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Un’ebrea in classe con Dindina Ciano

· Settant’anni fa la razzia nel ghetto di Roma ·

Sono trascorsi ormai settant’anni da quel 16 ottobre 1943. Settant’anni: eppure, ogni volta che ci si ritrova a camminare nel cuore dell’antico ghetto romano riaffiorano le scene raccapriccianti di quel dramma che si consumò, per le strade della città, sotto lo sguardo imperturbabile dei militari tedeschi agli ordini del capitano delle ss Theodor Dannecker.

Per fortuna non tutti finirono nelle grinfie dei tedeschi. Qualcuno, rocambolescamente, riuscì a salvarsi trovando rifugio nei vari istituti religiosi disseminati in città, come le sorelle Laura e Silvia Supino, all’epoca due bambine di tredici e otto anni che, grazie alla generosità dei loro vicini di casa, Serafino e Amalia Trella (per questo riconosciuti da Yad Vashem nel 2011 «Giusti tra le Nazioni») restarono nascoste nella loro abitazione in via Po, prima di trasferirsi nel collegio Santa Elisabetta gestito dalle suore francescane missionarie del Sacro Cuore. Qui furono presentate dalla superiora generale madre Cecilia Lazzeri come profughe provenienti da Napoli.

Appena Laura e Silvia giunsero in collegio, suor Agostina e suor Anastasia si preoccuparono di insegnare loro le principali preghiere cristiane, in modo che potessero partecipare alle funzioni religiose senza destare alcun sospetto, considerato che tra le allieve dell'istituto c’erano anche le figlie di alcuni gerarchi fascisti e persino la nipote del duce, Raimonda Ciano detta Dindina, secondogenita di Edda e Galeazzo. «Le suore, giovani e anziane, erano state subito affettuose nei nostri confronti - racconta Laura Supino - Credo che solo la madre superiora sapesse chi eravamo veramente (...). Anche i nostri genitori più tardi avevano trovato rifugio in un monastero dall’altra parte della città, (...) ogni tanto ci venivano a trovare, ma senza nessun appuntamento sicuro né a intervalli precisi, sempre per motivi di sicurezza e per evitare di trovarsi in situazioni di pericolo. Dopo la prima retata, i tedeschi continuavano ad arrestare - e deportare - gli ebrei che trovavano per strada o se qualche informatore faceva sapere dove gli ebrei erano nascosti: c’era un “premio” pagato dai tedeschi alla consegna di ogni ebreo».

Seguendo l’esempio di tanti altri enti ecclesiastici, anche le suore francescane non restarono indifferenti alle precise istruzioni della Santa Sede che, sebbene pubblicamente impose una rigorosa consegna del silenzio, in realtà invitò a spalancare generosamente le porte dei conventi a chiunque fosse braccato dai nazifascisti. Le notizie rinvenute nelle cronache del collegio Santa Elisabetta, pertanto, rappresentano un altro interessante tassello che si aggiunge a quel mosaico della carità testimoniando il ruolo di primo piano svolto in quegli anni convulsi dalla Chiesa cattolica attraverso l’opera di tanti uomini e donne, laici e religiosi, promossa e sostenuta da Pio XII.

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19 agosto 2019

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