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Una vittoria della libertà,
non della politica

· A 30 anni dagli eventi di Berlino ·

«L’Europa ha perso la sua vocazione di civiltà liberante. Prima abbatteva i muri, oggi li costruisce. Per difendersi dai migranti. Perché è ormai vecchia, decrepita». È singolare che l’Europa festeggi oggi la ricorrenza di un evento, quello della caduta del Muro, a proposito del quale in molti le additano pesanti responsabilità. Colpe di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, di non aver saputo governare i processi precedenti, di essere stata colta sostanzialmente impreparata dalla Storia che bussava alla porta con così tanta evidenza. Se c’è una lettura comune dei 30 anni trascorsi dal 9 novembre 1989 a oggi è proprio l’identificazione di un’assenza e di un fallimento. Non hanno costituito eccezione neanche gli interventi dei partecipanti al seminario organizzato alla Link Campus University di Roma sul tema «A 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino», fra i quali figuravano l’ex ministro Vincenzo Scotti, il cardinale Giovanni Battista Re, il filosofo Massimo Cacciari, l’ex ministro degli Esteri e commissario europeo Franco Frattini, diversi ex ambasciatori italiani a Washington, Mosca, Parigi e Berlino, fra gli altri.

Secondo Cacciari, che ha appunto espresso le dure considerazioni con le quali si è iniziato questo articolo, la mancanza di visione dell’Europa aveva, e inevitabilmente ha, radici lontane. Così come i paesi vincitori della seconda guerra mondiale «non avevano alcuna idea di cosa fare della vittoria», così quelli che da Occidente assistettero alla caduta del Muro di Berlino non avevano, secondo il filosofo, alcuna percezione di ciò che in realtà stesse accadendo e soprattutto di ciò che quegli avvenimenti portavano con sé. Come si poteva pensare, si chiede Cacciari, che la caduta dell’Urss potesse far scomparire il “problema” di Mosca? «Era chiaro che si sarebbero ripresentate le ambizioni di una Grande Russia addirittura più ostile all’Europa di quanto fosse stata l’Unione sovietica». Più che comprendere gli errori commessi, secondo Cacciari, occorre prendere coscienza dei limiti di fondo della politica continentale: «Il mondo ha vissuto una grande trasformazione, pari solo a quella di metà ’800. Il dopo-Muro va dunque collocato in una considerazione più generale. Trent’anni fa, chi avrebbe immaginato una Cina come quella di oggi? La verità è che con la caduta del Muro non è scoppiata la pace: è scoppiata la bufera. E quel vento non si è placato per nulla».

Del resto bisogna guardare in faccia la realtà. Cacciari ricorda che «la Germania o è mitteleuropea o non è, inutile pensare diversamente. Il problema dei paesi latini del continente è semmai come mantenere anche il carattere mediterraneo dell’Europa. Invece l’Italia ha vissuto un cataclisma politico e la Francia si è impegnata a occupare il tradizionale spazio franco-carolingio».

Vecchi costumi di un continente, più che vecchio, obsoleto. Una lettura dura, forse provocatoria, ma che trova conferme anche in alcune recenti analisi illustrate dall’economista Luigi Paganetto, le quali mostrano come negli ultimi decenni i rapporti commerciali, e gli investimenti, della Germania nei territori del cosiddetto gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) abbiano fatto registrare una continua crescita. Circostanze che non favoriscono il cammino verso un’integrazione europea più profonda e più profondamente politica, viste le recenti scelte eccentriche di quei paesi rispetto alle posizioni di Bruxelles.

La caduta del Muro, secondo l’ex ambasciatore (tanto a Washington quanto a Mosca) Ferdinando Salleo, ha segnato anche l’inizio della fine del multilateralismo e l’avviarsi alla pratica del recesso dai trattati, dopo una stagione nella quale invece gli accordi internazionali ebbero una grande importanza nel determinare gli eventi della storia. Il cardinale Re non a caso ha citato la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa che si tenne a Helsinki nel 1975 su iniziativa della stessa Urss e dei paesi del Patto di Varsavia. Il vertice doveva sancire il predominio del blocco sovietico nel vecchio continente. In nome di questo obiettivo l’Urss accettò nell’Atto finale l’impegno a rispettare i diritti umani fondamentali, compreso quello della libertà religiosa. Un “germe” che crescendo finì con il fare crepe nel muro comunista, insieme, come ebbe modo di spiegare Giovanni Paolo ii, all’insoddisfazione per la mancata tutela dei diritti dei lavoratori, per le difficoltà economiche aggravate dall’impossibilità di accedere alle risorse della libera iniziativa privata. E alla pretesa del regime sovietico, scriveva ancora il Pontefice nella Centesimus annus, di sradicare dall’uomo il bisogno di Dio.

Una considerazione, quest’ultima, che richiama un elemento molto spesso sfuggito alle ricostruzioni e alle analisi di questi giorni, cui ha reso giustizia l’ex ambasciatore a Berlino Michele Valensise: noi possiamo anche criticare tutto il processo successivo alla caduta del Muro, le mancanze di Berlino, l’assenza dell’Europa, le sue debolezze intrinseche. Possiamo anche avere legittimi timori su un eccesso di potere assunto da Berlino all’interno delle dinamiche politiche europee. Ma in fondo, dimentichiamo un aspetto fondamentale: con i fatti di trent’anni fa, «con la sua unificazione, la Germania, oggi, celebra (insieme al mondo) la vittoria di ogni uomo libero».

di Marco Bellizi

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14 novembre 2019

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