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Un’incalzante energia costruttiva

· Paolino di Nola e l’arte al tramonto del IV secolo ·

Non paiono scindibili i due tituli composti da Paolino di Nola per la nuova basilica di Cimitile e per la chiesa di Fondi, riportati nella trentaduesima lettera dell’epistolario paoliniano, una della più note e sicuramente la più frequentata dagli archeologi e dagli iconografi che si occupano di civiltà paleocristiana. Una lettera completa e complessa, forse la più ricca di notizie che, tramite Vittore, dovevano giungere all’amato Sulpicio Severo, affinché confrontasse le idee architettoniche, iconografiche ed epigrafiche che si stavano definendo nel cantiere — sempre aperto — di Cimitile e nell’altro appena avviato di Fondi, con quelle che avevano ispirato il cantiere, pure in pieno fermento, di Primuliacum. 

Ricostruzione della decorazione dell’abside di Nola (V secolo)

La lettera, già nei primi passaggi, rivela i motivi di questo confronto puntuale e diretto, in quanto proposto tra imprese costruttive promosse da due uomini che mostravano «una totale somiglianza, non solo di cuore e di vita, ma anche di opere e propositi». La religio amicitiae che allaccia Paolino a Severo appare come un sentimento estremamente diffuso in quel crinale cronologico che, traguardando il IV secolo, avvista i primi decenni del seguente; un momento — questo — di intensi rapporti tra personalità straordinarie, che costellano con le loro idee e la loro attività una trama politica e religiosa estremamente fitta e complessa, sostanziata da una incalzante energia costruttiva, che segna, in maniera sempre più nitida, ma è meglio dire monumentale, la mappa delle memorie martiriali, santorali e delle sedi cattedrali di un territorio, che, proprio durante i primi secoli della tarda antichità, aveva mostrato una tendenza ed una vocazione al mutamento delle strutture religiose, con la ricerca o la creazione di nuovi poli catalizzatori del culto e della riflessione ascetica. E da questa tensione, che si conforma mentre la speculazione teologica consuma il più impegnativo dei suoi dibattiti, consegnando strumenti preziosi e strategici alle forze politiche, emergono — come si diceva — alcune eminenti personalità che, con il loro pensiero, con la loro attività, ma anche e soprattutto con i loro rapporti scandiscono, suggeriscono e piegano il percorso religioso di quei tempi.
Il pensiero corre immediatamente a Papa Damaso e al suo articolato progetto agiografico, con interventi sobri e suggestivi, quasi mai monumentali, quasi sempre funzionali ad evidenziare le sue solenni autentiche pontificie che, mentre affidano credibilità al culto martiriale, perfezionano quella mappa devozionale del suburbio romano, già disegnata — nelle coordinate essenziali — da Costantino e arricchita, nel tempo, per definire percorsi e soste degli itinerari di un pellegrinaggio multiplo, da allora sino all’alto medioevo.
Il pensiero corre ad Ambrogio, che nel 386 — due soli anni dopo la scomparsa di Damaso che, tra l’altro, lo aveva chiamato, qualche anno prima, a dirimere la questione dell’altare della Vittoria — sembra prendere le consegne, per quanto attiene alla devozione, starei per dire la strumentalizzazione del culto martiriale, con la prodigiosa inventio di Gervasio e Protasio, le cui reliquie furono solennemente sistemate nella nuova basilica di porta Romana: un gesto, questo, dai mille significati, da quello immediato di ordine politico-religioso, che sottolinea, con un miracolo, la strenue resistenza ambrosiana dinanzi al fronte ariano, a quello pienamente agiografico che, da un lato, innesca la ricerca appassionata delle reliquie (da quelle di Nazario e Celso, ancora a Milano, a quelle di Vitale ed Agricola a Bologna) e che, dall’altro, ispira un interesse largo e teorico, talora poetico, per le memorie dei martiri, che troverà il momento più alto nelle pie ballate di Prudenzio.
Il pensiero corre, infine, a Paolino e proprio agli anni del ritiro di Cimitile che superano il limite del IV secolo, quando, mettendo in pratica quel progetto di vita ascetica che proprio in quel frangente stava diventando fatto culturale in Occidente, in funzione e al servizio del santuario di Felice, diede forma — appunto — a quella fitta rete di corrispondenze che ebbe, come destinatari e interlocutori, oltre a Sulpicio Severo, anche Agostino, Girolamo e Rufino, inaugurando quella singolare socievolezza spirituale che valicò i confini dell’Occidente, divenendo fatto internazionale.
Come dimenticare, infatti, il festoso ritorno a Cimitile di Niceta di Remesiana, nel 403, tre anni dopo il suo primo soggiorno nel santuario di San Felice? Come scordare l’invito affettuoso, con cui il futuro vescovo di Nola accompagna il padre d’Oriente attraverso le nuove costruzioni del complesso: Nunc age, sancte parens, aurem mini dede manumque; nodemus socias in vincula mutua palmas inque vicem nexis alterno foedere dextris sermones varios gressu spatiante seramus.
Lo stesso affetto traboccante interessa l’incipit della lettera a Sulpicio Severo, al quale Paolino era legato, non solo per la scuola comune a Bordeaux e, segnatamente, del grande poeta e retore Ausonio, ma anche per la componente ascetica della devozione che, in quei tempi, vedeva impegnati i primi frequentatori della Terra Santa e dei loca sanctorum d’Africa.
L’avvio dell’epistola paoliniana ci immette, subito, all’interno di un significativo problema iconografico, quando, in una digressione strategica, si affronta, con tono di falsa modestia, la questione relativa alla decorazione del nuovo battistero di Primuliacum, per la quale Sulpicio Severo aveva chiesto il ritratto di Paolino da riprodurre al fianco di Martino. L’audace accostamento — d’altra parte —, seppure così deplorato dal futuro vescovo di Nola, non doveva impressionare chi, di lì a poco, avrebbe potuto ammirare il ritratto di sant’Ambrogio, assieme a quello di Materno, tra le effigi dei martiri milanesi nel San Vittore in Ciel d’Oro. Sono questi i tempi, d’altra parte, della genesi e della definizione della nuova stagione ritrattistica in Occidente, che tocca le punte più alte con le celebri effigi della cripta napoletana dei vescovi — e prima fra tutte quella di Giovanni I e di Quodvultdeus — e con quella del santo vescovo rappresentata ancora in mosaico a San Martino ai Monti.
I suggerimenti incrociati di Paolino e Severo lasciano comprendere come ogni luogo dei loro santuari dovesse essere scandito, sottolineato e segnalato da un componimento poetico. Nella basilica nova di Cimitile questo espediente diviene prassi puntuale, come per ritmare il cammino dei pellegrini costretti a sostare per leggere o ascoltare la lettura dei tituli iscritti sulle arcate dei triforia, lungo le navate, in corrispondenza delle scene veterotestamentarie, agli ingressi delle cappelle laterali, nell’area presbiteriale, nei pressi dell’altare-reliquiario e del mosaico che decorava l’abside terminale e profonda della desinenza triconca.
L’uso di accompagnare strutture e decorazioni con i tituli historiarum si diffonde proprio sul volgere del IV secolo, prima con gli epigrammi damasiani, che pure non sembravano quasi mai sostenuti da un apparato decorativo, e poi con i componimenti di Prudenzio, di Ambrogio, di Venanzio Fortunato, sino ad Elpidio Rustico, per non parlare dell’esempio, ancor più emblematico ma enigmatico, dei Miracula Christi.
Questa particolarità ci immette nella vexata quaestio relativa alla componente docetica dell’arte paleocristiana, più volte negata, anche nel passato prossimo, specialmente per il periodo più antico. Nell’ideologia paoliniana, per quanto si può desumere dal carme 27, la funzione catechetica delle immagini è chiara e definita, quando il Padre della Chiesa descrive la massa dei pellegrini in visita al santuario di Cimitile: «Tutti conoscono quali moltitudini qui attiri la gloria di san Felice, ma la moltitudine più frequente qui è data da uomini di campagna, non privi di fede, ma incapaci di leggere (...) perciò per noi è sembrato utile rappresentare argomenti sacri con le pitture» ed ancora «lo scritto mostra ciò che la mano dell’artista ha eseguito». Nel complesso feliciano, come in quello di San Cassiano a Imola — per quanto ci riferisce Prudenzio — doveva risuonare la voce di un cicerone, che, al ritmo eroico dei cantori antichi come dei nostri cantastorie, doveva illustrare strutture e immagini.

di Fabrizio Bisconti

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26 gennaio 2020

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