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Una task force per le cento catacombe d’Italia

· La Pontificia Commissione d’Archeologia Sacra si rinnova ·

Anche per le istituzioni si succedono le stagioni, che possono rivelarsi luminose o grigie, dinamiche o statiche. Per la Pontificia Commissione di Archeologia l’anno appena trascorso, dopo un quinquennio di decelerazione è stato contrassegnato da un forte rilancio della sua attività istituzionale: una nuova stagione di iniziative, di azioni concrete, di proposte e progetti per l’immediato futuro, inserita in un più generale contesto virtuoso che emblematicamente viene a collocarsi sub temporibus antistitis Benedicti , secondo una formula già in uso nell’epigrafia romana dal tempo di Papa Giulio i (337-352).

Una nuova direzione di rotta, esito non casuale di un appropriato rinnovamento dei vertici dell’istituzione: un nuovo presidente, il cardinale Gianfranco Ravasi; un nuovo Segretario, monsignor Giovanni Carrù; l’inserimento di un soprintendente, Fabrizio Bisconti, cioè di una figura professionale — così come nelle istituzioni di tutela dei beni archeologici dello Stato italiano — specificamente destinata alla guida e al coordinamento delle attività e delle problematiche più propriamente archeologiche, connesse alla tutela, alla conservazione, alle indagini di quell’immenso patrimonio culturale costituto dalle oltre cento catacombe di Roma e d’Italia.

In questa prospettiva si è coerentemente inserito il rinnovamento intervenuto nella composizione dell’organismo consultivo della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, modificato per due terzi del suo organico. Ne sono entrati a far parte archeologi ed epigrafisti (Hugo Brandenburg, Carlo Carletti, Jean Guyon) ma anche specialisti di storia della Chiesa, di patrologia, di filologia (Enrico dal Covolo, Angelo Di Berardino, Giovanni Maria Vian), che vengono ad aggiungersi ai componenti già designati nel decennio trascorso (Rosa Maria Carra, Vincenzo Fiocchi Nicolai, Antonio Baruffa).

In questa articolazione di competenze, rappresentata dalle nuove scelte, emerge significativamente l’acquisita lucida consapevolezza della complessità storico-culturale di un insediamento catacombale, come «evento monumentale» specificamente cristiano nel suo carattere di spazio sepolcrale non conclusus , cioè «aperto» — dunque ideologicamente né gentilizio né corporativo ma comunitario — coerentemente inserito nella dimensione temporale che gli appartiene, che è quella fertilissima della tarda antichità.

Ed è in questo panorama storico-culturale che la comunità dei cristiani — anche attraverso i propri luoghi di sepoltura e le pratiche e i dispositivi a essi connessi — comincia progressivamente a rivelare il suo ruolo propulsivo e innovativo nella società del tempo. I cristiani non si nascondevano nelle catacombe ed è pura leggenda la capziosa idea, metastorica nonché scopertamente apologetica, che le autorità romane ne ignorassero l’esistenza. La nozione estensiva di «criptocristianesimo», che tanto ha affascinato e condizionato non pochi studiosi del passato, proprio nelle evidenze monumentali può trovare la più illuminante ed efficace delle smentite.

Non è perciò difficile comprendere come una lettura storica delle molteplici testimonianze conservate nelle catacombe debba necessariamente avvalersi di una articolata e specialistica gamma di competenze integrate che ne assicurino tutela, conservazione, conoscenza. E in realtà la sempre più approfondita indagine storico-archeologica dell’ultimo cinquantennio ha posto in evidenza come la pluralità della documentazione conservata nelle catacombe costituisca un vero e proprio archivio di conoscenza storica, conservato in contesti omogenei e cronologicamente definiti.

Una infinità di informazioni che, attraverso la produzione figurativa ed epigrafica, gli oggetti di corredo, le morfologie e le caratteristiche delle sepolture e dei connessi dispositivi per il rituale funerario, riflettono — seppur mediatamente — i processi attraverso i quali passò la nascita e la formazione della chiesa cristiana nell’ambito dei secoli della tarda antichità. E questo significa avvicinare — anche attraverso l’indotto archeologico — le variegate realtà ecclesiali e i molteplici aspetti del vivere quotidiano e dunque, mentalità, immaginario collettivo, consuetudini, atteggiamenti, in rapporto dialettico o di tensione con i diversi livelli di continuità o alterazione della tradizione romana.

Il concetto di «archivio storico» legittimamente attribuibile all’universo-catacombe, si sarebbe rivelato pura astrazione in assenza della secolare cura (dal 1851) assicurata alle catacombe dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra che, soprattutto nei momenti di maggiore dinamismo — come quello attuale — ha efficacemente operato per conservare e rendere fruibile «un libro aperto», quale quello che gli storici — ma anche i comuni visitatori se ben guidati e informati — possono vedere, leggere e comprendere scendendo nelle viscere delle catacombe di Roma e d’Italia.

