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Una terra in prestito

· La testimonianza di Óscar Romero ·

Una storia vera. Due abitanti della campagna gallese sedevano in un pub e commentavano la morte recente di un loro vicino. «Quanto ha lasciato?», domandò uno dei due. L’altro alzò un sopracciglio e replicò: «Tutto!». Quarant’anni fa, il 25 settembre 1977, l’arcivescovo Óscar Romero durante l’omelia settimanale presentò una sua versione più lunga e più teologica di questo aneddoto. L’omelia era una riflessione sulla nozione biblica di proprietà. Disse: la proprietà nelle Scritture ebraica e cristiana è qualcosa che viene dato in prestito all’utilizzatore. Mai regalato. Sempre da usare, prestato da Dio. Così, diceva, la verità è che il ricco “affitta” dal povero il terreno che è stato dato loro per un certo periodo. In un mondo giusto, è così che dovremmo intendere la proprietà: ci è dato qualcosa tramite cui siamo lasciati liberi di estinguere il nostro debito verso il povero; perché se Dio è con il povero, quando serviamo il povero noi serviamo Dio. Quando ci rendiamo conto di essere indebitati con il povero, paghiamo a Dio l’affitto per la terra che utilizziamo. E in tale prospettiva, prosegue Romero, siamo tutti assieme mendicanti. Nessuno possiede e basta, a danno di un altro. Tutti sono coinvolti in questo scambio. I ricchi — come li intende il mondo — sono quelli a cui è stato concesso il privilegio di utilizzare i beni del mondo per la prosperità del loro prossimo. Mendicanti assieme per diventare ricchi assieme. E siamo liberati dalla falsità limitante di supporre che il mondo sia qualcosa che possiamo possedere, come individui, come società o anche come razza umana. Ciò che è dato è dato per essere dato.

Quanto ha lasciato? Tutto. Nulla può essere messo in serbo in vista del computo finale. E ora dovremmo accogliere la chiamata di Dio a servire per ripagare il nostro debito ai bisognosi. È questa un’eco insolita di una delle grandi intuizioni del padre della Riforma inglese, William Tyndale, il quale in una riflessione sui Vangeli parlò del debito che i facoltosi contraggono nei confronti dei miserabili. Viviamo in un mondo in cui sembra che ai miserabili venga continuamente ricordato il loro debito verso coloro che sono già ricchi. Ma, come dice Gesù nel Vangelo parlando dell’uso del potere e delle ricchezze: non sia così tra di voi.

Il Vangelo, inoltre, promette la liberazione dal mito della proprietà e del controllo, dal modello apparentemente imprescindibile che fa accumulare le risorse e non condividerle. Ed è il motivo per cui, più tardi in quello stesso anno, predicando sull’argomento della schiavitù e della libertà, l’arcivescovo Romero descrive la libertà di coloro che hanno ascoltato il Vangelo nei precisi termini di una libertà dalla schiavitù della ricerca di possesso. Noi siamo posseduti, resi schiavi dal mito di poter possedere il mondo solo per noi stessi. E la nostra vera liberazione si realizza quando comprendiamo che essa si manifesta nell’aprire le mani per condividere ciò che abbiamo. Cristo non vuole degli schiavi, dice Romero. Egli vuole che tutti noi, ricchi e poveri, ci amiamo gli uni gli altri come fratelli e sorelle; vuole che la liberazione si allarghi ovunque, cosicché nel mondo non esista più schiavitù, per nessuno. Nessuna persona dovrebbe essere schiava di un’altra, né schiava della miseria o di altro. Questo è il contenuto della rivelazione, questa è la dottrina, questa è l’evangelizzazione.

È facile vedere perché Romero credeva che la nostra liberazione ci proiettasse immediatamente dentro un livello più profondo di comunità: perché una volta scomparsa questa mitologia del possedere ed essere posseduti, saremo liberi gli uni per gli altri in un modo del tutto nuovo; e ciò che si realizza, allora, è la comunità, una comunità in cui andiamo creando libertà gli uni per gli altri, giorno dopo giorno, in cui, liberati dal mito e dalla schiavitù, dalla finzione, dall’oppressione e dall’ingiustizia, saremo liberi di sfamare e nutrire a sazietà la nostra e l’altrui umanità. E la responsabilità di ogni battezzato, continua a ribadire l’arcivescovo Romero, è la responsabilità di creare libertà. Noi non siamo solo i beneficiari di tale liberazione, bensì gli agenti. Tutti: non solo coloro che si lasciano sfamare, per grazia di Dio e del loro prossimo, ma anche quelli che hanno il potere e l’autorità di sfamare, nutrire, liberare.

