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Per una virtù desiderabile

· Vita spirituale e transizione ecologica ·

Il 12 dicembre 2015, 195 Stati hanno concluso uno storico accordo, che prende atto del pericolo mortale che il riscaldamento climatico rappresenta per l’umanità e mira a limitare tra 1,5 e 2 gradi l’innalzamento medio della temperatura di qui alla fine del secolo. La realizzazione di questo obiettivo passa attraverso una trasformazione radicale dei nostri modelli di produzione e di consumo iper-carbonizzati, sforzandosi allo stesso tempo di assicurare a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso, oggi e domani, a condizioni di vita dignitose. In che cosa le risorse spirituali sono necessarie per la grande trasformazione istituzionale richiesta dalla transizione ecologica ed energetica?

Giotto, «La Predica agli uccelli di san Francesco», particolare delle «Stigmate di san Francesco»,  (1295-1300)

Esaminiamo un primo argomento, che consiste nel distinguere da un lato le religioni monoteiste, storicamente e potenzialmente fattori di predazione e di violenza e, dall’altro, le tradizioni spirituali ispirate dal buddismo, dallo sciamanismo, e così via, delle quali oggi si osserva lo sviluppo di diverse forme, che sembrerebbero favorire l’accesso di ciascuno alla “piena coscienza” e fornire gli strumenti per vivere meglio con se stessi, in armonia con gli altri e con tutto l’universo. Non si tratta di negare i rischi di sincretismo religioso o le ambiguità di queste pratiche, che talvolta sembrano l’espressione di uno shopping spirituale in sintonia con la mercificazione delle nostre società. È proprio questa la critica sollevata dal filosofo Jean-Pierre Le Goff: egli denuncia la moda attuale delle spiritualità del benessere che, sostiene, hanno la tendenza a favorire atteggiamenti di ripiegamento nel proprio bozzolo personale, giocano sulle emozioni e i buoni sentimenti, manifestano la deleteria tentazione individualista autocentrata delle nostre democrazie e un’apoliticità universalista.
Una prospettiva che dona a ognuno i mezzi del benessere solo nella propria sfera privata, prolungando la visione ideale del saggio descritto, per esempio, da Epicuro nella Lettera a Meneceo, che vive «come un dio fra gli uomini», vale a dire lontano dalle cose del mondo, è insufficiente. Del resto, oggi diversi praticanti e “saggi” di tutte le religioni svolgono una riflessione su ciò che deriva per l’essere umano da un modo armonioso e giusto di collegarsi a se stesso, agli altri e alla natura.
Per affrontare il ruolo delle spiritualità dinanzi alle sfide ecologiche planetarie, occorre considerare il rapporto specifico tra l’impegno sociale e la religione nella storia dell’occidente. La fede cristiana è alle origini di una comprensione paradossale dell’autonomia umana nella dipendenza riconosciuta rispetto al Dio creatore. Ne derivano due possibili vie estreme, di cui la prima insiste sulla dipendenza dinanzi alla volontà divina e la seconda sull’autonomia umana.
Un tale approccio teologico e spirituale ispira una comprensione del progetto politico della transizione ecologica, le cui poste in gioco sono ben descritte dall’enciclica Laudato si’. Papa Francesco sottolinea che la crisi che stiamo attraversando è anzitutto etica e spirituale. Il progetto politico della transizione consiste nel raffigurarsi un mondo in cui la crescita economica, ben lungi dall’essere una priorità assoluta, è relativa a un progetto sostenibile per una umanità riconosciuta come una e intimamente unita all’universo che la ospita. Partiamo da una delle prospettive storiche, nate in seno a società liberali, che sembra essere tra le più perspicaci dinanzi ai limiti da porre per quanto riguarda le nostre concezioni produttivistiche e consumistiche: quella di John Stuart Mill. Filosofo utilitarista e social-liberale, egli combina il riferimento a uno stato economico stazionario con valori di emancipazione individuali e collettivi, di solidarietà, di contemplazione e di gratuità, che fanno eco a una concezione spirituale del rapporto con il mondo e gli altri.
Mill fa riferimento a un’antropologia definita dalla cooperazione; e, nella sua opera del 1861 sull’utilitarismo, sostiene l’idea che l’applicazione del principio di utilità deve consistere nel rendere la virtù desiderabile, e che si ricollega alla regola d’oro del Vangelo, definita dalla promozione del bene dell’altro.

In un mondo in cui le fondamenta delle democrazie liberali sono rimesse in discussione e in cui queste ultime sono in “panne escatologica”, i gesti e i progetti a favore della transizione ecologica, in tutte le nostre società, chiariscono le origini e i fini etici e spirituali dei nostri progetti politici e aprono cammini fecondi per rinnovare oggi l’impegno civico.

di Cécile Renouard

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