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Un'ecologia
dove tutto è connesso

· Sviluppo sociale e dignità umana nella "Laudato siì" ·

Annibale Carracci, «Il mangiatore di fagioli» (1584-1585)

Nell’enciclica sulla casa comune Laudato si’, Francesco (ci) chiede: quale casa, quale mondo, quale stile di vita vogliamo lasciare alle future generazioni? Descrive «i danni alla natura e l’impatto ambientale delle decisioni» e spiega che la relativa «mancanza di preoccupazione (...) è solo il riflesso evidente di un disinteresse a riconoscere il messaggio che la natura porta inscritto nelle sue stesse strutture. (...) Questa situazione ci conduce ad una schizofrenia permanente, che va dall’esaltazione tecnocratica che non riconosce agli altri esseri un valore proprio, fino alla reazione di negare ogni peculiare valore all’essere umano. (...) [Come uscire da questa situazione? Risponde il Papa:] Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (Laudato si’, 117-118). Occorre dunque adottare un’adeguata antropologia, evitando gli scogli di un antropocentrismo deviato (cfr. Laudato si’, 67-70). Il volume Terra e Cibo (Tc) spiega che la Chiesa non si stanca di esortare a riscoprire e a tutelare la dignità della persona nel «volume totale» delle sue dimensioni costitutive. La «persona», per la Chiesa, non è un individuo isolato, e nemmeno un elemento anonimo di una massa: è un essere intrinsecamente sociale, fatto per vivere in relazione, solidalmente, all’interno della famiglia umana (Terra e Cibo 78).Ciò sospinge a ricordare l’esigenza dello sviluppo integrale, plenario, ripetutamente promosso dai Pontefici. Abbiamo, ora, anche il concetto dell’«ecologia integrale» di Papa Francesco (Laudato si’, capitolo 4). L’ecologia integrale è una «matrice per l’analisi e per l’azione», che insiste sul fatto che tutte le dimensioni sono connesse, e si deve considerare tutta la famiglia umana, una generazione dopo l’altra. Ciò sospinge anche, interpretando correttamente la dignità umana (cfr. Laudato sì, 65-66), a stabilire «giuste» relazioni con: Dio, se stesso, gli altri e la natura; a capire i diritti e i doveri (cfr. Terra e Cibo, 80-84).

In quest’ottica, considerata anche la visione cattolica del Creato come un dono da coltivare e custodire, va ricordato il principio della destinazione universale dei beni.
La destinazione universale dei beni rappresenta sia una «meta», nel senso che si è chiamati a contribuire alla sua realizzazione sempre migliore, sia un «approccio», cioè un modo di vedere le cose, di relazionarsi alla natura e alle sue potenzialità. Presuppone la consapevolezza che determinati beni, fondamentali per l’esistenza e la crescita di ogni persona, vadano condivisi in modo solidale, a beneficio di tutte le generazioni (Terra e Cibo, 66; cfr. Laudato si’, 93-95; Energia, Giustizia e Pace, pagine 88 e 90).
Nel settembre 2015, le Nazioni Unite hanno adottato 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile, che offrono una visione dello sviluppo olistica e settorialmente interconnessa. Essi contemplano, inoltre, la dimensione del tempo, cioè della «sostenibilità». I goals 14 e 15 si focalizzano sulla conservazione degli oceani, del suolo, delle foreste, della biodiversità e via dicendo. I Sustainable Development Goals includono anche lo sforzo di garantire a tutti, entro il 2030, le condizioni materiali per uno sviluppo integrale.
L’accesso alle risorse naturali — il controllo sulle terre, la possibilità di ottenere semi adeguati, le fonti di energia primarie — è una sfida importante quanto quella dell’accesso al prodotto finale: il cibo, l’elettricità. Terra e Cibo ed Energia, Giustizia e Pace spiegano, nella scia del pensiero sociale della Chiesa, che la destinazione universale concerne non solo risorse naturali, ma anche risorse immateriali come la conoscenza e le tecnologie.
I Pontefici insistono, da decenni, anche sulla questione dell’equità: un «forte e ingiusto divario nella distribuzione dei beni temporali [non può] corrispondere ai disegni del sapientissimo Creatore». Papa Francesco spiega che l’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi. In diversi modi, i popoli in via di sviluppo, dove si trovano le riserve più importanti della biosfera, continuano ad alimentare lo sviluppo dei Paesi più ricchi a prezzo del loro presente e del loro futuro (Laudato si’, 51-52).
Più studi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) analizzano vari «tipi di iniquità» e le loro ripercussioni sulla società, sulle economie, sullo sviluppo in generale.
Anche questo è in sintonia con l’enciclica del Pontefice. Si pensi anche all’insistenza della Laudato si’ sul tema dei rifiuti, dello spreco e alle ricorrenti critiche del Santo Padre concernenti la cultura del benessere o dello scarto.
Andranno definiti, questi patterns, rinunciando ai propri interessi contingenti, contrari al bene comune. La grande domanda è: dove trovare la motivazione necessaria per vincere, in un certo senso, la «cultura del relativismo» (cfr. Laudato sì, 122-123), per vincere l’indifferenza o l’indignazione selettiva?

di Tebaldo Vinciguerra

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20 aprile 2019

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