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Ungaretti a Montecassino

· Il carteggio fra il poeta e un monaco dell’abbazia ·

Nelle note agli Inni (1928) compresi nella raccolta di poesie intitolata Sentimento del tempo, Giuseppe Ungaretti così scrive, rievocando un episodio fondamentale della sua storia interiore, che coincide con la sua ritrovata fede puntualmente riflessa in questa silloge poetica: «Nacque durante la Settimana Santa, nel monastero di Subiaco, dov’ero ospite del mio vecchio compagno don Francesco Vignanelli, monaco a Montecassino».

C’è una strana sovrapposizione e fusione di idee e ricordi in questa affermazione del poeta: è certamente esatto che don Francesco era monaco a Montecassino e che fu suo amico, ma in realtà Ungaretti qui lo confonde con suo fratello Fernando: è con quest’ultimo infatti, come lui alla ricerca del Dio nascosto, che aveva trascorso i giorni della Settimana Santa nella quiete aspra e mistica del Sacro Speco di Subiaco, culla del carisma di san Benedetto e della sua santità. Ce ne dà la certezza il registro dei visitatori di Subiaco, dove al 6 di aprile 1928, che coincideva con il Venerdì Santo, compare il nome di Fernando, e non di Francesco. Il lapsus di Ungaretti ci dà però la misura di quanto fosse altrettanto viva e profonda l’amicizia che lo legava appunto a don Francesco, il quale era divenuto monaco il 7 ottobre 1924, prima di essere ordinato sacerdote il 17 dicembre 1927.

Fu a Parigi negli anni 1913-1914 che nacque l’amicizia tra il poeta e i due fratelli. Fernando, nato nel 1886 (poi ritiratosi come oblato a Montevergine, dove morì nel 1970) e Arnaldo di poco più giovane (poi don Francesco, scomparso a Montecassino il 22 dicembre 1979): nella capitale francese entrambi i fratelli, con attitudini artistiche comuni, si erano abbeverati alle fonti più pure dell’arte contemporanea. Come i due fratelli Giorgio De Chirico e Alberto Savinio (Andrea De Chirico), erano entrati in contatto con gli esponenti delle avanguardie artistiche al pari del resto di Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, che giunsero anch’essi sulle rive della Senna alla fine di febbraio del 1914. Ungaretti vi ascoltò le lezioni filosofiche di Henri Bergson e quelle filologiche di Joseph Bédier e Fortunat Strowski alla Sorbona e al Collège de France, e fu qui che strinse profondi legami d’amicizia, tra gli altri, con Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso, Giorgio De Chirico, Amedeo Modigliani, Georges Braque e, non ultimi, Arnaldo e specialmente Fernando Vignanelli, di cui era coetaneo e con il quale condividerà anche l’anno della morte (1970).

Costanti e profondi furono i legami tra i due, a tal punto che Fernando fu padrino di battesimo del secondogenito di Ungaretti, Antonio Benedetto Ferdinando, poi prematuramente scomparso a soli nove anni nel 1939 a San Paolo del Brasile.

All’amato figlio Ungaretti dedicherà i celebri versi di Gridasti soffoco, dove si concentra tutto il suo muto e smisurato dolore: «Come se, ancora tra di noi mortale / Tu continuassi a crescere; / Ma cresce solo, vuota, / La mia vecchiaia odiosa». Chissà se insieme Ungaretti e Vignanelli lo avranno ricordato nel 1964, quando il poeta si recò a Montevergine per rivedere il suo vecchio amico Fernando, che avrebbe incontrato ancora una volta nel 1969, alla vigilia della morte di entrambi. In quel bambino l’amicizia dell’uno (padre) e dell’altro (padrino) doveva essersi cementata con la forza del dolore.

Ecco dunque l’orizzonte familiare nel quale continuò e si nutrì nel tempo il vincolo amicale tra Ungaretti e il fratello di Fernando, il monaco e scultore don Francesco. Allievo dell’Accademia di Belle Arti a Firenze e a Roma, aveva potuto frequentare il triennio di composizione scultorea e il biennio di officina del marmo nel Museo Artistico della capitale. A Roma nel 1910 collaborò con lo scultore Angelo Zanelli nella realizzazione in particolare del Fregio di destra (Amor patrio) dell’Altare della Patria.

