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Per un’ecclesiologia a due voci

Jean Guitton «Maria Maddalena» (Collezione Paolo VI, Concesio)

Stiamo assistendo a un enorme terremoto, che fa prevedere repliche di quel che è già accaduto in un paese come l’Irlanda. Stavolta su vasta scala, la credibilità della Chiesa rischia di crollare, rendendo al tempo stesso invisibile il segno del Vangelo portato da innumerevoli cristiani impegnati in tutto il mondo in opere fondamentali di compassione, di mediazione, di umanizzazione. Ma a essere in discussione qui non è solo una questione di sessualità deviata nel clero cattolico. È l’istituzione stessa che si rivela nelle sue mancanze e nelle sue derive.

In tal senso, la franchezza della lettera che Papa Francesco ha da poco rivolto al «popolo di Dio» non deroga alla chiarezza della Parola di Dio. Il Papa conferma piuttosto la visione esposta di recente nella Gaudete et exsultate, quando ricorda una verità fondamentale, ma ostinatamente sminuita malgrado la Lumen gentium: l’appello alla santità consustanziale al battesimo, dunque universale, dunque trasversale a tutte le vocazioni, al di là dei distinguo gerarchici moltiplicatisi nel corso della storia. L’espressione «popolo di Dio», spesso guardata con sospetto dopo il suo ritorno nei testi del concilio, riacquista ora tutto il suo peso e la sua impellenza.

Ed è proprio questa realtà teologica che papa Francesco ritiene di dover ricordare oggi con urgenza, perché è l’esatto antidoto al veleno del clericalismo che sta dietro gli abusi criminali del potere.

Questa diagnosi, che punta alla fonte dei drammi attuali, alla responsabilità di un’autorità deviata in una istituzione ecclesiastica prioritariamente maschile, porta a vedere nelle donne, in seno al «popolo di Dio», le prime interessate dall’appello del Papa a reagire. Sono loro in effetti le prime a sapere che cosa sono gli abusi del potere ecclesiale. Religiose o meno, conoscono fin troppo bene lo sguardo altezzoso, condiscendente, sprezzante rivolto loro, l’obbedienza imposta da uomini che serbano gelosamente per sé il prestigio del sapere e l’autorità della decisione. È un’esperienza che fanno ogni giorno. Un’esperienza che conferma la memoria collettiva di una parola che ha preteso di controllare la loro coscienza e il loro corpo e che ha sempre preferito parlare al posto loro, piuttosto che ascoltarle.

Certo ci sono, al margine, donne pronte ad adottare atteggiamenti clericali. Certo ci sono, in alcune comunità, personalità femminili predatrici, capaci di rovinare vite così come fanno gli uomini perversi. Ma, nella maggior parte dei casi, le donne hanno un rapporto diverso con il potere. Un certo senso femminile della libertà le affranca da quell’ossessione per il potere che tormenta tanti uomini. Hanno una buona capacità di considerare con divertito distacco il gioco maschile dei titoli, degli onori, dei colori dei copricapi, nell’istituzione ecclesiale. Sono in generale più interessate alle sorprese della vita, ai suoi appelli e ai suoi imprevisti, piuttosto che ai progetti di carriera. E, senza mettersi in mostra, fin dall’inizio del Vangelo, seguono Cristo gratuitamente, con affetto incondizionato. Tutto ciò conferisce loro un ruolo insostituibile nella congiuntura attuale, in cui per la Chiesa si tratta di ritrovare un’intelligenza realmente evangelica del potere come servizio. Tutto ciò a patto però che una tradizionale diffidenza clericale conceda alle donne quell’attenzione e quella considerazione che finora sono state negate loro. E anche a patto che l’ecclesiologia non sia più solo pensata, formulata e messa in atto da uomini, che sono quasi sempre chierici. Poiché, anche accreditando loro la retta volontà di conoscere la Chiesa secondo Cristo, è impossibile evitare il filtro di una visione maschile addotta da uomini celibi, educati nell’idea della preminenza del sacerdozio ministeriale, che li legittima nel temibile potere di avere diritti particolari sugli altri. Da qui la pressante necessità d’integrare oggi l’intelligenza che le donne hanno della Chiesa, a partire dalla loro esperienza dell’appello evangelico e della loro fedeltà a Cristo.

Giuseppe Scaiola «Il mancato voto» (1977)

In altre parole, l’ecclesiologia si deve ora formulare a due voci, coniugando il maschile e il femminile. È solo così che si potranno operare davvero cambiamenti, che l’istituzione ecclesiale potrà svincolarsi dalla rappresentazione di un sacerdozio ministeriale che continua sempre, in maggior o minor misura, ad arrogarsi gerarchicamente l’identità sacerdotale di tutta la Chiesa. È così che il sacerdozio battesimale potrà trovare la sua piena esistenza e il suo pieno esercizio in seno alla Chiesa. Correlativamente, il sacerdozio ministeriale sarà restituito alla sua vera grandezza, quella del servizio della vita e della santità del popolo dei battezzati, vissuto in una fedeltà umile e devota, a immagine di Cristo che è «venuto per servire e non per essere servito».

Il terremoto che scuote oggi la Chiesa deve indubbiamente sfociare al più presto in disposizioni disciplinari e giuridiche radicali. Ma, a più lungo termine, si deve compiere una revisione di fondo nell’intelligenza che la Chiesa ha di se stessa, e quindi nel suo governo. La Chiesa cattolica avrà il coraggio di operare questa rivoluzione spirituale? Da ciò dipende evidentemente la sua credibilità, ossia il suo volto futuro in mezzo al mondo. Nessun cedimento, nessuna infedeltà può scoraggiare la fedeltà di Cristo alla sua Chiesa. Ma la Chiesa deve oggi avere il coraggio di rompere con le abitudini di potere che fanno sì che ci stia venendo a mancare la terra sotto i piedi.

di Anne-Marie Pelletier

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14 dicembre 2018

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