storia e cultura ·

Torre Astura, set del film «Cleopatra» di J. L. Mankiewicz (1962)

Sulla mostra fotografica aperta a Roma, il 16 maggio a palazzo Poli (fontana di Trevi), di carattere antologico, che abbraccia l’intero arco della storia della fotografia, ha già scritto su queste pagine Paola Di Giammaria (cf. L'Osservatore Romano del 15-16 maggio), annunciandone i contenuti il giorno stesso dell’inaugurazione. Si può quindi solo aggiungere qualche considerazione sull’evento, qualche commento sul catalogo, per una prima descrizione del recepimento e dell’andamento dell’iniziativa. È stata organizzata dall’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione e dall’Istituto centrale per la grafica, con la partecipazione di trenta archivi fotografici di istituzioni diverse, tra le quali i Musei vaticani, insieme con altri musei, soprintendenze e istituti centrali, biblioteche, archivi, università, istituti italiani e stranieri, oltre al Museo di Roma di palazzo Braschi. «Un modo di porre le basi per lo sviluppo di una sensibilità critica autonoma da parte delle nuove generazioni, di fornire gli strumenti per leggere e capire il passato, perché solo la sua conoscenza consente di costruire il presente e immaginare un futuro». Con queste parole il ministro Dario Franceschini, dopo aver ricordato che «uno dei primi provvedimenti presi all’inizio del (suo) mandato è stato il via libera alle fotografie senza scopo di lucro nei musei» e avendo anche richiamato la recente costituzione di una apposita “cabina di regia”, ha concluso la sua presentazione del catalogo Alfabeto fotografico romano, curato, per la mostra, da Maria Francesca Bonetti e da Clemente Marsicola.

Alla presenza del sottosegretario di stato Antimo Cesaro la mostra è stata inaugurata da Antonella Fusco, da Carlo Bertelli, da Laura Moro e dai curatori, con la partecipazione della direzione generale educazione e ricerca. Quasi trecento sono le foto esposte prevalentemente in originale e riprodotte in catalogo, prescelte tra milioni di immagini, quindi mediamente dieci appena per ogni istituto partecipante. Per la presentazione si è scelto un criterio di fantasia apparentemente libero, alfabetico. A ogni lettera corrisponde un tema, riassunto in un motto e variamente illustrato. Pochi scatti in più, dunque, circa una dozzina, per ogni lettera dell’alfabeto italiano. Ma la mostra rimanda (dall’archivio fotografico del Palatino viene l’immagine di una epigrafe del secondo secolo, che reca incise le lettere latine: è divenuta quasi il logo di questa iniziativa) al lapidario, maiuscolo: al quale, come nell’italiano, è stata aggiunta la lettera “U”, mentre non figurano le lettere “K”, “X”, “Y”. Dunque ventuno temi. Tutti scelti con una loro coerenza interna, che consente vari livelli di lettura: ad esempio l’intera serie si apre con le parole di Leonardo sul tempo paragonato all’acqua che scorre e si chiude col suo cenacolo. Omaggio con riferimento non troppo velato all’inventore dell’oculus artificialis.
Si tratta di una mostra a ingresso libero, realizzata con tre anni di lavoro (ma con radici ben più remote) da vedere subito, perché di breve durata. La chiusura è prevista infatti tra poco più di un mese appena, il 2 luglio prossimo. Anche solo il compito di selezionare le foto più rappresentative di ogni raccolta, tra le molte che hanno aderito all’iniziativa, ha spinto gli istituti di conservazione coinvolti a un ripensamento dei propri archivi. Così, quasi senza risorse, con la sola forza della convergenza e della collaborazione, finalizzata al raggiungimento di un obiettivo condiviso, si è innescato un processo straordinario di ricerca di sintesi, di produzione del nuovo, dell’inedito, sulla base di quel che in genere non si vede, non si considera, ma c’è.

di Francesco Scoppola

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20 aprile 2019

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