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Una voce per riformare la Chiesa

· Giovanni d’Ávila ·

Dell'altro santo, Giovanni d'Ávila (1499 o 1500-1569), che Benedetto XVI proclama dottore della Chiesa, domenica 7 ottobre, il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, traccia un profilo non solo biografico. Il così chiamato maestro dedicò la sua vita alla preghiera e allo studio, a predicare a piccoli e grandi, chierici e laici, rendendo la Parola di Dio comprensibile ai sapienti e agli ignoranti. Ha lasciato una serie di trattati di spiritualità, sermoni, conversazioni e lettere in quel delizioso castigliano «d'oro» che armonizza il parlare bene con la solidità, la grazia e la densità del suo contenuto. Tra le opere più celebri il Trattato dell'Amore di Dio , il Trattato sul sacerdozio , il Catechismo o Dottrina cristiana , i Commenti alla Lettera ai Galati o alla Prima Lettera di Giovanni e, soprattutto, il noto Audi, filia , frutto della sua esperienza come guida spirituale di una giovane. In tutte queste opere si può apprezzare la sua rigorosa metodologia in quanto a contenuti e a citazioni bibliche, patristiche e conciliari, accanto a un ragionamento ordinato e coerente e a uno stile carico di paragoni pedagogici, espresso nel suo sobrio linguaggio castigliano, pieno di bellezza e  precisione. Si osservano anche una grande capacità pedagogica, una particolare abilità a tener conto del destinatario dei suoi sermoni o dei suoi scritti e una considerevole creatività nello scegliere  gli strumenti adeguati al messaggio che voleva trasmettere. Scrisse, per esempio, un catechismo in versi che poteva essere cantato, di modo che i bambini lo imparassero facilmente e con piacere e,  ascoltando i bambini, anche gli adulti lo imparassero.

In quanto vero umanista e buon conoscitore della realtà, la sua era una teologia vicina alla vita, che rispondeva alle questioni poste in quel momento e lo faceva in modo didattico e comprensibile.

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16 luglio 2019

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