I termini concreti di questa complessiva azione sono emersi nel consuntivo dell’attività svolta nel 2010, presentata nella riunione plenaria della Commissione del 21 febbraio 2011: un incontro istituzionale — già previsto nel chirografo di Pio IX — di cui si era quasi persa memoria, perché non più convocato dal lontano 2004, come ha voluto ricordare con generosa indulgenza, ma senza sottintesi, il presidente cardinale Ravasi nel suo intervento introduttivo.

Nel corso dell’anno trascorso l’attività della Commissione si è manifestata in tutte le sue potenzialità operative con numerosi e spesso complessi interventi sia nelle catacombe di Roma sia in quelle di altri siti d’Italia. I problemi affrontati sono quelli tipici dell’ambito dei monumenti sotterranei, nei quali, oltre all’ovvio degrado imputabile all’ineluttabile trascorrere del tempo responsabile di cedimenti e dissesti strutturali, si registra l’insidioso mutamento del microclima originario degli ambienti, causato dalla frequentazione dei visitatori — molto intensa soprattutto a Roma — e talvolta dalla presenza di infiltrazioni delle acque meteoriche e dei liquami fognari, nonché dalla insidiosa penetrazione delle radici della vegetazione sovrastante gli ambienti sotterranei.

L’incidenza, spesso sincronica, di questi fattori genera danni — talvolta irreversibili se non preventivamente valutati — ai reperti costituzionalmente più fragili, come le pitture ad affresco, alle quali il personale specialistico della Commissione ha riservato particolare attenzione, con un monitoraggio sistematico per la prevenzione e, laddove necessario, con operazioni di restauro e consolidamento.

In questa direzione risultati eccellenti sono stati raggiunti negli interventi sugli affreschi delle catacombe di Domitilla: l’intero impianto decorativo del cubicolo «dei fornai» e dell’arcosolio degli «apostoli piccoli» ha riacquisito anche nei dettagli una totale leggibilità. Nel cimitero ad decimum sulla via Labicana gli affreschi della traditio legis e del presbyter , hanno proposto il problema — non infrequente — del restauro di un precedente restauro evidentemente mal fatto: nel caso specifico gli interventi del passato — ispirati al dannoso e oggi del tutto superato criterio della «ricostruzione» — avevano arbitrariamente modificato i connotati stessi delle figure affrescate. In queste operazioni sono state naturalmente impiegate le tecniche di intervento più aggiornate, guidate concettualmente dal principio cosiddetto del «minimo intervento». Queste stesse procedure di intervento saranno seguite nella monumentale catacomba di San Gennaro a Capodimonte a Napoli con l’avvio di un vasto e articolato progetto per la conservazione e il restauro dei numerosi affreschi e mosaici, profondamente alterati dalla penetrazione nelle gallerie di acque piovane e dei liquami non canalizzati nella rete fognarie. Un’iniziativa particolarmente impegnativa nel corso della quale la Commissione agirà d’intesa e in collaborazione con il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche di Campania e Molise, su delega della Direzione regionale del Ministero dei Beni culturali.

Particolare attenzione la Commissione ha anche riservato alle catacombe d’Italia: allo stato attuale trentasei insediamenti, generalmente di medio-piccole dimensioni, dislocati nella Toscana, nel Lazio, in Abbruzzo, in Campania, nella Sicilia occidentale e orientale, in Sardegna. A queste potranno nel prossimo futuro aggiungersi quelle — non ancora in disponibilità della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra — ubicate a Canosa (disponibilità in via di formalizzazione), Monteleone Sabino, Sutri, Anagni, Formello, Bolsena (località «Le Grotte»), Avellino, Capua Vetere, Pianosa.

Un patrimonio monumentale di enorme consistenza ancora poco conosciuto, gestito dalla Pontificia Commissione per il tramite di Ispettorati locali appositamente costituiti. Queste unità periferiche nel corso del 2010 hanno realizzato interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e, dove possibile, di indagine archeologica, nelle catacombe di Monte Stallone presso Formello, di Santa Cristina a Bolsena, di Villa San Faustino a Massa Martana, di Santa Mustiola e Santa Caterina a Chiusi e, nell’Italia insulare, nei cimiteri siracusani di Santa Lucia, Vigna Cassia, San Giovanni e a Palermo nella catacomba di Villagrazia di Carini.

