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​Un’altra
Madame Curie

La storia dell’incontro fra Rosa Montero, scrittrice e giornalista spagnola, e Marie Curie comincia in modo persino burocratico. Un giorno qualunque una casa editrice invia a Rosa Montero un testo, una ventina di pagine che Marie Curie ha scritto nei dodici mesi successivi alla morte del marito. Pierre è morto a quarantasette anni investito da un carro trainato da cavalli. Scriverebbe Rosa un’introduzione o qualunque altra cosa le pagine le ispirino?

Anche Rosa ha perso il marito. Pablo se n’è andato dopo ventuno anni di vita in comune. Anni di amore, di comprensione, di quella speciale intimità, che solo la scelta consapevole di vita comune possono dare, sono a un certo punti inspiegabilmente scomparsi. Una presenza forte è diventata un’assenza senza speranza.

Marie Curie

Il dolore comune è la molla che fa scattare in Rosa la voglia di conoscere e di raccontare. A entrambe la morte appare illogica, insensata, assurda. «Ma com’è possibile che non ci sia — scrive Rosa — quella persona che tanto spazio occupava nella mia vita, dove si è cacciata (...) Ma come non lo rivedrò più? Né oggi né domani né dopodomani, né fra un anno? È una realtà inconcepibile che la mente rifiuta. Non rivederlo mai più è una brutta parola, un’idea ridicola».

«A volte — scrive Marie nel suo diario — ho l’idea ridicola che tutto questo sia un’illusione e che tornerai. Ieri non ho forse avuto, sentendo la porta che si chiudeva, l’idea assurda che fossi tu?».

Si può riemergere da un’oscurità insensata? In La ridicola idea di non vederti più. La storia di Marie Curie e la mia (Ponte alle Grazie, 2019, 228 pagine, euro 16) Rosa Montero stringe a sé Marie Curie, intreccia la sua vita con quella di lei e in quest’abbraccio avviene il miracolo. Appare un’altra Marie, che somiglia a Rosa ma anche a tutte noi che abbiamo avuto difficoltà e dolori eppure siamo andate avanti. La straordinaria potenza del libro di Rosa Montero sta tutta qui. Dietro quella scienziata che Einstein definì «fredda come un pesce» c’è una Marie che Rosa comprende fino in fondo e ci racconta.

Non solo la donna che ha ricevuto due Nobel, ha studiato per anni il radio fino a esserne consunta, ha sfidato il mondo della scienza maschile, entrando in luoghi mai occupati dalle donne. Quella storia la conoscono tutti. Tanti sanno che la scoperta del polonio e del radio avvenne sotto una tettoia che prima serviva da magazzino, che per scaldarsi nel gelido inverno parigino c’era solo una piccola stufa, che lei lavorava con le dita congelate, mangiava solo salsiccia, spostava pesi di venti chili e rimescolava nei paioli con sbarre di ferro grandi quanto lei.

Molti conoscono quel che segue: l’incredibile scoperta del radio. Il successo, il rispetto della comunità scientifica internazionale e i danni non previsti che colpiscono innanzitutto lei. Molti preferiscono sorvolare, ma anche questo è noto, che dopo la morte di Pierre in tanti tentano di diminuire il successo di Marie cercando di farla apparire solo una moglie che aveva usufruito del successo del marito, che senza di lui non avrebbe fatto niente di memorabile.

Madame Curie martire della scienza, santa del progresso, donna scandalosa e controcorrente. Eppure tutto questo è troppo poco per definirla. Marie — questa la scoperta di Rosa — è molto, molto altro. Con pudore e senza invasività, ricordando la malattia del marito e la sua morte, Rosa scrive del dolore e del rimpianto.

C’è Marie che devota al marito bacia i resti organici di Pierre, rimasti attaccati ai tessuti quando il carro lo travolge, e che lei conservò a lungo prima di bruciarli. «Insieme a mia sorella — scrive nel suo diario — abbiamo bruciato i tuoi indumenti del giorno dell’incidente. In un falò enorme lancio i brandelli di stoffa sforbiciati con i grumi di sangue e il resto del cervello. Orrore e disgrazia, bacio ciò che rimane di te, vorrei ubriacarmi del mio dolore, bere fino in fondo quel calice, che ogni tua sofferenza si ripercuota in me fino a farmi scoppiare il cuore».

C’è Marie piena di rimpianti e di sensi di colpa: «Sono rimasta ancora un giorno a St Remy e non sono tornata fino a mercoledì (…) Volevo concedere alle bambine un altro giorno in campagna. Perché ho sbagliato in quel modo? È stato un giorno in meno che ho vissuto con te».

Il dolore, quello vero non si riesce a raccontare, ti domina e ti possiede, dice Rosa, ricordando il suo, ma può diventare di nuovo vita quando finalmente si racconta, diventa rapporto con gli altri, quando si trasfigura nell’arte e nella letteratura. Quando a quel dolore si può guardare come momento necessario per crescere e diventare se stesse. Allora si esce dalla solitudine e persino il dolore può essere bello.

«Non è tutto orribile nella morte, per quanto un’osservazione simile sembri una bugia (mi stupisco sentendomelo dire)» arriva a scrivere Rosa. E noi sappiamo che anche per Marie è stato così. La morte è diventata sapienza e nuova forza. Il dolore è diventato vita.

Esperienza solo di Marie, grande scienziata, e di Rosa, scrittrice acuta e appassionata? No. Il libro ci fa un dono inaspettato e straordinario. Diventa corale, comprende e coinvolge tutte. Quando Rosa parla di Marie parla delle donne che hanno lottato per raggiungere se stesse. Quando racconta difficoltà e dolori, ci coinvolge fino in fondo. Quando racconta di difficili conquiste capiamo che sono state comuni. E, alla fine, anche noi ringraziamo la vita, tutta, anche quella che ci ha dato sofferenza. Come ha fatto Marie. Come ha raccontato Rosa.

di Ritanna Armeni

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20 agosto 2019

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