In vita e in morte, il beato Óscar Romero ha pagato il suo debito verso i poveri. In ogni sua parola, in ogni incontro, egli vedeva la propria responsabilità di agente della liberazione di Dio: sfidando, giorno dopo giorno e settimana dopo settimana, in lettere, omelie, discorsi, la finzione portatrice di morte che teneva in schiavitù l’intera sua società; affrontando l’enorme ingiustizia e le disuguaglianze del sistema di proprietà terriera del suo Paese; combattendo la violenza barbarica che tale sistema sosteneva e che, alla fine, reclamò la sua stessa vita.

Sarebbe addolorato, ma non sorpreso, di sapere che ancora oggi la disuguaglianza e la violenza barbarica sono caratteristiche di tanti Paesi dell’America centrale e meridionale. E oggi dobbiamo pregare per coloro che portano avanti la sua opera, testimoniando a caro prezzo, nell’annunciare la verità. Egli stesso ha sempre descritto la Chiesa soprattutto come un agente di verità in un contesto di miti e bugie. Tuttavia, dovremmo sempre rammentare l’accento che egli pose sull’idea che i poveri devono assumere su di sé il proprio agire, la propria responsabilità. Anziché parlare semplicemente di una Chiesa per i poveri, l’arcivescovo Romero fu tra coloro che compresero veramente che la Chiesa doveva essere una Chiesa dei poveri. Una Chiesa in cui i diseredati e i miserabili trovano la loro dignità e la loro possibilità di agire, la loro capacità di fare la differenza. La liberazione non è qualcosa che riceviamo soltanto, ma qualcosa di cui diventiamo agenti. Noi, battezzati in Cristo, diventiamo agenti di quel dono, che è simile a Cristo, conformato a Cristo, del portare la liberazione. Per questo, in un’altra omelia, sempre del 1977, l’arcivescovo Romero può parlare — con la grande chiarezza che lo distingueva — dell’Eucarestia, della Messa, come di un luogo in cui avvengono la riparazione, la restaurazione, la guarigione delle fratture, la vittoria sulla disuguaglianza. Offriamo l’Eucarestia in Cristo come mezzo per il mantenimento della pace. La offriamo riconoscendo il debito che abbiamo non solo verso Dio, ma gli uni verso gli altri. E l’Eucarestia è davvero efficace e integra quando la comunità, liberata, si mostra capace di condividere la libertà, l’uno rendendo libero l’altro.

In un passaggio particolarmente commovente, l’arcivescovo Romero dice come tale approccio all’Eucarestia sia un modo per restaurare ciò che egli chiama la bellezza della Chiesa. Egli racconta come la bellezza essenziale dell’amore divino incondizionato si faccia carne ripetutamente nel corpo eucaristico, nella comunità riunita a messa.

Bellezza, talvolta, è una parola insolita se usata per la Chiesa; ed è insolita anche quando richiamata alla mente di chi ha veduto le fotografie del corpo dell’arcivescovo Romero crivellato di proiettili e grondante sangue. Ma riconoscere la sua vita e la sua morte come qualcosa che è stato al servizio della bellezza eucaristica della Chiesa è riconoscere che senza quell’impegno per la liberazione, quell’atto che libera dalla schiavitù del mito e della finzione, la Chiesa è brutta, è sfigurata, è incapace di mostrarsi quale in realtà è. Per grazia di Dio, nel sacramento dell’Eucarestia noi intravediamo fugacemente che cosa può significare per la Chiesa irradiare la bellezza di Dio nella giustizia, nella riconciliazione e nella riparazione. Lottando per realizzare tutto ciò nel nostro discepolato, ci impegniamo per quella visione di bellezza della Chiesa.

di Rowan Williams

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24 agosto 2019

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