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Undici bare

· In «Ballata senza nome» l’omaggio di Massimo Bubola ai caduti della Grande guerra ·

«Per tutti la morte ha uno sguardo». Nessuno come Cesare Pavese ha colto il punto di vista, lo scorcio, la prospettiva in scala esistenziale, della morte. Punto di vista schiacciante, sguardo velato, che sembra nulla vedere. E tuttavia quel punto di vista diventa dirimente, quel guardare dal nulla eterno, lascia trasparire una piccola luce, un pertugio che diventa essenziale: quello sguardo sembra illuminare la vita. 

Pierluigi Negriolli, «Requiescant» (XX secolo)

Uno sguardo. Ballata senza nome (Milano, Editrice Frassinelli, 2017, pagine 192, euro 17.90) di Massimo Bubola, in libreria da qualche settimana, è innanzitutto poesia dello sguardo.
Cantautore (si ricorda il fecondo sodalizio con Fabrizio De André), poeta, scrittore, Massimo Bubola ha lasciato un segno indelebile nella storia culturale del nostro tempo, senza l’enfasi dei riflettori, senza l’eccitazione del palcoscenico mediatico, ma con la sostanza che caratterizza la cultura vera, la vera poesia, la vera letteratura.
Così Ballata senza nome si affaccia sui nostri giorni senza essere un romanzo, senza essere un saggio, senza essere... È qualcosa che vive di sé perché vive dell’altro. Forse è canzone in prosa, poesia in prosa o, più semplicemente, poesia in poesia lunga quasi duecento pagine. Un poema governato da uno straordinario gioco di sguardi che si incrociano, si abbracciano, si intendono, si salutano in un addio lungo una storia intera.
Lo sguardo narrante è quello di Maria, madre dolorosa a cui è stato affidato un compito titanico: scegliere tra undici bare il soldato senza nome che dovrà in eterno incarnare i mille e mille soldati mai più tornati e soprattutto mai più pianti, se non nel cuore straziato di una madre. L’ignoto tra gli ignoti, colui che sarà vegliato in eterno nel cuore pulsante di Roma, come a irradiare il calore sufficiente a riscaldare chi dorme in terra sconosciuta e, per questo, ancor più fredda.
Solo la poesia può raccontare quel 28 ottobre 1921. Cattedrale di Aquileia gremita e silenziosa. Undici martiri “senza nome” e lei, Maria Bergamas, madre silenziosa che ha il compito di afferrare, in quella notte eterna, quello sguardo notturno. Lo sguardo di un figlio. A lei il compito di affidarlo ad una maternità condivisa, universale, ad un'intera nazione, a tutto il suo popolo. Uno di quegli undici senza nome dunque sarà il Milite Ignoto.
La cronaca (o meglio la storia) di quel fatto tuttavia non può bastare. Perché da quel corpo sconosciuto continui a diffondersi il calore di un figlio, deve occuparsene la poesia. Ciò che non può più essere raccontato, deve essere cantato.
E la poesia ha un compito immane: dare un nome a quei senza nome, ridare loro quel che è loro dovuto, una storia, il segno che eppure hanno vissuto.
Massimo Bubola, quasi come Maria, sonda l’interno di quelle bare, raccoglie gli sguardi, ascolta quell’afflato narrativo che, talvolta, pare di raccogliere quando ci si sofferma davanti ad una tomba. «Da quella religiosa pace, un Nume parla». I poeti sanno varcare i confini dello spazio e del tempo, e il Foscolo dei Sepolcri ci sembra davvero calpestare le stesse zolle di Lee Master di Spoon River.
Bubola rende giustizia con la parola poetica, al grande tradimento della cancellazione di un nome, di un volto, di una storia. Di un’identità. Cose piccole, cose minime, che tuttavia hanno accolto e segnato, quindi identificato, milioni di italiani dentro la casa comune dal cuore pulsante. Erano un popolo, quei nostri giovanissimi e sfortunati avi. Miseri nel loro lavorare, amare, sperare, nella loro consapevolezza di essere figli — e mai figliastri – di un destino.
