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Un’avanguardia fermata in corsa

· L’arte russa dalle icone a Malevič ·

La Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti celebra lo scambio tra la cultura italiana e quella russa ospitando la rassegna «Dalle Icone a Malevič».

Quaranta dipinti provenienti dal prestigioso Museo Russo di San Pietroburgo offrono un suggestivo florilegio dell’arte russa dall’epoca delle icone fino alle avanguardie del primo Novecento.

Al primo impatto questa mostra si sarebbe prestata a una duplice lettura, non sempre positiva per il giudizio storico-critico. Sgombrati i pregiudizi, però, ci offre un’imprevista occasione per mettere a fuoco le radici di un’arte che, fino agli ultimi anni del XVII secolo, aveva potuto contare solo su un’architettura di culto e su un’arte molto popolare. Un’arte la cui massima espressione erano state le icone.

Ricordiamo che fin dal x secolo, la Russia aveva aderito alla variante ortodossa del cristianesimo trasmessale da Bisanzio. Questo passaggio le permise di traghettare da un’arcaicità tribale a una civiltà cristiana di singolare cultura bizantina, sintetizzabile in tre elementi: ricerca della perfezione assoluta, realismo pagano, sensibilità slava per il gusto della vita.

Dall’xi al XVII secolo la Russia conobbe uno sviluppo separato da tutto il resto del mondo cristiano. Tale isolamento avrebbe inevitabilmente condotto ad un ristagno della cultura e della civiltà, se di questo rischio non si fosse reso conto Pietro i il Grande, che salì al trono nel 1721.

Le scelte innovative di Pietro i non solo si rivelarono rivoluzionarie, ma determinanti per la storia del futuro del Paese. Coloro che dovevano applicare le riforme, non avendo un passato a cui attingere, si ispirarono alle esperienze degli altri Paesi. Così la Russia iniziò a seguire il percorso che aveva fatto l’Europa con lo studio, con l’imitazione, con la rielaborazione, di forme culturali prettamente europee riadattate alla realtà russa.

Ben presto anche in Russia comparve una cultura con un volto nazionale originale, anche grazie alla separazione della Chiesa dallo Stato. La liberazione dall’ideologia ortodossa, infatti, permise l’accesso a cambiamenti radicali del mondo dell’arte.

Nel Paese ebbe inizio una rapida edificazione. Alla nuova Russia occorrevano palazzi, residenze, sedi per enti amministrativi. Tali costruzioni dovevano essere decorate e abbellite per mostrare il prestigio e il potere dei loro proprietari e committenti.

Le icone non bastavano più. Occorrevano ritratti, paesaggi, nature morte, quadri commemorativi e celebrativi di fatti storici. Occorreva costruirsi un corredo simile a quello che l’Europa aveva prodotto per secoli.

Già tra il XVII e il XVIII secolo, però, ci si rese conto che la Russia non aveva una scuola capace di formare pittori che sapessero lavorare dal vero, usare la pittura a olio su tela al posto della tempera all’uovo delle icone su tavola. Lungo tutto il Settecento furono chiamati pittori dall’Italia, dalla Germania e dalla Francia che, oltre a dipingere ritratti ai dignitari del Paese, insegnarono le tecniche della scuola europea a pittori, incisori e architetti.

Molti artisti russi rivelarono un proprio talento all’altezza dei grandi maestri europei. Fra loro Ivan Nikitin, che fu mandato a studiare all’estero. Apprezzato da Pietro i, dipinse molti ritratti ai membri della famiglia dello Zar. Nella rassegna fiorentina compare un egregio esempio di questo pittore, si tratta di Ritratto di capo atamano (1726), un’opera molto aggressiva e con un piglio espressionista in grande anticipo sui tempi.

Opere di questo tipo vengono spesso definite «tridimensionali», laddove questo aggettivo è un complimento assoluto in quanto significa che l’artista è riuscito a superare la tradizione delle icone. Infatti molti di coloro che erano stati pittori di icone vennero riassorbiti dalle nuove necessità della pittura pubblica per il decoro di soffitti e pareti dei nuovi palazzi, ma anche per costruire complicate macchine scenografiche in occasione di festività particolari e feste principesche.

C’è però da sottolineare che per gli artisti della metà del Settecento non era facile dimenticare gli stereotipi assorbiti dalla tradizione della pittura di icone nel corso di sette secoli.

Nel 1764 a Pietroburgo si inaugurò la prima Accademia di Belle Arti. Lo studio coatto dei modelli dal vero alimentò il gusto per il ritratto, che presto divenne il genere dominante. Anche se i maestri più noti del Settecento, Dmitrij Levitskij e Vladimir Borovikovskij, non fecero in tempo a studiare all’Accademia.

