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Per un’Europa accogliente

· A Strasburgo beatificata Alfonsa Maria Eppinger ·

«Donna coraggiosa e forte, con la sua straordinaria testimonianza cristiana» la nuova beata Alfonsa Maria Eppinger «esorta tutti gli europei ad avere il cuore grande, a dimostrare un amore sollecito e accogliente, che sappia venire incontro a chi ha bisogno: i deboli, gli sconfitti, gli scartati, quanti fuggono da situazioni di guerra, di violenza, di persecuzione». È questa l’eredità viva di accoglienza lasciata al vecchio continente dalla fondatrice della congregazione delle suore del Santissimo Salvatore e rimarcata durante la cerimonia di beatificazione presieduta domenica 9 settembre in Francia dal cardinale Angelo Becciu in rappresentanza di Papa Francesco.

Una sottolineatura dettata dal luogo della celebrazione, la cattedrale di Strasburgo, «città che, in certo senso, è il cuore dell’Europa, poiché vi si trovano istituzioni fondamentali della vita dei suoi cittadini». Ecco perché, ha commentato il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, «da qui si innalza un pressante appello all’intero continente europeo, sempre più tentato dall’egoismo e dal ripiegamento su sé stesso», affinché i cristiani che lo abitano prendano a modello tra gli altri questa «audace donna alsaziana innamorata di Dio e infaticabile dispensatrice di misericordia all’umanità sofferente; fedele discepola del Vangelo e intrepida messaggera dell’amore divino».

All’omelia il porporato ha ripercorso l’itinerario biografico della beata, nata nel 1814 e morta nel 1867, la cui profonda spiritualità è sintetizzabile in «due punti ascetici focali: conoscere i desideri di Dio e seguire tali desideri compiendo la sua volontà». Ma, ha subito avvertito, «non dobbiamo pensare che Elisabetta», questo il suo nome secolare, «fosse una ragazzina tutta pia e docile». Al contrario, «aveva una forte personalità, spesso ribelle»; almeno fino a quando non prende «coscienza di due fatti sconvolgenti: di quanto Dio la ami e, nello stesso tempo, di come tante persone si mostrino indifferenti a tanto amore. Toccata profondamente dall’amore di Dio, desidera ardentemente che anche gli altri, anzi tutti facciano esperienza dell’infinito amore di Dio. Nasce nel suo cuore chiara e pressante la spinta a essere lei strumento dell’amore di Dio: che attraverso di lei tutti possano sperimentare quanto sono amati» dal Signore.

Ne derivano «intensità di vita e traboccante gioia» che non possono lasciare indifferenti le persone che la circondano. Attratte dal suo stile e ispirate dal motto da lei scelto — «Attingete con gioia dalle fonti della salvezza» — un primo piccolo nucleo di amiche comincia a radunarsi con lei «per contemplare nel Vangelo il cuore misericordioso di Gesù, il suo atteggiamento verso le persone che soffrono nel corpo e nel cuore e verso i peccatori». Nasce così una famiglia religiosa in cui oggi riconoscono le loro radici tre istituti femminili, per vivere il carisma di Elisabetta, che da consacrata cambia il nome in Alfonsa Maria. «Un carisma — ha spiegato il cardinale Becciu — imperniato sulla misericordia di Dio: recarsi nella casa dei poveri per rispondere alle loro necessità di ordine spirituale e materiale».

Sotto la guida della fondatrice le giovani suore si prodigano «per alleviare la sofferenza, senza fare alcuna distinzione di religione o di ceto sociale. Diventano missionarie della carità, affrontando con coraggio anche le epidemie: alcune muoiono contagiate dalle malattie, soprattutto durante il terribile colera del 1854. Vegliano giorno e notte al capezzale degli ammalati, danno prova di ingegno per salvare vite umane e arginare il contagio, assistono i morenti, consolano le famiglie, esortano a non perdere la speranza».

Negli stessi anni «la guerra di Crimea le porta a curare i feriti negli ospedali da campo, a seguire l’esercito nei suoi spostamenti». Il dottor Kuhn, medico di Niederbronn, scrisse in proposito: «Queste giovani pie non solo vegliano semplicemente sugli ammalati, assicurando loro giorno e notte le cure più assidue, esponendosi a ogni rischio di contagio e superando il disgusto, ma entrano anche nelle misere case dei poveri, portando loro i conforti della religione. Si comportano con garbo di fronte a modi rudi, fanno regnare la pulizia dove questa qualità non era né conosciuta, né apprezzata, e impartiscono lezioni ai bambini anche delle frazioni isolate, in cui non ci sono il maestro e la scuola».

Una lezione carica di attualità, l’ha definita il prefetto della Congregazione delle cause dei santi, poiché anche «ai nostri giorni c’è ancora tanto bisogno di testimoniare l’autentico amore cristiano: esso non è una idea astratta, ma si rende concreto nell’aiutare gli altri, prima di tutto i deboli e i poveri». Del resto, ha concluso, in tutta la sua vita la beata Alfonsa Maria Eppinger ha testimoniato, con la parola e con le opere, che Gesù non è venuto solo a parlarci dell’amore del Padre, ma ha incarnato personalmente la sua immensa misericordia, guarendo quanti incontrava nel suo cammino. Ha saputo riconoscere le piaghe di Gesù nell’umanità povera e bisognosa e per essa si è resa strumento dell’amore misericordioso di Dio».

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