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Una vocazione vissuta per gli altri

· Il cardinale Bertone nei luoghi della sua ordinazione sacerdotale cinquant'anni dopo ·

C'è una caratteristica nelle celebrazioni per i cinquant'anni di messa del cardinale Tarcisio Bertone ed è una costante della sua vita sacerdotale: l'entusiasmo vivo come allora per la scelta fatta a quattordici anni.

La parabola vocazionale del segretario di Stato emerge dagli elementi e ricordi disseminati nei testi delle quattro omelie da lui pronunciate in questi giorni di anniversario, vissuti in altrettante celebrazioni nella terra di origine. A Bollengo il 1° luglio, con i confratelli di ordinazione rimasti ancora in vita, al santuario mariano di Monte Stella il 2 luglio nel cinquantesimo della prima messa, nella cattedrale di Ivrea il 3 luglio e infine il 4 luglio nella chiesa parrocchiale di Romano Canavese, suo paese natale. Tutte le omelie sono ricordi vivaci dei primi tempi del suo sacerdozio ripensati attraverso la meditazione della Parola di Dio, radice della vocazione sacerdotale, letta con l'ottimismo tipico dello spirito salesiano.

A Bollengo, dove il giovane Bertone veniva ordinato sacerdote con altri 31 compagni da monsignor Albino Mensa, vescovo di Ivrea, l'omelia è stata tenuta a braccio, con in mano gli antichi appunti di quel lontano 1° luglio 1960 quando, dopo l'ordinazione, il giovane prete fu incaricato di tenere a nome dei compagni un discorso di ringraziamento e saluto.

Quegli appunti si aprivano con due aspetti: «Comprensibile emozione e scarsa preparazione» a indicare il sentimento del neosacerdote costretto a fronteggiare una situazione del tutto nuova e imprevista; e poi una data storica: Palestina anno 29 dell'era cristiana. Il tempo cioè in cui presumibilmente Gesù scelse i suoi discepoli, chiara connotazione cristologica di ogni percorso vocazionale che il cardinale Bertone ha trattato finora in occasione del suo giubileo sacerdotale. «Siamo uniti insieme oggi, per l'ultima volta» diceva allora don Bertone concludendo il saluto personale a ogni compagno ordinato con cui si erano vissuti anni di studio e allegria indimenticabili. «Poi ognuno di noi sulle strade del mondo percorrerà sentieri suoi, personali, quelli che per lui ha preparato il Signore. La tristezza della separazione è addolcita da questa fiduciosa certezza: ogni giorno le nostre mani si leveranno al cielo, sorreggendo un candido pezzo di pane ed un piccolo calice di vino. Saremo tutti uniti ancora, uniti fra noi, compagni di tanti anni di formazione, coi superiori, col vescovo nostro, col Papa, con Cristo, in efficace preludio di quella gioiosa comunione che attendiamo con il Padre, col Figlio e collo Spirito Santo».

Nessuno di loro poteva prevedere che si sarebbero rivisti — almeno i superstiti — cinquant'anni dopo, con uno tra essi divenuto segretario di Stato, ricevuti insieme dal Papa come accadrà lunedì 5 luglio. Nel tempo di mezzo, cambiamenti importanti. «In questi cinquant'anni dall'ordinazione sacerdotale, era il tempo — annota Bertone — dei primi passi nella preparazione del concilio Vaticano II, il Magistero della Chiesa ci ha educati ed incoraggiati a stare dentro la storia, dentro la società, tra i problemi della gente: le famiglie della parrocchia, il cortile dell'oratorio, l'educazione e la formazione dei giovani, la loro preparazione al lavoro e il loro inserimento pieno nella comunità».

E aggiunge: «Non siamo dunque stranieri nella società d'oggi: abbiamo un messaggio forte e sempre nuovo da portare, quello del Vangelo e della sua radicalità. Senza questo Vangelo e questa Presenza, la società sarebbe più povera, anche a Ivrea ed in tutto il Canavese. Oggi vorrei dire in particolare: senza il ministero ed il servizio di voi, cari sacerdoti, le nostre comunità e le nostre famiglie sarebbero davvero più sole! Continuate a donare ai giovani l'entusiasmo del Vangelo, insegnate loro, con la vostra vita, che è bello essere sacerdoti ed è una chiamata grande quella di dare la vita per gli altri».