La rassegna fiorentina presenta anche una serie di splendidi e accurati paesaggi. Il paesaggio come genere autonomo si affermò in Russia nella seconda metà dell’Ottocento. Durante i primi trent’anni di questo secolo i paesaggi esprimevano un sentimentalismo eccessivo che sfiorava il romanticismo. Salvo quando la percezione del mondo esterno, la luce e l’aria erano così forti da sconfiggere ogni cedimento emotivo. Come nell’opera Il lungomare a Mergellina a Napoli (1827) di Sil'vestr Feodosievič Ščedrin.

Sorvolando su molti altri artisti di nobili intenzioni e risultati, come il cosiddetto Tol’stoj della pittura, Il’ja Repin, arriviamo alla fine del XIX secolo.

In questo particolare periodo storico la Russia è disponibile a recepire tutte le novità comparse nell’arte mondiale. Per esempio si cominciavano a invitare artisti di altri Paesi alle mostre nazionali e al tempo stesso pittori e scultori russi si affermavano nelle rassegne internazionali.

A Mosca nacque una collezione, per i tempi eccentrica, fondata dai due collezionisti Sukin e Morozov, che avevano comprato in Europa i capolavori di autori impressionisti, postimpressionisti e innovatori come Picasso e i suoi compagni di strada. Era la prima volta che veniva istituita una collezione privata dal taglio museale, aperta al pubblico.

Nel 1909, inoltre, un balletto russo conquistò Parigi e fece da staffetta alla cultura russa che in quegli anni traboccava di idee, talenti, speranze e possibilità. Durante i primi quindici anni del Novecento vengono fatte in Russia le scoperte più rivoluzionarie, su cui il Paese vivrà di rendita per il resto del secolo. Scoperte che la riscatteranno dall’appiattimento coatto a cui il regime stalinista la obbligherà con il cosiddetto Realismo Socialista.

Nel 1910 Kandinsky creò il primo quadro astratto, al quale nel 1911 seguì il trattato Lo spirituale nell’arte , in cui chiariva la teoria base dell’astrattismo. Nello stesso 1911 Natal'ja Gončarova, ispirandosi all’arte popolare, rompeva il concetto stereotipato del bello — non bello e di ciò che è degno di essere o non essere dipinto. Il suo compagno, Michail Larionov, affronta temi insoliti come il folklore cittadino. Con un incredibile anticipo sui tempi, quest’artista riproduce le insegne dei negozi, le scritte e i graffiti sui muri. In mostra c’è l’opera Autunno giallo (1912) in cui, nella scrittura di numeri e lettere, c’è già l’intuizione di quella che trent’anni dopo si chiamerà Art Brut e sessant’anni dopo Graffitismo.

Naturalmente gli artisti russi ammiravano pittori come Cézanne, Picasso, Matisse, i futuristi, anche perché erano loro serviti da stimolo per superare se stessi. Ne è un esempio l’opera di Kazimir Malevič Eclissi parziale/Composizione con Monnalisa (1914), che mostra il proprio debito al Cubo-Futurismo, ma lancia il sasso di quella ricerca-provocazione che diventerà il suo identikit artistico.

È alla fine del 1914, infatti, che espone alla mostra «O.10» il suo Quadrato nero su fondo bianco con altre composizioni suprematiste. Con lui espongono i nuovi maestri dell’astrattismo, del suprematismo, del costruttivismo. Artisti che parlano col colore, la linea, la forma, il materiale.

Il tema e la base letteraria scompaiono, anche se per Malevič il riferimento alle icone resta sempre primario. Il suo Quadrato nero , infatti, ha come riferimento l’icona. Tanto che nel 1989, durante la visita di Giovanni Paolo II alla mostra «Arte Russa e Sovietica» al Lingotto, curata da Giovanni Carandente, vedendo quest’opera di Malevič sopra una porta, il Papa la collegò subito alle icone domestiche.

Queste innovazioni si rivelarono assai proficue non solo per il mondo artistico russo, ma per il resto dell’arte mondiale che, per la prima volta nella storia, si ispirò all’avanguardia russa.

Malevič, purtroppo, non difese la propria ricerca, ma tornò alla figurazione. Si era convinto che il suprematismo non avrebbe potuto vivere per sempre. Colpito da un male incurabile, dipinge un ultimo quadro: il proprio autoritratto. Il maestro dell’avanguardia abdica a se stesso facendo in quest’opera una sorta di apoteosi del creatore, inteso come un artista che vede nei maestri del Rinascimento italiano la più alta incarnazione della creazione.

«Un’avanguardia fermata in corsa» ha scritto Evgeny Kovtun, uno dei maggiori studiosi dell’arte russa, di ciò che è accaduto negli anni Venti e Trenta nell’Unione Sovietica. In quel periodo venne infatti proibita qualsiasi espressione che dimostrasse libertà di pensiero. Molti bravi artisti entrarono nel lungo letargo della clandestinità. Solo ora l’opinione pubblica sovietica scopre l’eredità dell’avanguardia russa del Novecento e capisce l’importanza e l’influenza nel contesto dell’arte mondiale.

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