Dopo l’esperienza terribile della prima guerra mondiale in cui militò con il grado di tenente — che lo stesso Ungaretti compendia nei celebri versi di Soldati della raccolta Allegria di naufragi (1919): «Si sta come /d’autunno / sugli alberi / le foglie» — Arnaldo entra nel porto sicuro dell’abbazia di Montecassino, dove potrà negli anni dare compimento alle sue doti di artista, collaborando specialmente alla nuova veste decorativa del monastero ricostruito dopo il bombardamento del 15 febbraio 1944.

Le due lettere inedite che Ungaretti scrisse a don Francesco, conservate nell’Archivio privato di Montecassino, e che sono qui pubblicate per la prima volta, contengono risposte ad altrettante richieste dell’amico monaco, che evidentemente chiedeva al poeta informazioni e consigli al fine di candidare Montecassino, vittima della guerra e ora simbolo di pace, per l’assegnazione del prestigioso Premio Balzan, che proprio nel 1962, l’anno della prima lettera, era stato attribuito a Papa Giovanni xxiii «per l’umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli». Per la stessa motivazione e per la prima volta l’anno precedente il premio era stato conferito alla Fondazione Nobel di cui scrive appunto il poeta al Vignanelli nella menzionata lettera del 1962.

Carissimo don Francesco,

so del Premio Balzan, ma non di esserne uno dei commissari. In occasione dell’attribuzione del Premio alla “Fondazione Nobel”, fui invitato come “personalità” (?!), ma l’invito mi fu trasmesso tanto tardi da impedirmi di accoglierlo.

Credo che alla testa dell’organizzazione ci sia un Padre francescano, credo dell’Angelicum di Milano. Ora cercherò di avere informazioni più precise.

Vorrei tanto rivederti, e rivedere Fernando, e spero di avere un giorno, finalmente, un po’ di libertà per poterlo fare.

Ti abbraccio, caro, con l’antica, fedele amicizia

Giuseppe Ungaretti

Roma, il 2/5/1962

1, via della Sierra Nevada (Eur)

Carissimo,

credo che per il Balzan le domande dovrebbero farsi subito. Si può chiedere ogni informazione al prof. Vincenzo Arangio Ruiz, Accademia dei Lincei, Roma. Il Premio, anzi i Premi, sono decisi, mi pare, in aprile.

Va bene: la propagazione della civiltà cristiana, o anche semplicemente della civiltà, in Europa; la sua importanza storica per 14 secoli; la vitalità di Montecassino dimostrata nella felice ricostruzione in così pochi anni; ma bisognerebbe aggiungere anche quali intenzioni di opere potrebbero attuarsi negli anni venturi se validamente soccorsi: riordinamento degli archivi di Montecassino e pubblicazione sistematica dei loro documenti più importanti; oppure la preparazione di una grande storia dell’Ordine benedettino, corredata dai documenti conservati negli archivi di vari monasteri e di altre raccolte.

Credo che ora i premi si vadano indirizzando in particolare: all’Ente o alla Persona che abbia meglio operato per la pace; a Persona la cui opera nel campo delle arti o delle scienze abbia recato un contributo insigne.

Sono nell’incapacità assoluta di dare qualsiasi consiglio che possa seguirsi con qualche successo. Forse l’indicazione di quanto una grande storia dell’Ordine, oltre la sua necessità per l’avanzamento degli studi storici, potrebbe dimostrare dell’opera svolta in favore della pace per più di 14 secoli, da Montecassino.

Ma sono incapace di dare un vero consiglio.

Ti abbraccia il tuo

Ungaretti

Roma, il 19/5/1963

1, Via della Sierra Nevada (Eur)

[P.S.] Ultimamente è uscito un libro in Francia: J. Décarreaux, Les moines et la civilisation (ed. Arthaud, Parigi). Dalla recensione pare un libro d’un serio erudito, scritto certo con spirito laico, «ma conchiude che i monaci sono i padri della nostra civiltà. Saremmo diversi senza la loro presenza nei secoli, ingrati se rifiutassimo di riconoscerlo».

di Mariano Dell’Omo

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