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In un’altra direzione

· Un libro di monsignor Galantino invita a superare con l’incontro paure e indifferenza ·

«Mettendo ordine tra le mie riflessioni, in queste pagine provo a ripercorrere con i lettori i “confini” da me frequentati e nei quali tutti, in maniera diversa, siamo collocati. “Confini” da percorrere e da raccontare nella convinzione che non tutto è perduto, che è ancora possibile sentirsi attratti dall’oltre e che i valori che hanno contribuito a rendere bella, anche se problematica, la nostra Europa, sono valori belli e possibili». Si intitola Sul confine. Incontri che vincono le paure (Milano, Piemme, 2019, pagine 280, euro 18) il nuovo libro del vescovo presidente dell’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, monsignor Nunzio Galantino, che, nell’introduzione, si sofferma sulla genesi del volume (raccogliere i suoi articoli usciti sul «Sole 24 ore»), sulla Chiesa di Papa Francesco («chiamata a farsi strumento di misericordia»), sulla necessità di considerare i “confini” non limite, barriera, ma area condivisa, soglia. Attraverso la sua esperienza di pastore, conduce il lettore a trovare la risposta a dubbi e paure nell’emozione dell’incontro, sia esso una lettura, una nuova conoscenza, un rapporto vero, autentico. Del libro pubblichiamo la prefazione, scritta dal prefetto del Dicastero per la comunicazione.

Ho letto una volta di una disputa, a tratti surreale, fra due dei più grossi scienziati del secolo scorso, Hans Bethe e Leó Szilárd. Si racconta che i due discutessero a proposito dell’opportunità di tenere un diario delle cose viste e vissute, delle persone incontrate, delle emozioni e dei pensieri suscitati. Sembra che il primo avesse detto al secondo — il quale intendeva scrivere un diario, ma non per sé, per memoria di Dio — che il suo progetto non aveva molto senso, perché probabilmente «Dio sapeva già tutto». E si dice che Szilárd avesse risposto: «Sì, certo, ma non conosce la mia versione». Questo aneddoto mi è ritornato in mente leggendo il libro di don Nunzio Galantino, che è un diario pubblico, scritto per sé, per Dio, per gli altri; quasi a riaffermare l’importanza di cercare — e trovare — sempre il tempo per fermarsi a riflettere, per annotare quel che ci accade, per ricordare; certamente a significare che solo tenendo insieme i propri ricordi con quelli degli altri, la propria identità con quella degli altri, solo rimanendo legati a Dio, solo sottraendosi alla vertigine di una corsa solitaria e senza sosta, solo cercando la luce nell’oscurità che attraversiamo si riesce, se non a vedere, a intravedere la verità delle cose, e a ridare un senso alle parole.

Una parola fra tutte attraversa questo libro: “confine”. Secondo alcuni è un limite necessario, è ciò che ci separa, che ci deve separare, proteggere. Anche se il prezzo è l’impossibilità di guardare oltre le colonne d’Ercole del nostro orizzonte. Secondo altri — fra questi don Nunzio — è al contrario il punto di incontro fra noi e gli altri; è ciò che ci unisce in una molteplicità, ciò che rende significanti le nostre identità, ricco ogni dialogo, infinito l’orizzonte, nessuna terra straniera. Un’altra parola è “dialogo”, che in un tempo dove troppe volte la regola è il monologo, viene spesso visto come segno di debolezza. In questo libro, emerge come sia vero il contrario: né il dialogo né il confronto, quando sono autentici, appiattiscono il Vangelo sullo spirito del tempo. Il dialogo non è voglia di sintesi a tutti i costi. È capacità di ascolto, voglia di conoscenza.

“Dialogo” e “confine” sono due parole connesse e travisate. Se solo trovassimo tutti il tempo di guardare dentro le nostre vite, di ricordare con gli occhi del cuore quel che abbiamo vissuto, emergerebbe chiaramente come il dialogo è ciò che cerchiamo, sempre, e come il confine sia spesso dentro di noi. Nel senso che sta a noi discernere il confine tra il bene e il male, guardandoci dentro. Siamo noi a decidere che cosa far uscire dal nostro cuore. E che cosa lasciar entrare. Come dice Gesù, secondo il racconto di Marco: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. [...] Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Marco, 7, 15 e 21-22).

Quanto a cosa invece può superare il nostro confine, rompere il velo di ipocrisia che ci impedisce di vedere, don Nunzio cita quasi all’inizio del suo libro-diario una bellissima riflessione di Martin Buber: «“Dio abita dove lo si lascia entrare”. Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova e dove ci si trova realmente, dove si vive e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato [...] allora lasciamo entrare Dio».

