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Un'altra giornata di sangue in Kyrgyzstan

· Per sedare le violenze interetniche il Governo di Bishkek chiede alla Russia di inviare truppe ·

Seconda giornata di sanguinosi scontri tra kyrgyzi e uzbeki in Kyrgyzstan meridionale, dove il bilancio delle vittime è salito a 62. I feriti, alcuni in gravi condizioni, sono 800. L'ex Repubblica sovietica è sconvolta dall'ondata di violenze e la situazione nel Paese è fuori controllo. «Intere strade sono in fiamme», ha detto il portavoce del ministero dell’Interno, parlando delle violenze nella città meridionale di Osh. «La situazione è pessima e non c’è segno di tregua. Le case sono state date alle fiamme».

Il Governo ad interim ha dichiarato lo stato d’emergenza a Osh, ha imposto il coprifuoco, ma non riuscendo a sedare gli scontri ha chiesto alla Russia l’invio di truppe per riportare l'ordine. Lo ha annunciato il presidente ad interim, Roza Otunbayeva: «Abbiamo bisogno dell’ingresso di forze armate esterne per sedare la situazione. Abbiamo chiesto aiuto alla Russia e ho già firmato una lettera in questo senso per il presidente Dmitri Medvedev».

Un corrispondente dell'agenzia Reuters a Osh ha riferito che le sanguinose violenze sono andate avanti per tutta la notte in un quartiere uzbeko della città. Gruppi di giovani armati di bottiglie molotov, spranghe, pietre, coltelli, addirittura pistole e fucili hanno continuato ad affrontarsi in diversi quartieri. Automobili, magazzini, negozi, bar, ristoranti e case sono state bruciati. Da alcuni villaggi attorno alla città uomini delle due fazioni hanno aggirato i check-point degli agenti per dirigersi verso il centro della città.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha lanciato un appello alla calma e al dialogo in Kyrgyzstan, teatro di violenti scontri tra gruppi etnici che hanno causato decine di morti. «Tutte le parti devono dimostrare la massima moderazione — si legge in una nota diffusa ieri al Palazzo di Vetro — per evitare la perdita di altre vite. Ban ribadisce la necessità di rispettare lo Stato di diritto e di risolvere i problemi in maniera pacifica attraverso il dialogo». La nota prosegue esortando «il Governo provvisorio a prestare particolare attenzione alle relazioni tra le etnie, adottando misure per assicurare la coesistenza pacifica di tutti i cittadini del Kyrgyzstan».

Da quando, nell’aprile scorso, il presidente Bakiev venne deposto, Osh la seconda città del Paese, è stata travolta da una sorta di anarchia: l’intera regione meridionale era il feudo del deposto leader e in molti hanno proprio da qui tentato azioni che lo riportassero al potere. Ma l’odio interetnico fra kyrgyzi e uzbeki è più forte delle polemiche pro e contro l’ex presidente, e risale a tempi ben più antichi. Nel 2005 il Kyrgyzstan, che aveva lasciato nel 1991 l'Urss, tentò la svolta democratica con la rivoluzione dei tulipani che portò al potere Bakiev, che però quest’anno è stato deposto dopo una violenta rivolta. Il Paese, con i suoi 5,5 milioni di abitanti (circa il 70 per cento kyrgyzi, il 15 per cento uzbeki e il resto russi e curdi), versa in una situazione economica disastrata, da cui nascono anche i conflitti interni.

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