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Una visione alta
del rapporto tra Chiesa e Stato

· Nell’opera del cardinale Attilio Nicora ·

Per ricordare il cardinale Attilio Nicora «pastore e diplomatico», artefice di una «sana cooperatio tra Stato e Chiesa», il 25 ottobre si è svolto, al palazzo della Cancelleria, un convegno organizzato dall’università di Roma Tre e dalla Lumsa (Libera università Maria santissima assunta). Nel corso dei lavori, svoltisi alla presenza del cardinale vicario Angelo De Donatis e aperti dal saluto del rettore della Lumsa, Francesco Bonini, sono intervenuti Carlo Cardia, che ha parlato del rapporto tra etica e pastorale nell’azione diplomatica del porporato; il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che ha messo l’accento soprattutto sul suo impegno al servizio della Conferenza episcopale italiana e poi della Santa Sede; Giuseppe Dalla Torre, che ne ha delineato la statura culturale soffermandosi in particolare sul suo amore per l’università; e Mario Enrico Delpini, arcivescovo di Milano, che ha ricordato le sue radici ambrosiane alla scuola di Paolo VI e di Giuseppe Lazzati. Delle conclusioni, affidate al cardinale segretario di Stato, pubblichiamo un ampio stralcio.

Pur nella linea sicura tracciata dall’azione di Agostino Casaroli e Achille Silvestrini nell’elaborazione del nuovo concordato del 1984, il cardinale Nicora ha affrontato e risolto con spirito di innovazione gli snodi essenziali della nuova amministrazione ecclesiastica. E la commissione da lui presieduta ha saputo unire la tradizione laica della storia italiana con la visione costituzionale che nel secondo dopoguerra ha inserito l’Italia nel novero delle nazioni che costruivano una nuova Europa.

Se posso dire così, il cardinale Nicora è stato una delle figure più eminenti della cultura europea che guardava al futuro e che vedeva nelle relazioni ecclesiastiche ancorate ai principi di sana laicità e di collaborazione uno dei capisaldi della nuova storia del continente: una storia che è diventata unitaria, lasciandosi alle spalle antiche divisioni, dolorosissime lacerazioni provocate dai totalitarismi e pesanti persecuzioni di uomini di diverse fedi; una storia che ha indicato ai paesi che uscivano dalla glaciazione del comunismo una strada da seguire in tanti campi decisivi, come quelli dei rapporti tra Stato e Chiese, di un rinnovato legame tra scuola e religione, delle relazioni che ponevano la sussidiarietà al centro di una concezione dello Stato sociale che, pur a fatica, si era andata costruendo sugli ideali enunciati da De Gasperi, Schuman, Adenauer per edificare sopra le macerie dei conflitti del Novecento.

Ancora nelle sue parole troviamo unite due grandi direttrici del suo pensiero e azione. La visione ampia con la quale, sulla scia delle opzioni strategiche di Giovanni Paolo II, egli guardava all’Europa, alle sue trasformazioni e alle sue difficoltà, sempre tenendo presente che il processo in corso doveva essere un processo di unificazione dell’intero continente e doveva orientarsi «sempre più a superare la fase economico-monetaria integrandola in una prospettiva più ampiamente politica, pur tra comprensibili resistenze specialmente sui temi caldi della politica estera, della difesa, della giustizia». E proprio in riferimento alla prospettiva dell’unificazione europea, aggiungeva l’auspicio che questa valorizzasse «il grande principio conciliare della sana cooperatio tra la Chiesa e la comunità politica, vista non come ricerca di ambiguo scambio di concessioni e privilegi ma come impegno di apporto convergente e costruttivo per la promozione dell’uomo e della stessa comunità politica nell’ottica del bene comune».

Se guardiamo al complesso dell’attività pastorale e di governo che il cardinale Nicora ha realizzato nella sua vita dobbiamo riconoscere che in lui si sono manifestate quelle virtù e quelle capacità peculiari che si richiedono a un pastore, a un vescovo, a un collaboratore stretto del Papa. Anzitutto la sollecitudine per i bisogni spirituali delle persone e per le esigenze della Chiesa nel suo complesso, che lo rendeva attento e idoneo a realizzare ogni incarico che gli era affidato. Quindi, quella sapienza nei rapporti umani che completava le sue capacità tecniche, gli permetteva di convincere gli altri a percorrere un tratto di strada insieme in modo tale che il risultato cui si perveniva fosse un risultato condiviso, quindi doppiamente valido e solido, perché non era frutto dei rapporti e legami giuridici o politici che potevano prevalere in determinati momenti.

