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Una teologia del celibato di Cristo pontefice della nuova Alleanza

· La castità di Gesù include una cristologia ·

«Il celibato sacerdotale: teologia e vita» è il titolo del convegno tenutosi il 4 e il 5 marzo presso la Pontificia università della Santa Croce con il patrocinio della Congregazione per il Clero. Nella giornata inaugurale è intervenuto l'arcivescovo prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi con una relazione sul tema «Per una teologia del celibato di Gesù Cristo, pontefice della Nuova Alleanza», di cui pubblichiamo stralci.

Nella rivalutazione della cosiddetta cristologia prepasquale oggi in atto — di quella cristologia, cioè, che trova nel Gesù dei vangeli l'origine e la decifrazione più ricca della sua identità divina e messianica — anche il tema del celibato di Gesù, come quello della santità o della impeccabilità, acquista un suo valore di testimonianza e di manifestazione del suo mistero. Si può, anzi, affermare che la castità di Gesù include tutta una cristologia. Tocca, infatti, il nucleo più intimo e sacro della sua esistenza umana, il suo amore. Riflettere, pertanto, sul celibato di Gesù ci può aprire uno spiraglio per contemplare il mistero della sua carità redentrice, da un punto di vista altamente fecondo e illuminante.

La discrezione dei teologi solo apparentemente corrisponde — come vedremo subito — alla supposta riservatezza del dato biblico. Purtroppo la trascuratezza o il silenzio su questo tema, si riflette negativamente sulla catechesi, che tace al riguardo, per cui gli stessi cristiani mostrano spesso perplessità e incomprensione di fronte a questa realtà, facilitati non poco da ricerche pseudoscientifiche o da rappresentazioni filmiche fantasiose e false della sessualità di Gesù.

Eppure, fin dall'inizio, la verginità di Cristo è stata la fonte del carisma del celibato per il regno, vissuto in modo ammirevole da monaci, consacrati, sacerdoti, laici d'ogni lingua e nazione, che hanno fatto di questo aspetto dell'imitazione di Cristo, lo strumento più efficace della propria santificazione e della propria missione.

Sembra convinzione comune che questo tema, più che da una riflessione teorica, venga meglio trattato e compreso dalla «conoscenza per partecipazione», data dalla testimonianza esistenziale e dalla consonanza carismatica. Insomma, più che «teologico», nel senso stretto della parola, l'approccio più adatto al celibato di Cristo sarebbe quello ascetico-mistico-spirituale, in cui la parola esprime l'esperienza di vita e liberamente ne celebra la bellezza, la difficoltà, la passione. In realtà, però, pur riconoscendo il valore della celebrazione spirituale, piena di calore ed evocatrice d'intuizioni inedite, i dati neotestamentari ci sembrano più che sufficienti per sbozzare una prima teologia del celibato di Cristo, ben fondata sulla salda roccia della sua parola e della sua esperienza.

I dati neotestamentari

Accertata storicamente la possibilità del celibato nell'ambiente biblico del primo secolo, affrontiamo più direttamente i dati neotestamentari relativi a Gesù. Forse conviene ricordare questa affermazione di Karl Barth: «È un fatto — e l'etica protestante, nella sua esaltazione del matrimonio, nata dalla lotta contro il celibato romano dei sacerdoti e dei religiosi, ha trascurato un po' troppo alla leggera questo punto — che Gesù Cristo, della cui umanità non poteva sussistere alcun dubbio, non ha avuto altra amata, fidanzata, sposa, famiglia e focolare al di fuori della sua comunità». E Marco Adinolfi aggiungeva: «Per chi non scambi il mestiere dell'esegeta con quello del romanziere, nulla di più pacifico del celibato di Gesù». In realtà, c'è concordia su questo punto tra gli studiosi del Nuovo Testamento.

Celibato e incarnazione

Sono tre i dati neotestamentari importanti raccolti finora: la realtà del celibato di Gesù; l'armonia esistenziale che egli ha mostrato nei confronti dei discepoli, degli amici, degli avversari, dei poveri, dei peccatori, delle donne, dei bambini; e, infine, la motivazione non tanto morale, ascetica o filantropica, quanto piuttosto intrinsecamente «teologica», di affermazione del suo mistero umano-divino.