Leggere questo libro è dunque un po’ intraprendere un viaggio dentro noi stessi, un viaggio che, pur non essendo il nostro, parla anche di noi, delle nostre vite, della nostra incapacità spesso a distinguere ciò che è grande da ciò che è piccolo, del segreto che dovremmo imparare meglio dai bambini di come rialzarsi dopo ogni caduta. Veniamo portati in Romania, e fatti partecipi di un’amicizia, quella fra don Nunzio e Mino Damato, che supera i confini della morte e vive in un progetto che ha cambiato la vita a centinaia di migliaia di bambini abbandonati e infettati colpevolmente con il virus dell’hiv. Ci ritroviamo poi anche a Lesbo, dietro a un filo spinato, di fronte a una domanda che capovolge l’al di qua e l’al di là di un confine. «Ma chi sta veramente dietro il filo spinato? Loro o piuttosto anche noi? Noi che assomigliamo a coloro che al tempo di Etty Hillesum abitavano nelle comode ville? Non siamo noi oggi, nelle nostre comode case, nella nostra comoda democrazia, ma comunque responsabili di questa e di altre guerre, a essere come loro dietro i fili spinati? Che cosa racconteremo alle generazioni future di questo pezzo della storia? Che cosa racconteremo dell’isola di Lesbo? Che non è più la patria della poetessa educatrice, ma solo della morte e dell’emergenza. Quale Europa stiamo costruendo, ora che abbiamo rinunciato ai valori che hanno fatto nascere l’Europa?».

Ed eccoci quindi ad Aleppo, e poi in Giordania. E di nuovo in Italia, accanto a Dj Fabo, a interrogarci su come sia possibile, su come possa accadere di considerare l’eutanasia una risposta al dolore, alla sofferenza, chiamati più che a un giudizio a un’assunzione di responsabilità: «Dobbiamo avere il coraggio e la sapienza di andare in un’altra direzione. Dove più si alza il grido di bisogno e di richiesta d’aiuto di chi soffre, ad esempio, per una grave e inguaribile malattia, è necessario investire più risorse, assicurando così un maggiore livello di assistenza. Ma il problema non è solo economico. Quello che dobbiamo — ed è un dovere morale — a chi vive tali drammi e alle loro famiglie è soprattutto una sincera prossimità umana, una solidarietà fattiva che possa smontare alla radice il tarlo cattivo della disperazione».

Pagina dopo pagina eccoci a riflettere sulla politica, sulle regole dell’economia, sul rischio di farci male da soli pensando che il destino della Terra non ci riguardi direttamente, e che ogni popolo, ogni nazione, ogni individuo possa salvarsi da solo. Eccoci chiamati a ragionare sul senso smarrito di bene comune, sulla grandezza del perdono, sull’Europa disorientata, sulla verità così spesso tradita da una comunicazione falsa e bugiarda, sull’istruzione che manca e sulla cultura aggredita dall’ignoranza come se si potesse tranquillamente scegliere fra l’una e l’altra quale più ci si addice.

Questo libro ci aiuta a vedere oltre l’immediato, oltre un presente che rischia di essere smemorato e timoroso. Ci insegna a non avere paura, a non chiuderci nella comodità dei piccoli mondi chiusi che la globalizzazione paradossalmente costruisce instancabile, impedendoci di vedere gli altri se non sono esattamente uguali a noi. Questo diario ci dice di non arrenderci all’idea che l’unico destino che ci attende è quello di vivere senza vedere, come ciechi guidati da altri ciechi. Ci dice che non si combatte l’inciviltà diventando incivili, scambiando la difesa di sé con la negazione dell’altro; e l’umiliazione dell’altro con l’affermazione di sé. A me — a proposito di memoria e di come siamo tutti portati a credere il nostro mondo il migliore o il peggiore di tutti i tempi, a proposito della superbia che ci impedisce di vedere — la lettura delle riflessioni di don Nunzio ha fatto tornare in mente un detto del primo dei padri del deserto, Antonio il Grande: «Vidi tutte le reti del maligno distese sulla terra e dissi gemendo: “Chi mai potrà scamparne”. E udii una voce che mi disse: “L’umiltà”». Ecco, solo la memoria, il ricordo, l’incontro ci insegnano a essere umili. E solo l’umiltà ci restituisce la capacità di vedere, di interrogarci, di stupirci, e di rialzarci.

di Paolo Ruffini

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05 dicembre 2019

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