Solo la poesia — in attesa del gesto amoroso di Dio — sa risuscitare gli uomini morti, sa affidare piccole storia finite e banali, all'infinito; sa trarre dall’umiltà di una vita che non merita forse nemmeno la dignità della storia, un’epica e una poetica. Perché la poesia scavalca la storia e non se ne cura.
Ancora uno sguardo si fissa in quell’immobilità tutta lagunare, che solo le terre infangate di Marano, del Tagliamento, dell’Isonzo e del Piave, sanno raccontare. È uno sguardo salmastro, che sa della nebbia di ottobre. È lo sguardo, personale e corale di quegli undici ignoti. Sguardo povero, dunque essenziale. Sguardo umile, dunque narrativo. Sguardo fiero, dunque eroico. Sguardo innanzitutto sulla vita e sugli affetti, sulla guerra, su quel Novecento che si sta formando rapidamente e confusamente, un’incognita eccitante di cui quelle undici anime paiono essere già giudici severi.
Madre e figli sembrano assumere il linguaggio straziante di una laude di Jacopone. Madre e figli: si può ben dire che il Novecento è stato innanzitutto il secolo in cui tale misterioso legame germinativo, creativo, ha assunto la dimensione del dramma.
Quel 28 ottobre la maternità sembra vivere il suo momento più alto e misterioso. Eppure vi è qualcosa di innaturale nel rito straziante che compie Maria: una madre è chiamata a scegliere il figlio di tutte le madri. E tuttavia in quella scelta contro natura, nessuna madre, come Maria Bergamas, è stata più vicina alla madre del Cristo, la prescelta.
Quale mistero si cela in quella liturgia, così laica e insieme così densamente religiosa. Siamo di fronte a una sorta di transustanziazione civile. Il niente ora è. Quelle spoglie ora sono. Forse il mondo antico si chiude qui, prima che il simbolo scardini la forza esistente del segno.
In Ballata senza nome si vortica e si plana come in un liquido amniotico, vitale e insieme rassicurante. È il plasma del mondo letterario di Massimo Bubola, da Faulkner a Dostoevskij, così vivi ed esistenti, da essere oltre rispetto alla mera letteratura. Letteratura come solo può comprenderla un popolo, come solo sa generarla un popolo. Bubola lo sa bene. Poeta come ce ne sono pochi ormai, sa che non ci sono iati tra il contadino e il poeta, usano la medesima materia e la sanno plasmare. Loro sì, s’intendono. Chi è fuori dal gioco, semmai, è il piccolo borghesuccio che pretende di ordinare il mondo, di dominarlo. Il popolo ama i poeti e i poeti amano il popolo perché sanno cogliere la straordinaria personalità delle cose. Amano la realtà.
Undici bare senza nome. Silenziose, senza recriminazioni. Undici bare che si fanno atlante vivente di un popolo disseminato, che ha portato nella trincea fardelli così diversi tra loro nelle diverse latitudini e gioie e amori. E hanno imparato un unico identico linguaggio, anzi lo hanno creato, affinato e poi offerto ad un’Italia che ha tutto tradito.

La storia si è preoccupata e si preoccupa di spiegarci il perché. Non ci sa spiegare tuttavia come è avvenuta tale transustanziazione. Se ne occupa la poesia. Ciò che non può essere spiegato, deve essere cantato. È uno degli undici figli senza nome della nostra terra, a prender su di sé tale compito. Bubola lo chiama Vittorio, bergamasco di Clusone. È lui a parlar dritto a Maria, che esplora quelle bare, e non le par giusto di dover decidere ed escludere altri figli. Ma non importa chi sceglierà. Quel che importa è ben altro: «E tu Maria, che ascolti il racconto delle mie tribolazioni e del mio saccheggio, tu che sei madre di carne e di piume, tieni la mia povera vita come corolla al tuo sconquasso e guardami e abbracciami come figlio».

di Giacomo Scanzi

di Giacomo Scanzi

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24 agosto 2019

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