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Un’elementare dialettica degli opposti

· Stanlio e Ollio, una risata lunga novant’anni ·

Il difficile, nel cinema, è far ridere. Far piangere è molto più semplice: basta un’inquadratura con un violino da cui scaturisce una musica suadente e un ragazzo povero vestito di stracci per muovere a commozione lo spettatore, soleva dire Totò. E ancor più difficile è far ridere senza ricorrere alla volgarità, agli ambigui doppi sensi, nonché al sarcasmo che fustiga, senza eleganza, le debolezze altrui. Interpreti eccelsi di una comicità vera, raffinata, spensierata ma non per questo meno incisiva e graffiante, sono stati Stanlio e Ollio, il cui linguaggio è stato sempre «pacato e mai sopra le righe».

Con Fay Holderness in «Hog Wild» (1930)

È con questa puntualizzazione che si apre il libro di Enzo Pio Pignatello, Una risata lunga 90 anni. Laurel e Hardy amici per la vita (Roma, Ponte Sisto, 2018, pagine 155, euro 10), il quale, archivista ed esperto di cinema comico retrò, non esita a definire Stan Laurel e Oliver Hardy «la più geniale coppia della storia del cinema». Nell’introduzione al libro — impreziosito da un ricco apparato iconografico, con fotografie che ritraggono i due sia durante le scene dei film che dietro le quinte — Ignazio Gori evidenzia che Stanlio e Ollio rappresentano solo loro stessi (mentre per esempio Franco e Ciccio rappresentano il popolo), isolati nella loro purezza, innocenza, «nella loro matura e intoccabile infanzia: un’infanzia dilatata che ha lo stesso valore dell’amicizia eterna».

Nel realizzare una ricognizione del mondo comico plasmato da Stanlio e Ollio spicca un tratto inconfondibile: i «cretini» — scrive Gori — non sono loro, ma tutto il resto del mondo, il quale a stento si adegua, dal pulpito della brutalità umana, a una filosofia leggera ma benigna, riconducibile nelle intenzioni di Stan Laurel a uno spirito anarchico e libertario. La scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano diceva che non è possibile essere solo libertari o solo pacifisti, bisogna essere le due cose insieme: ed è sulla scia di questo “dogma” che Laurel e Hardy non solo sono stati un inimitabile esempio di esportazione di pace e gioia, ma hanno saputo intonare la loro intesa al di là delle separazioni sociali e politiche, «senza alcun cenno a oltraggiose militanze».

Sentenziava Oliver Hardy: «Il mondo è pieno di persone come Stanlio e Ollio. Basta guardarsi attorno: c’è sempre uno stupido al quale non accade mai niente, e un furbo che, in realtà, è il più scemo di tutti. Solo che non lo sa». Un’affermazione che, se ponderata, risulta essere molto più profonda di quanto non appaia in superficie. Le maschere di Stanlio e Olio — avrebbe affermato Pirandello — sono molto più sincere e schiette dei volti che ognuno esibisce al mondo esterno. Di conseguenza la finzione non rappresenta un modo marginale e, dunque, inefficace di analizzare la realtà: al contrario, è la maschera e non il volto a possedere la capacità di penetrare nei recessi più remoti dell’animo umano, squarciando la superficie con la determinazione e l’inclemenza di un bisturi perfettamente affilato.

Da notare poi — sottolinea Enzo Pio Pignatiello — che a differenza di altre coppie comiche celebri, Stanlio e Ollio non hanno avuto bisogno di trucco o di travestimenti. I fratelli Marx, anche loro semplicemente geniali, ricorrevano ai cosiddetti costumi di scena: basti pensare ai baffoni finti di Groucho e all’impermeabile, alla parrucca e al cilindro di Harpo. A Stanlio e a Ollio, invece, bastava l’effetto naturale dato dal gioco del contrasto fisico: uno magro e l’altro grasso. Un’elementare dialettica degli opposti innervata di un’eccezionale forza di comunicazione tra i due: ecco pronta allora la ricetta perfetta per confezionare una comicità capace di sfidare le ingiurie del tempo e di surclassare le mode passeggere.

Con dovizia di particolari e annotazioni illuminanti, l’autore ripercorre i principali film che vedono la coppia in balia di disavventure, di vicissitudini e di tiri mancini della sorte: il comune denominatore di queste pellicole è la riflessione loro sottesa. Una riflessione che mette in luce gli aspetti dolci-amari di una vita nella quale ciascuno si può riconoscere. Non ci sono intenti moraleggianti ed elementi stancamente didascalici: c’è la vita nelle sue multiformi espressioni. Vale a dire che laddove c’è una lacrima, trova spazio anche il sorriso. E laddove si apre un sorriso, quasi sempre sgorga anche una lacrima. Da Below Zero a Our Wife, da I figli del deserto a Ecco mia moglie, da Perché le ragazze amano i marinai a Noi siamo le colonne, si dipana una sorta di unico lungometraggio (fatte salve ovviamente le peculiari caratteristiche di ciascuna pellicola) in cui svolgono un ruolo nevralgico i fondamentali valori umani: primo fra tutti, il valore dell’amicizia, forgiata al fuoco di una girandola di imprevisti che acquistano una precisa valenza edificante e ammonitrice, sebbene inseriti in un contesto goliardico. «Castigat ridendo mores», avrebbe dichiarato il poeta latino Orazio.

Il libro dedica poi una particolare attenzione ad Alberto Sordi, «la voce di Ollio in carne e ossa». «Non vorrei apparire un sacrilego — disse una volta il grande attore —. Ma Oliver Hardy, il grassone di Hollywood, è stato per me quello che San Gennaro è per un napoletano: un protettore». Sordi aveva conosciuto Hardy nella penombra dei cinema periferici, che, giovanissimo, aveva preso l’abitudine di frequentare in maniera quasi ossessiva e dove consumava avidamente, scrive l’autore, le proprie esperienza di avido spettatore. E la contemplazione di Hardy finì per infondere nell’aspirante attore un irrefrenabile desiderio di emulazione. E Albertone, che doppiò Oliver Hardy per più di dieci anni, ebbe modo di conoscerlo personalmente quando questi venne a Roma con Stan Lauren nel 1950 per promuovere il film Atollo K.. Era il 25 giugno: la capitale riservò alla coppia di comici un’accoglienza trionfale. C’era perfino la banda a salutarli, mentre la polizia faceva fatica a trattenere la folla davanti alla stazione Termini. Si racconta che durante il soggiorno a Roma, in un solo pranzo Ollio mangiò cinque piatti di spaghetti alla carbonara, un pollo intero, bevve mezzo fiasco di Frascati. E per dolce, divorò quaranta paste. Non esistono, invece, dettagli sul menù di Stanlio: non è difficile pensare che il suo fu un pasto meno elaborato.

di Gabriele Nicolò

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23 agosto 2019

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