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Una vita semplice

· Nei "Fioretti" di san Francesco ·

Un volumetto di Daniele Solvi, Uomini celesti e angeli terrestri. Una lettura francescana dei Fioretti, pubblicato dalle Edizioni Biblioteca Francescana nella ben nota Collana “Presenza di san Francesco” (Milano, 2015, pagine 148, euro 11), richiama ancora una volta l’attenzione sui Fioretti, una delle fonti più amate da registi cinematografici (Rossellini, Pasolini), poeti (Pascoli, D’Annunzio), musicisti. L’opera costituisce la traduzione non integrale di una fonte latina, nota sotto il nome di Actus beati Francisci et sociorum eius, pubblicata per la prima volta da Paul Sabatier nel 1902.

Trophime Bigot, «San Francesco in preghiera» (1630)

La tradizione manoscritta degli Actus, tuttavia, è più esile di quella dei Fioretti e il complesso di edizioni molto meno florido, in quanto già prima del 1500 si contavano, di quest’ultimi, diverse edizioni a stampa.
Senza cadere in un racconto dolciastro e melenso, gli Actus-Fioretti pongono attenzione sulla bellezza di una vita semplice e — pur nella proposta di un’austerità che non lascia posto ad alcun compromesso — la polemica non sembra prevalere. Come scrisse Arrigo Levasti, «lo scrittore, o gli scrittori, possedevano un’anima candida e beata, senza la curiosità di addentrarsi nella psicologia religiosa, senza la volontà di dirci quello che, per conto loro, provarono. Aderirono con slancio e amore alla vita di san Francesco e de’ suoi discepoli, e da tale spontanea adesione nacque quella poesia ingenua e fresca, che, insieme a profondo senso religioso, ha consolato e consola milioni su milioni di uomini». Sulla stessa lunghezza d’onda si pone Solvi, per il quale «elemento più caratteristico» dei Fioretti «è proprio questa assenza del male».
La realtà di molti episodi è naturalmente amplificata, anche se per parecchi di essi non si può negare un nucleo originale più antico (per quanto, di per sé, ciò non voglia dire che il fatto sia sostanzialmente autentico): è il caso, ad esempio, di un fioretto fra i più noti — e certo tra i più fantastici —, quello del cosiddetto lupo di Gubbio, del quale si possono comunque rintracciare memorie più arcaiche.
In pagine dense e agili, Solvi — attraverso sondaggi mirati (l’esame è condotto sui Fioretti 1-2, 8, 15-16, 18, 24-25) — si propone di verificare la compatibilità dell’insegnamento dei Fioretti con la proposta cristiana testimoniata dagli Scritti di Francesco d’Assisi, ponendosi sul percorso già battuto da Mariano d’Alatri, che ormai quasi cinquant’anni or sono (1968) dedicò alla questione un ampio saggio. A ragione, Solvi individua il pubblico del volgarizzatore nei laici devoti, «per i quali i Fioretti valevano come lettura edificante tra una predica e l’altra».
Con competenza e una prosa accattivante, Solvi coglie continuità e scarti dei Fioretti rispetto alla proposta cristiana di Francesco, così che le sue pagine costituiscono una rilettura dei principali capisaldi della spiritualità degli Scritti, con considerazioni equilibrate che non temono di andare persino in controtendenza (riguardo al rapporto con le donne, ad esempio, rileva: «Si deve concludere che gli scrupoli dei Fioretti e delle altre fonti sono gli scrupoli di Francesco»), perché supportate da un’analisi rigorosa. In sostanza, si tratta di un volumetto agile, ma non leggero, solidamente fondato eppure non pesante, capace anche d’infondere ottimismo evangelico: non è poca cosa, soprattutto in tempi come i nostri.

di Felice Accrocca

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22 marzo 2019

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