Essere prete caratterizza tutta una vita nel segno positivo fin dal giorno della prima messa. «Quanta intensità di preghiera — ricorda il cardinale Bertone — in quei momenti. In essi ho potuto gustare fin dall'inizio tutta la novità e la bellezza dell'essere sacerdote: ministro dell'altare e servitore dei miei fratelli». Non una scelta nostra ma un dono che rende sensibili alla voce dei poveri. Nella Parola di Dio vi si trova infatti «la constatazione che l'uomo non può restare fermo, il suo cuore ha bisogno di una direzione sicura nel cammino della vita, ha bisogno di alzare lo sguardo verso Dio». È lui stesso che trasforma questo vagare della ricerca umana in un cammino per trovare la pace. Seguendo la voce di Dio, ogni uomo può trovare «la stella polare del suo pellegrinaggio terreno». Quando poi personalmente chiama a seguirlo, e si risponde positivamente al nostro desiderio di stare con il Maestro, allora «è un entrare in sintonia con la sua volontà ed il suo personale disegno su ciascuno di noi». La preghiera cristiana — rileva il cardinale — deve sempre sostenere ed accompagnare chi ha voluto rispondere con entusiasmo alla chiamata di Dio.

Uno dei momenti «più intimi e significativi» del suo giubileo sacerdotale, il segretario di Stato lo ha vissuto nella messa nella chiesa parrocchiale di Romano Canavese dove venne battezzato il 9 dicembre 1934 e dove, in famiglia, sbocciò inizialmente la sua vocazione, poi avvertita in collegio a Valdocco, dai salesiani. Egli pensava di dedicarsi da grande alla specializzazione in lingue moderne. Invece — ricorda — «tutto ha assunto un'altra forma quando un salesiano, don Alessandro Ghisolfi, mi disse: “Ti piacerebbe fare come questi salesiani che si dedicano ai giovani?”». Andò con una quindicina di ragazzi a un incontro vocazionale di tre giorni, dove si parlò della vita sacerdotale e di don Bosco. «La proposta mi piacque tanto e da quel giorno decisi di incamminarmi per la strada del noviziato».

Ogni vocazione umana — rammenta il porporato — è vocazione. «C'è un disegno di amore su ciascuno di noi e tutti siamo invitati a realizzarlo in pienezza». Ma farsi prete significa «riconoscere il primato di Dio in ogni attività pastorale e in modo del tutto particolare significa riconoscere che la chiamata, la vocazione ad essere collaboratori del Figlio nel ministero di salvezza, viene da Dio. Significa riconoscere la sua signoria sulla messe». Il sacerdote «è proprio colui che deve diventare come Cristo, l'Agnello senza timori o angosce per andare in mezzo ai lupi a portare la pace, a guarire ogni sorta di malattia dell'anima e ad annunciare la vicinanza del regno di Dio». Trasfigurarsi in Cristo, partecipi della sua passione, morte redentrice, abbassamento e umiliazione, ma conduce alla sua gloria. Non c'è altra gloria di cui il prete possa vantarsi. «Anche recentemente — sottolinea il cardinale Bertone in piena sintonia con il Papa — Benedetto XVI ha esortato i sacerdoti a rifuggire l'ambizione o il successo personale, perché così non amerebbero veramente Dio e gli altri, ma solo se stessi, fraintendendo alla radice il senso del proprio ministero».

Infine un ricordo inseparabile, che lo ha accompagnato tutta la vita: il sogno che don Bosco fece a nove anni. Lo stesso santo raccontò di aver visto una quantità di ragazzi scapestrati e violenti che il piccolo Giovanni pensò bene di mettere in riga con le percosse. Ma la maestra a lui presentata da Gesù, la sua stessa Madre, indicò al ragazzo un metodo nuovo: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici». Di qui, a conclusione dei momenti celebrativi del cinquantesimo il cardinale Bertone confessa: «Non posso prescindere dal ricordare la vocazione di Don Bosco, che ha ispirato la mia vocazione sacerdotale nella Congregazione salesiana». Nel ringraziamento al Signore, invocato — secondo la preghiera pronunciata da Benedetto XVI a conclusione dell'Anno sacerdotale — a benedire «tutti gli uomini di questo tempo che sono assetati e in ricerca».

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