La sua non fu una scelta casuale. Egli scelse di essere se stesso. Come ho affermato nel mio trattato di cristologia, la verginità di Cristo è strettamente connessa con il mistero dell'incarnazione. Essa non solo non intralcia la vicinanza di Dio all'umanità di Cristo, ma la favorisce, la rende più completa e perfetta. Affermava a ragione Jean Galot: «Per mezzo del celibato, il Figlio di Dio poteva appartenere più completamente a tutti gli uomini. Se non è entrato nella via del matrimonio e se si è rifiutato di fondare una famiglia, è perché ha voluto, per la sua vita e per il suo cuore, un'apertura più universale». Dai dati evangelici, si vede che la verginità non separò il Cristo dall'umanità, come in un certo senso fu per il Battista o per gli esseni di Qumran. Al contrario lo introdusse nel cuore stesso del suo prossimo. Il mistero della verginità di Gesù si situa nel fondo stesso dell'essere del Verbo di Dio incarnato. Non è imposizione esteriore, ma sua intrinseca esigenza. Il celibato di Cristo ha una sua radice ontologica, si situa nella realtà del suo essere persona divina incarnata. La sessualità umana, assunta insieme alla natura umana dalla Persona divina del Verbo, si trova di fatto inserita in una situazione d'adesione totale nell'amore alla volontà di Dio, da cui riceve la fondamentale spinta a un'espansione universale di tutte le sue potenze affettive. Di qui la sua carità umana universale, non coartata né coartabile da nessun legame di sangue, di nazione, di razza o di condizione. La castità di Gesù dice totale appartenenza a Dio e universale relazionalità salvifica all'umanità.

Per questo non è mutilazione o negazione di un bene, ma conferma e potenziamento assoluto delle capacità d'amore insite nella natura umana del Verbo. Il Cristo casto dice sì nell'amore non a una singola persona, ma all'immenso orizzonte dell'umanità intera, presente, passata e futura, terrestre e celeste.

L'intera esistenza terrena di Gesù mostra che la sua castità è volontaria e totale dedizione alla causa del regno. È Dio stesso, nella sua tensione di rivelazione salvifica, l'orientamento primordiale del suo celibato. La verginità di Gesù è anzitutto comunione col Padre e poi adeguata e necessaria ripercussione esistenziale nella missione salvifica. Essa s'inserisce tra i segni del regno dei cieli. Non appariscenti come la dottrina o le opere di potenza, ma del tutto in linea con il suo annuncio del regno. Joachim Gnilka afferma: «La rinuncia al matrimonio e alla famiglia avviene non per un ideale ascetico (...) bensì per poter operare con tutte le forze e in modo indiviso a favore della basileia . Questa si attua per il bene degli uomini. Gesù rivolse appunto il suo amore anche a quelli che venivano accantonati da tutti».

Il valore primario del suo celibato risiede nel fatto che esso permette di volgersi interamente verso il Padre, per condividerne l'amore divino universale. Il celibato di Cristo diventa un dato di primaria importanza, perché mostra che ogni celibato per il regno, è anzitutto contatto con Dio e, proprio perché unisce a Dio, è servizio dell'umanità. Il valore ecclesiale e sociologico del celibato di Cristo deriva dal suo valore teologico.

La risposta data ai sadducei sul grado di parentela da attribuire alla donna che aveva avuto molti mariti (cfr. Matteo , 22, 23-33; Marco , 12, 18-27; Luca , 20, 27-38) completata con quanto afferma l'apostolo Paolo In 1 Corinzi , 13, 35-53, mostra che la sessualità dell'uomo, nella pienezza della sua unione con Dio, non sembra avere alcuna funzione. E ciò perché il profondo anelito alla relazione interpersonale intima e gratificante con gli altri — fine della sessualità umana — nella risurrezione è pienissimamente placato in Dio. Il celibato di Cristo si presenta allora come realizzazione già su questa terra d'una nuova e perfetta comunità degli uomini in Dio. Esso costituisce un segno prognostico di quella umanità in cui si realizza la relazione ideale tra la singola persona e la comunità. Il Cristo celibe è quell'«uomo perfetto» ( Efesini , 4, 13) in cui persona e comunità non si oppongono e non si limitano a vicenda, ma convivono armonicamente. In tal modo egli vive e sperimenta la sua carità nella più ampia relazionalità con l'umanità intera.

