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Emergenza che riguarda tutti

· ​Dalla Chiesa in Italia l’appello ad affrontare la sfida dell’immigrazione ·

Genova, 18. «Quando vediamo centinaia, migliaia di persone, esseri umani — uomini, donne, bambini — che affrontano i viaggi della morte per arrivare in Paesi lontani dal proprio non possiamo non concludere che questo problema è un’emergenza veramente umanitaria, una tragedia dell’uomo». Lo ha detto il cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), incontrando ieri i cinquanta profughi ospitati nel seminario arcivescovile del capoluogo ligure. L’occidente, ha rimarcato Bagnasco, «deve affrontare seriamente e trovare vie di soluzione efficaci a questa tragedia immane, a queste persone che fuggono dai loro Paesi per guerra, violenza, carestia e cercano un futuro migliore», agendo non solo a livello europeo ma «internazionale e mondiale».

In questo senso, il porporato si è domandato se «questi organismi internazionali, come l’Onu, in modo particolare, che raccoglie il potere politico, ma sicuramente anche il potere finanziario, hanno mai affrontato in modo serio e deciso questa tragedia umana. È una vergogna, certamente, per tutta la coscienza del mondo, ma può essere e deve essere anche una sfida da affrontare con serietà». E, da parte sua, il presidente della Cei ha ricordato che, come Chiesa cattolica in Italia, «cerchiamo di corrispondere a questa situazione umanitaria, in collaborazione e su richiesta delle autorità competenti come meglio possibile».
Una collaborazione messa in luce anche da monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio dei nove cardinali, che in un’intervista al «Corriere della sera» del 12 agosto scorso ha ricordato l’«ottimo dialogo tra la Chiesa cattolica, che mette a disposizioni strutture e mezzi, e tante amministrazioni locali in tutto il Paese». Anche se, evidenzia Semeraro, «l’immigrazione non è un acquazzone che arriva improvvisamente, non è una fatalità. È il frutto di tante scelte egoistiche compiute nei Paesi di origine e altrove. La causa è nel rapporto tra un occidente pingue e l’enorme numero di persone che non riescono a sopravvivere in altri continenti. Sono persone affamate o anche perseguitate, malate. Quindi è d’obbligo ragionare. Non basta un semplice rifiuto emotivo».

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