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Una testimonianza coerente della dottrina sociale

Non c'è vero progresso senza un'«accoglienza generosa e disinteressata» di chi è costretto a lasciare la Patria e gli affetti nel tentativo di dare un futuro a sé e ai propri figli. E il fenomeno delle migrazioni, impressionante per le sue dimensioni, deve per questo spingere a considerare con un'altra prospettiva il «futuro delle relazioni internazionali». È quanto ha sottolineato il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, intervenendo questa mattina alla cerimonia per l'intitolazione della stazione centrale di Milano a santa Francesca Saverio Cabrini. Patrona degli emigranti, questa «grande donna lombarda» vissuta tra Ottocento e Novecento, dalla «profonda fede» e dall'«instancabile attività», può costituire anche «un'icona del nostro tempo, spesso lacerato da conflitti sociali, per una testimonianza coerente dei contenuti della dottrina sociale della Chiesa».

Presente alla cerimonia il cardinale arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, il vescovo di Lodi Giuseppe Merisi, alcuni presuli d'origine lodigiana tra cui l'arcivescovo Rino Fisichella, e suor Patricia Spillane, madre generale delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Presenti anche il sindaco Letizia Moratti e l'amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, ai quali il cardinale Bertone ha espresso un «cordiale e sincero ringraziamento» per aver reso possibile, accogliendo la richiesta di tanti cittadini, non solo italiani, un evento dal «profondo significato» e «carico di grande attualità». Un «segno tangibile», in una delle stazioni più importanti d'Italia, «del significato permanente» dell'opera di una donna di fede, espressione di quel «genio femminile» che punteggia la storia della Chiesa e dell'umanità.

Ripercorrendo le tappe salienti della vita di Francesca Cabrini — «una giovane ragazza, una “maestrina”, che dal paese natale Sant'Angelo Lodigiano, si recò a Codogno chiamata dal parroco di allora, per dirigere una scuola e da qui fondare l'istituto delle Missionarie del Sacro Cuore» — Bertone ha in particolare voluto ricordare che «l'obbedienza fu il fondamento della sua azione di carità». Infatti, era suo desiderio essere missionaria in Cina, ma «l'incontro con Leone XIII fu determinante per capire cosa il Signore prospettava per lei. Il Papa le disse testualmente: “Cabrini, non a Oriente, ma in Occidente. Andate negli Stati Uniti troverete un grande campo di lavoro. La vostra Cina sono gli Stati Unti, vi sono tanti italiani emigrati che hanno bisogno di assistenza”». Così, Francesca Cabrini iniziò a «realizzare qualcosa di inaspettato, sorprendente e, perfino, incredibile». Fondò scuole, ospedali, orfanotrofi, si dedicò alla cura dei carcerati. «La sua opera fu, da subito, concepita e realizzata come la volontà di consentire ai tanti immigrati in quelle terre, poveri ed emarginati, di esprimere al meglio le loro qualità e la ricchezza di patrimonio culturale e religioso che portavano dall'Italia». Per Bertone, la Cabrini «non fu un'ingenua, ma una donna lungimirante sostenuta da una fede incrollabile. La sua opera consistette in un'azione intelligente d'inserimento e integrazione nella società». E l'integrazione «per lei equivaleva a conservare intatta la propria cultura e la propria fede, ma inserendosi pienamente nel nuovo contesto sociale e culturale apprendendo, anzitutto, la lingua del luogo per diventare “buoni e onesti cittadini” — come direbbe don Bosco — capaci di contribuire al progresso della nuova società in cui si inserivano». Ma riuscì in quest'opera soprattutto perché fu una vera santa. In questo senso, «il suo abbandonarsi alla Provvidenza le permetteva non solo di sognare, ma di realizzare concretamente opere apparentemente impossibili, trasmettendo il suo stesso ardore e zelo alle sorelle di avventura». Instancabile viaggiatrice, «tante volte questa stessa stazione centrale di Milano la vide con le sue valigie prendere il treno» con le più svariate destinazioni. E anche nel nuovo continente da New York a Boston, da Chicago a New Orleans, da Managua e Buenos Aires a Rio de Janeiro e San Paolo, «dovunque c'era bisogno di una testimonianza cristiana, là vi era Francesca Cabrini con le sue suore». Tanto da divenire «migrante con i migranti» e da essere paradossalmente più conosciuta negli Stati Uniti che in Italia.

Per Bertone, «dedicare oggi a questa grande donna e santa la stazione centrale di Milano equivale a ricordare a quanti si addentreranno tra queste mura e tra questi binari, che il vero progresso verso cui dobbiamo tendere comprende in sé anche l'accoglienza generosa e disinteressata. Il cammino compiuto da chi ci ha preceduto e la sofferenza vissuta da quanti sono stati costretti a trovare una nuova Patria deve essere per tutti un monito a considerare le nuove prospettive che si aprono nel futuro delle relazioni internazionali». Un evento che «obbliga tutti noi a mantenere viva la memoria di ciò che intere generazioni di italiani sono state nel passato, costrette a emigrare in terre sconosciute per tentare di dare un futuro ai loro figli, per consentire che l'esperienza vissuta sia una nuova pagina di storia di civiltà e progresso che potremo lasciare alle generazioni che seguiranno». In questo senso — è l'auspicio del cardinale Bertone — «santa Francesca Cabrini sostenga il cammino e l'impegno di quanti hanno la responsabilità per il progresso e lo sviluppo dei popoli e delle nazioni».

Analoga la riflessione del cardinale Tettamanzi, il quale si è soffermato sulla necessità d'«imitare» i santi che ancora oggi «continuano ad attraversare le vie della città e del mondo». Una scelta che richiede anche impegno e coraggio. «Dalla stazione centrale di allora madre Cabrini partiva per garantire il sostegno del Vangelo e della carità agli italiani che emigravano all'estero; oggi il suo esempio e la stele che viene inagurata ci chiedono di non dimenticare la “nostra” storia e di aprire cuore e braccia a coloro che arrivano da noi in cerca di speranza».

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