Io voglio ricordare, dell’azione del cardinale Nicora, un altro aspetto assai peculiare che riguardava insieme la sua sensibilità di legislatore e di pastore. È stato già detto quanto egli curasse con attenzione e passione anche i dettagli del grande affresco legislativo che contribuì a costruire. Uno di questi aspetti riguardava la condizione del clero nel nuovo assetto normativo e retributivo. La lucida analisi con la quale egli accompagnò il superamento del sistema beneficiale si univa all’attenzione meticolosa, puntuale, direi quasi puntigliosa, delle nuove esigenze del clero nella mutata realtà sociale, dell’urbanizzazione crescente, delle sue condizioni personali di bisogno economico e di assistenza.

Una attenzione che si è tradotta in una altrettanto precisa normativa, di parte civile ed ecclesiastica, ma che rifletteva quella passione pastorale che riempiva il cardinale Nicora, che si manifestava tante e tante volte e che si espresse in modo così completo nella esperienza di vescovo di Verona. Per questa ragione, desidero evocare una sua riflessione del 1985 quando affermò che «lo Stato riconosce il valore del ministero del clero cattolico; valore che consiste nel concorso che il clero cattolico dà a tener vive nella coscienza sociale consapevolezza di valori che sono di profonda necessità per lo stesso compaginarsi della società italiana, in unità e per la stessa possibilità di sviluppo delle istituzioni civili e democratiche. Soprattutto in alcune situazioni più clamorose (si pensi appunto alle aree montane in fase di spopolamento o alle grandi periferie urbane), spesso il ministero del clero cattolico rappresenta quasi l’unica forma concreta di animazione culturale e sociale di quei tessuti umani; animazione che è necessaria perché gli stessi valori costituzionali possano crescere nelle coscienze e solidificarsi».

Egli ricorda, nel 2007, la capacità della ragione umana nel saper comprendere l’opera di Dio e nel vedere nella realtà i segni della creazione e dell’intervento divino. E aggiunge: «La laicità delle istituzioni civili in senso non “laicistico” e motivata da ragioni di tipo non relativistico ma radicata piuttosto nella dignità della persona umana e nella sua vocazione alla ricerca della verità quale creatura libera e responsabile, nonché nella natura non assoluta ma “servente” dello Stato, è una di quelle convinzioni che hanno bisogno di una limpida e costante seminazione cristiana per poter essere condivise da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza di errore».

In una sintesi mirabile, prosegue ricordando a tutti che «lo Stato non può identificarsi con le confessioni religiose abdicando alla propria identità e alle proprie funzioni, ma non può neppure ignorarle come soggetti sociali rilevanti tentando di confinarle nell’ambito del meramente privato. Del publicus inteso come politicus fa parte tutto ciò che la società originariamente esprime con rilievo collettivo, e ogni espressione che non contrasti con le esigenze fondamentali del bene comune merita di essere riconosciuta e apprezzata come un apporto prezioso per una convivenza autenticamente umana, specialmente quando — come nel caso delle religioni — tale apporto si caratterizza peculiarmente nella linea della formazione del tessuto spirituale ed etico fondamentale, del quale le stesse istituzioni civili hanno radicale bisogno per consistere».

A questa visione alta dello Stato-comunità vogliamo ispirarci nel coltivare e sempre più migliorare il rapporto che unisce in Italia le istituzioni civili e quelle ecclesiastiche. E a questa lungimiranza, storica e culturale, del cardinale Nicora penso si debbano conformare le ricerche che un po’ dovunque intendono affrontare e risolvere i problemi nuovi posti nell’era della globalizzazione dalla società interculturale e dall’incontro tra uomini di ogni provenienza, fede e tradizione.

di Pietro Parolin

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17 agosto 2019

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