La verginità di Cristo diventa così il segno dell'autentico destino dell'uomo. Testimonia che è Dio lo scopo della vita umana nell'esaudimento più ampio delle possibilità di amore del cuore umano. Di qui viene ulteriormente illuminata la piena libertà di Gesù nei confronti del suo prossimo. Il suo animo casto riesce a riconoscere e a liberare dall'angoscia un cuore peccatore, che in un sol colpo raggiunge l'apice dell'amore. E ciò senza atmosfere equivoche, ma in una limpidezza di relazione, propria di colui che, pur riconoscendo all'amore coniugale terreno il valore di piena realizzazione della persona umana, sa anche che questa unione è penultima.

Cristo «Sposo»

Paradossalmente, nonostante il suo celibato, Gesù viene chiamato col titolo di «sposo»: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze mentre lo sposo è con loro? finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno» ( Marco , 2, 19-20; Matteo , 9, 15; cfr. anche Matteo , 25, 1-13; Luca , 12, 36). Questo titolo nuziale risale a Gesù stesso. La realtà intima della sua umanità non è l'arida solitudine d'una perfezione umano-divina fredda e lontana, ma la grande gioia dell'amore nuziale offerto senza limiti nella gioia, nella misericordia, nella compassione, nel perdono. Gesù si presenta come lo «Sposo», con lo stesso titolo con cui si autodesigna Dio nell'Antico Testamento (cfr. Osea , 1-3; Geremia , 3, 19-22; Isaia , 54, 5-8; Esodo , 16, 1-14). Come Figlio di Dio incarnato, anche Gesù diventa la presenza appassionata e salvifica di Dio nel suo popolo. Egli s'unisce all'intera umanità nell'intimità dell'«alleanza», che è fedeltà, tenerezza, comprensione e redenzione. Il celibato di Gesù manifesta tutti i caratteri propri d'un amore sponsale.

Gesù, inoltre, usa questo titolo in modo assoluto, senza indicare cioè la sposa. La sposa non è da ricercarsi al di fuori del Cristo, ma in lui stesso. È la sua umanità assunta. Egli è infatti l'alleanza (cfr. Marco , 14, 24; Matteo , 26, 28) in persona. L'unione sponsale s'effettua nella sua incarnazione. In lui Dio sposa il suo popolo e il Verbo sposa l'umanità intera. È tutto qui il valore autenticamente «teologico» e «cristologico» del suo celibato.

Appare, tuttavia, valida l'identificazione della Chiesa come sposa di Cristo. Come suo corpo mistico e suo sacramento di salvezza, la Chiesa rappresenta il termine più intimo del suo amore salvifico, che Paolo legittimamente interpreta con immagini di amore coniugale (cfr. Efesini , 5, 25-33). Questo titolo sponsale, però, non evoca solo gioia, ma include anche un risvolto sacrificale. Lo sposo, infatti, sarà «tolto» ai suoi amici ( Marco , 2, 20). L'agnello sarà «immolato» ( Apocalisse , 5, 6) per purificare la sua «sposa» ( Apocalisse , 21, 9) e rendere così «beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello» ( Apocalisse , 19, 9). Nel suo intenso amore sponsale Cristo «ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» ( Efesini , 5, 25). L'alleanza cioè si compie nel sangue: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza» ( Marco , 14, 24; Matteo , 26, 28).

Il mistero della castità di Gesù è così il mistero del suo amore e della sua passione e morte. Il culmine della missione e del celibato per il regno è il sacrificio, in cui si consuma la sua perfetta umanità e verginità. Il celibato di Gesù trova il suo profondo significato, ontologicamente nella sua unione col Padre, soteriologicamente nella sua totale consegna al sacrificio. Di qui il suo legittimo carattere di pienezza e totalità di carità. Per questo trova la sua espressione adeguata, non tanto nel brutale quanto inequivocabile titolo di «eunuco», bensì in quello divino e umano insieme di «Sposo».

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15 dicembre 2019

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