Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Kapuściński
oltre il personaggio

· Un film sul grande reporter di guerra ·

«Il tema della mia vita sono i poveri. È questo che intendo per Terzo Mondo. Il Terzo mondo non è un termine geografico (Asia, Africa, America Latina) e neanche razziale (i cosiddetti continenti di colore), ma un concetto esistenziale. Indica appunto la vita povera, caratterizzata dalla stagnazione, dall’immobilismo strutturale, dalla tendenza alla regressione, dalla continua minaccia della rovina totale, da una diffusa mancanza di vie d’uscita». Così scriveva il grande corrispondente di guerra polacco, Ryszard Kapuściński, in Lapidarium, volume nel quale, a metà degli anni ’90, raccoglieva riflessioni, pensieri sparsi, analisi sul mondo che aveva attraversato.

Ryszard Kapuściński

La figura di questo giornalista, per molti versi leggendaria, a lungo corrispondente dell’agenzia di stampa polacca «Pap», narratore in prima persona del processo di decolonizzazione dell’Africa che ha segnato la seconda metà del secolo scorso, è tornata d’attualità grazie a un recente film d’animazione tratto da un suo libro: Ancora un giorno (Another day of life). Si tratta del reportage, pubblicato nel 1976 tradotto poi in tutto il mondo (edito in Italia nel 2008 da Feltrinelli), al centro del quale è il racconto della fine della dominazione portoghese in Angola e l’inizio di una guerra civile fra diversi gruppi armati per il controllo del paese e delle sue ricchezze, a cominciare da petrolio e diamanti. Nel paese si fronteggiavano l’Mpla (Movimento nazionale liberazione Angola) sostenuto da Cuba e dai sovietici, e l’Unita (Unione nazionale indipendenza Angola) con il Fnla (Fronte nazionale liberazione Angola) che godevano invece dell’appoggio statunitense e del Sudafrica.

Il film, che ha avuto giustamente un’accoglienza estremamente positiva da parte della critica, è costruito attraverso un’animazione realistica e sintetica insieme (quasi un cartoon-reportage), intervallata di tanto in tanto da brevi sequenze documentaristiche sull’Angola di oggi e da alcune intense testimonianze dei protagonisti di quella stagione: capi militari, giornalisti, angolani che incontrarono o aiutarono Kapuściński nelle sue avventure. Gli autori, il polacco Damian Nenow e lo spagnolo Raúl de la Fuente, hanno realizzato un film d’animazione storico, sull’onda di altre opere dello stesso tipo, come Valzer con Bashir o Persepolis. Ne è uscito un lavoro di spessore narrativo, avvincente e drammatico. Ma soprattutto gli autori hanno il merito di averci restituito un Kapuściński vivo, in action, in cui la materia viva dei suoi reportage prende forma sotto i nostri occhi.

Il film in realtà è anche un’occasione per riprendere in mano i numerosi libri del giornalista polacco, i suoi ragionamenti sulla professione del corrispondente di guerra, la visione di una storia raccontata certo tenendo ben presenti gli eventi storici, i mutamenti politici, i protagonisti delle rivoluzioni, ma alla fine tornando sempre a collocare al centro del suo obiettivo le persone comuni, i testimoni incontrati lungo la strada, i poveri che rimangono ai margini delle “grande storia” o che, più spesso, la subiscono.

L’unico rischio che si corre in questi casi è quello di rimanere imprigionati nel mito di Kapuściński, che cioè il personaggio prevalga sull’uomo in carne e ossa con le sue grandezze e i suoi limiti; d’altro canto una carriera vissuta quasi tutta all’ombra di una Polonia comunista ben incardinata nel Patto di Varsavia, non fu aliena da qualche compromesso professionale, da qualche condizionamento. Tuttavia quel che conta, oggi, è la straordinaria eredità di conoscenza del sud del mondo lasciataci attraverso una serie di libri che spaziano dall’Africa alla rivoluzione iraniana, all’America Latina, al Medio Oriente, alla fine dell’Urss.

Di questi temi Kapuściński, che è scomparso nel 2007, parlò a lungo anche in Italia, ospite nel 1999 della Comunità di Capodarco, guidata da don Vinicio Albanesi, e del «Redattore sociale». Alcune di quelle riflessioni — di un europeo vissuto al centro della storia dei paesi che si andavano liberando dal colonialismo — tornano particolarmente utili, d’attualità, nel nostro presente. «La mia intenzione — affermava allora — è quella di mostrare a tutti noi europei, che abbiamo una mentalità molto eurocentrica, che l’Europa, o meglio una sua parte, non è la sola cosa esistente al mondo». Al contrario, aggiungeva, «l’Europa è circondata da un immenso e crescente numero di culture, società, religioni, civiltà differenti. Vivere in un pianeta che è sempre più interconnesso significa tenere conto di questo e adattarci a una situazione globale radicalmente nuova».

In precedenza, aggiungeva, era possibile «vivere separati, senza conoscere nulla gli uni degli altri e da un paese all’altro. Ma nel xxi secolo non lo sarà più. Quindi dobbiamo lentamente — o meglio rapidamente — adattare a questa nuova situazione il nostro immaginario, il nostro tradizionale modo di pensare. Cosa che è ovviamente molto difficile, in molti casi pressoché impossibile in tempi brevi».

di Francesco Peloso

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE