Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Una stretta al cuore

· Il dramma di suore vittime di abusi ·

L’anno scorso ho avuto occasione di incontrare Daniel Pittet, abusato per anni da ragazzino, e capace di reagire, risorgere, denunciare e diventare testimone di una delle piaghe più crudeli in seno alla Chiesa. Capace perfino di scrivere un libro, così duro, così esplicito, che leggerne la prefazione di Papa Francesco mi ha stretto il cuore: cercavo di mettermi nei panni del Papa, sentivo la sua sofferenza davanti a quei ricordi netti, crudi, e mi domandavo se avrei avuto il coraggio di scriverne. Il Papa l’ha fatto, per amore della verità, e per amore di quell’uomo, e di tanti come lui. Ho pensato a quel libro l’altra sera, mentre vedevo il docufilm trasmesso da Arte, e visibile fino a maggio, tradotto in sei lingue, non in italiano, per ora. Religiose abusate, l’altro scandalo della Chiesa, di Marie Pierre Raimault ed Eric Quintin. Novantasei minuti di stretta al cuore. Storie terribili di soprusi e violenze subite da suore in tutto il mondo, anche a Roma. Suore adescate, violate e dunque ricattate sul silenzio. Suore che hanno perso con la castità rubata da fratelli nella fede, il senso della loro appartenenza alla Chiesa, e spesso tutta la fede. Suore strappate alla miseria e pur desiderose di dedicarsi ai poveri, rapinate con la promessa di aiutare le loro famiglie. Suore messe incinta, soprattutto là dove l’Aids porta morte, perché considerate sessualmente sicure. I loro bambini abortiti, con la compiacenza di madri superiore che incassano in cambio dell’omertà i loro trenta denari. Suore costrette a dare i figli in adozione, e poi cacciate dalle congregazioni, isolate dalla Chiesa e sbattute in una società ostile.

Ho riprovato una stretta al cuore immaginando il Papa che stava a guardarle, ad ascoltarle, quelle voci, quei volti, racconti dettagliati, nomi e cognomi, e non si tratta neppure di novità. Papa Francesco ne ha parlato, ha accettato di ricevere in udienza alcune vittime. Non per tacitare ancora come qualcuno sostiene. No. Non lo penso. Penso invece per quella stretta al cuore, che impone a chi vuol bene di rispettare chi è vittima, senza usarla a favor di telecamere. E Papa Francesco è imputato un’altra volta, con un nesso apparentemente logico eppure proditorio, e intellettualmente scorretto: quelle sue parole così forti contro l’aborto, un crimine compiuto da sicari contro la vita innocente che fecero scalpore e alienarono al Pontefice alcune opportunistiche simpatie. Come, il Papa e la Chiesa condannano l’aborto quando donne consacrate sono costrette ad abortire per coprire l’onta delle violenze! Parrebbe ovvio replicare che un crimine resta tale senza se e senza ma. Di più, il fatto che venga compiuto segretamente, e con l’inganno, la forza, aumenta l’ipocrisia e la colpa di chi lo compie. O si chiede in realtà che l’orrore sia sdoganato, reso lecito? Lo scandalo del male è trattabile, poiché ha contaminato i ministri di Dio? Tutto il documento proposto da Arte gioca facilmente con le musiche, i colori, le ombre, gli effetti tali da indurre chi guarda a immergersi in un’atmosfera cupa, ambiente adatto a un nuovo Dan Brown o al remake de Il nome della Rosa. Così alcune testimonianze, a un rapido studio di chi le offre, suscitano qualche interrogativo: troppa furia che si fa ideologia, dubbie le situazioni raccontate; mentre di testimoni più che credibili stupiscono i passaggi troppo rapidi, la fretta di sottolineare solo le frasi che ti aspetti, senza approfondire i ragionamenti. Lo so. Non ci si può aspettare, non da tutti, non sempre, uno spirito cristiano nella lettura dei fatti. E di certo nessuna eventuale strumentalizzazione degli avvenimenti minimizza la loro portata. Però tutti abbiamo il dovere di discernere. Parla il vicerettore della Gregoriana, Hans Zollner. Parla un gesuita africano, padre Ludovic Lado. Parla suor Marie Paul Ross, che da decenni segue come psicoterapeuta suore abusate, combattendo contro l’ostilità di tante sorelle e prelati. Parla suor Anna Deodato, del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei, invitata proprio in Vaticano al Sinodo sugli abusi. Parla suor Mary Lembo, psicologa clinica, che ha svolto la sua tesi di laurea in Gregoriana sugli abusi sessuali dei preti a danno di tante sorelle. Dunque, si sa, ci sono mille prove. Perché per troppo tempo si è taciuto? E poiché esplicitamente è chiamato in causa il suo lungo pontificato, Giovanni Paolo II sapeva? Si può essere santi tacitando la verità? Non sarà un caso che le farneticanti richieste di toglierlo dagli altari siano rimbalzate proprio in questi giorni. Si può essere santi e sbagliare senza colpa, senza conoscere tutta la verità? Si può. La storia della Chiesa è piena di santi che con gli occhi del nostro tempo sembrano aver sbagliato nell’esercizio del loro ministero, e tanto. Ai nostri occhi, appunto.

Tuttavia c’è una frase, nel documentario, che fa la sua comparsa accidentalmente, ed è invece un macigno: «Peccato confessato peccato perdonato, per la giustizia cattolica». Non è così. Non dev’essere così. E basta ricordare le prese di posizione degli ultimi due Papi all’apparire di colpe certe. Poi, nel confessionale lasciateci chi ci crede, alla remissione dei peccati, capace per grazia di Dio di perdonare senza limiti, fino a 70 volte 7. La giustizia che si deve chiedere è quella umana, insieme al riconoscimento e all’accompagnamento senza esitazioni delle vittime. Donne, bambini. C’è qualche differenza? Nessuna. Il titolo del docufilm di Arte suona «L’altro scandalo della Chiesa». Lo scandalo è uno solo, l’abuso di potere, il vizio, il male, cioè il peccato. Poi, tocca liberamente parlare, e ascoltare, perché le scelte vocazionali siano curate, approfondite, seguite; perché ogni uomo o donna, tanto più se consacrato, faccia i conti con la propria sessualità, con libertà ed equilibrio; perché le donne nella Chiesa abbiano voce, non rivendicativa, ma capace di portare sensibilità e tenerezza, di portare una maternità connaturata al loro essere, che esula dalla capacità di generare: farà bene alla Chiesa, ricordare che nel ventre di una donna si raccese l’amore, germinò il fiore della salvezza per il mondo.

di Monica Mondo

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE