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Unico titolo di merito

· ​Gli uomini, la casa comune e la responsabilità verso i più deboli nell’omelia del predicatore della Casa Pontificia durante i vespri nella basilica vaticana ·

La sovranità dell’uomo sul cosmo non è trionfalismo di specie, ma assunzione di responsabilità verso i deboli, i poveri, gli indifesi. L’unico titolo che questi hanno per essere rispettati, in assenza di altri privilegi e risorse, è quello di essere persona umana. Il Dio della Bibbia — ma anche di altre religioni — è un Dio «che ascolta il grido dei poveri», che «ha pietà del debole e del povero», che «difende la causa dei miseri», che «fa giustizia agli oppressi», che «nulla disprezza di ciò che ha creato».

L’incarnazione del Verbo ha apportato una ragione in più per prendersi cura del debole e del povero, a qualsiasi razza o religione appartenga. Essa non dice infatti soltanto “che Dio si è fatto uomo”, ma anche “che uomo si è fatto Dio”: cioè, che tipo di uomo ha scelto di essere: non ricco e potente, ma povero, debole e indifeso. Uomo e basta! Il modo dell’incarnazione non è meno importante del fatto.

Sadao Watanabe, «La creazione di Adamo» (1976)

È stato questo il passo avanti che Francesco d’Assisi, con la sua esperienza di vita, ha permesso di fare alla teologia. Prima di lui si era insistito quasi esclusivamente sugli aspetti ontologici dell’incarnazione: natura, persona, unione ipostatica, comunicazione degli idiomi... Questo era necessario per contrastare l’eresia, ma, una volta messo al sicuro il dogma, non si poteva rimanere fermi ad esso, senza inaridire il mistero cristiano e fargli perdere gran parte della sua forza di contestazione nei confronti del peccato e dell’ingiustizia del mondo.

Quello che commuove fino alle lacrime il Poverello a Natale non è l’unione delle nature o l’unità dell’ipostasi, ma è l’umiltà e la povertà del Figlio di Dio che «da ricco che era, si è fatto povero per noi» (cfr. 2 Corinzi, 8, 9). In lui amore per la povertà e amore per il creato andavano di pari passo e avevano una radice comune nella sua radicale rinuncia a voler possedere. Francesco appartiene a quella categoria di persone di cui san Paolo dice che «non hanno niente e posseggono tutto» (2 Corinzi, 6, 10).

Se Francesco d’Assisi ha qualcosa da dire ancora oggi a proposito di ecologismo, è solo questo. Egli non prega “per” il creato, per la sua salvaguardia (a suo tempo non ce n’era ancora bisogno), prega “con” il creato, o “a causa del creato”, o ancora “a motivo del creato”. Sono tutte sfumature presenti nella preposizione “per” da lui usata: “Laudato si’, mi Signore, per frate sole, per sorella luna, per sorella madre terra”. Il suo cantico è tutto una dossologia e un inno di ringraziamento. Ma proprio da qui gli derivava quel rispetto straordinario verso ogni creatura per cui voleva che perfino alle erbe selvatiche fosse lasciato uno spazio per crescere.

Anche questo suo messaggio è stato raccolto dal Santo Padre nell’enciclica sull’ambiente. Essa inizia con la dossologia — «Laudato si’» — e termina significativamente con due distinte preghiere: una “per” il creato, e l’altra “con” il creato. Da quest’ultima attingiamo alcune invocazioni che ci servono per concludere in preghiera la nostra riflessione: «Signore Dio, Uno e Trino, / comunità stupenda di amore infinito, / insegnaci a contemplarti / nella bellezza dell’universo, / dove tutto ci parla di te. / Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine / per ogni essere che hai creato. / Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti / con tutto ciò che esiste. / Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo / come strumenti del tuo affetto / per tutti gli esseri di questa terra. Amen».

di Raniero Cantalamessa

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08 dicembre 2019

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