Nel corso dei secoli le catacombe sono passate attraverso vicissitudini di varia natura che, tra gli altri effetti, hanno causato una consistente dispersione dei materiali, in passato spesso ammassati senza un criterio informatore, senza quelle appropriate operazioni di pulitura e manutenzione che anche i materiali mobili richiedono. In questa direzione la Commissione ha programmato una sistematica campagna di puntuale monitoraggio, nella prospettiva, laddove possibile, di una sistemazione museale o del ricollocamento dei materiali nei rispettivi contesti monumentali di appartenenza: è quanto in corso di realizzazione per i numerosissimi reperti marmorei dei secoli III-VII provenienti dalla estesa catacomba di Priscilla e destinati a essere esposti nella contestuale basilica cimiteriale di San Silvestro.

Nel loro originario contesto di appartenenza ritorneranno — dopo una accurata operazione di pulitura e ricomposizione eseguita in laboratorio — le iscrizioni provenienti dall’ipogeo «misto» (cioè con sepolture pagane e cristiane) di Trebio Giusto sulla via Latina.

Contestualmente alle attività primarie di tutela e di conservazione la Commissione ha naturalmente proseguito le indagini archeologiche, spesso indotte da eventi estemporanei, come nel caso delle gallerie probabilmente riferibili al cimitero di San Lorenzo, venute casualmente alla luce sotto il piazzale del Verano nel corso della posa di cavi elettrici sotterranei; o, come per la catacomba di Sant’Agnese sulla via Nomentana, per la necessità di liberare alcune gallerie dissestate dalla presenza invasiva dei materiali di risulta accumulati in occasione di sommari interventi eseguiti nel XIX e XX secolo, nel corso dei quali si ricorreva ancora alla deprecabile pratica di riempire ambienti già noti e accessibili con le terre estratte dalle gallerie in corso di scavo.

Ma accanto a questi lavori direttamente funzionali alla tutela e alla conservazione sono proseguite anche le indagini strategiche, cioè espressamente mirate alla conoscenza storica di nuove realtà monumentali, come quelle tuttora in corso — su concessione del ministero dei Beni culturali e in collaborazione con la cattedra di Archeologia cristiana dell’università di Roma Tor Vergata — nella monumentale basilica circiforme della via Ardeatina che hanno consentito di riportare alla luce un nuovo settore della navata centrale e del deambulatorio. In questa stessa direzione — in collaborazione con l’École Française de Rome e con l’Università di Bordeaux 1 — sono state intraprese indagini antropologiche sugli scheletri deposti nelle stratificazioni più profonde dei poliandri (tombe collettive) rivenute nella regione centrale della catacomba dei Santi Marcellino e Pietro sulla via Labicana.

Il valore culturale di una istituzione consiste anche nella conservazione della storia della sua attività e nella capacità di mantenere integro e disponibile, anche nella lunghissima durata, tutto il «lavoro nascosto», non più visibile «a lavoro concluso» a «risultati acquisiti»: le relazioni degli scavi, delle ricognizioni, dei sondaggi, dei monitoraggi, le schede di lavoro, gli appunti — anch’essi utili — redatti a caldo con le impressioni e le suggestioni del momento, le riproduzioni fotografiche e a disegno. Una miniera di informazioni che spesso si rivelano preziosissimi supporti documentari per la ricostruzione della storia delle scoperte e anche, rispetto allo stato attuale, dei diversificati livelli di conservazione delle strutture e dei materiali.

Tutte queste informazioni sono oggi disponibili in formato elettronico in uno specifico sito della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, nel quale si possono agevolmente consultare e studiare i verbali delle riunioni plenarie e gli indispensabili — per la scienza archeologica — Giornali degli Scavi dal 1851 a oggi. Non solo un dossier dal puro valore memoriale — da conservare comunque con il massimo della cura — ma anche e soprattutto un indispensabile sussidio per la ricerca archeologica e storiografica, che si integra perfettamente con un’altra fondamentale iniziativa: la schedatura informatica della enorme documentazione fotografica in possesso dell’istituzione, ormai a quota 40.000 unità, che per la parte relativa alle iscrizioni andrà a inserirsi — attraverso un apposito link — nella specifica banca-dati informatica on-line delle iscrizioni cristiane di Roma (Epigraph Databank Bari) inserita nel consorzio internazionale Eagle (Electronic Archive of Greek and Latin Epigraphy).

Tra le rarità conservate in questa collezione di riproduzioni fotografiche e grafiche c’è un «cammeo», degno di particolare menzione: sono le lastre fotografiche di vetro eseguite da John-Henry Parker su commissione di Giovanni Battista de Rossi nelle catacombe di Generosa e di Sant’Alessandro, quando la luce necessaria per impressionare le lastre veniva portata sottoterra attraverso una serie di specchi disposti in sequenza dentro i lucernari. Documenti storicamente inestimabili di un passato tecnologicamente lontanissimo, che ripropongono plasticamente i primi pionieristici esperimenti di riproduzione fotografica intrapresi dal padre fondatore della archeologia delle catacombe.

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