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Una storia vicinissima a noi

· Bakhita letta da Véronique Olmi ·

Nella sua esortazione apostolica sulla santità, Papa Francesco dedica alcune righe a Giuseppina Bakhita, l’ex schiava diventata religiosa, canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II. La scrittrice Véronique Olmi alcuni mesi fa le ha dedicato un romanzo potente (presso Albin Michel), finalista dei premi Goncourt e Fémina. Racconta a «La Vie» la sua reazione alle parole del Papa.
«Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità».

Giuseppina  Bakhita  in un disegno commemorativo

Quello che trovo molto bello nelle parole del Papa a proposito di Bakhita è che non utilizza mai il termine sacrificio. Parla di gioia e di forza. E non parla di schiavitù al singolare, ma al plurale. Delle schiavitù. Ora, se la storia di Bakhita ci tocca, è perché è la storia di una liberazione interiore. Esistono altri confinamenti oltre la prigione. Obbediamo a ordini diversi da quelli di padroni proclamati. Rispondiamo incessantemente a ingiunzioni culturali, sociali, che creano determinismi anche senza che noi ne abbiamo piena coscienza. La storia di Bakhita non è quella, lontana, di un’africana, bensì una storia vicinissima che ci rimette in questione nelle ingiunzioni alle quali rispondiamo ogni giorno: il discorso comune sul quale ci fondiamo, il poco spazio di libertà che ci diamo per affermarci diversi... Diversa, Dio solo sa se Bakhita lo era, in ogni tappa del suo percorso, incessantemente!
La dignità di Bakhita è di passare dalla condizione di schiava, di oggetto, a quella di figlia, figlia di Dio e dunque degna di essere amata. È un invito è essere se stessi, poiché è per noi stessi che siamo amati. All’inizio Bakhita aveva molta paura di ciò: Dio ha visto tutto, sa tutto... In questa grande vergogna delle persone offese, in questo sorgere della luce dell’amore di Dio, c’è una sorta di offerta: ciò che sono è amato. È questo che restituisce a Bakhita la sua dignità. Si potrebbe dire che il console italiano che la fa lavare e vestire le restituisce la sua dignità, ma la dignità nella fede va ben oltre. È una dignità con una proposta. Con la fede, tutto ciò avviene attraverso l’anima, l’anima liberata. Dunque, la dignità di Bakhita, che aveva questo complesso di sopravvissuta, di non aver salvato nessuno, da allora in poi passa attraverso il legame di tenerezza, di cura e di attenzione per gli altri, per i piccoli.
«Questa realtà si riflette in santa Giuseppina Bakhita, che fu “resa schiava e venduta come tale alla tenera età di sette anni, soffrì molto nelle mani di padroni crudeli. Tuttavia comprese la verità profonda che Dio, e non l’uomo, è il vero padrone di ogni essere umano, di ogni vita umana. Questa esperienza divenne fonte di grande saggezza per questa umile figlia d’Africa”».
Queste poche righe sono Bakhita. La santità, per me, è la proposta di una presenza al mondo. Per Bakhita ciò avviene attraverso le bambine orfane. È una presenza che attinge la sua forza nel legame con Dio, nella preghiera e nella fiducia in Dio. Quando il Papa parla di padrone, non si tratta di un padrone al quale ci si sottomette, bensì un padrone al quale ci si dona. È un’avventura mistica e umana. Quando Bakhita parla del padrone, è nel senso di un’accettazione che induce un’obbedienza che è più un donarsi profondo e vitale che una sottomissione.
«Non avere paura della santità».
Leggo questo appello come un invito all’avventura. Questa accettazione di Dio è l’accettazione di qualcosa di più alto di se stessi, che ci rivela più alti di noi stessi, come non penseremmo mai di essere. Attraverso la bontà, l’amore incondizionato. Non è qualcosa d’illuminato. È far tendere la complessità umana verso la divinità. È l’invito a un’avventura spirituale che può essere molto spaventosa perché è assoluta, senza condivisione, senza concessioni, senza mezze misure. La cosa che mi ha sconvolta nel percorso di Bakhita è che non è passata dall’inferno della schiavitù alla grazia da un giorno all’altro. Non ha avuto una rivelazione improvvisa. È passata attraverso mille tormenti. Il mio posto è qui? Posso essere battezzata? Posso prendere gli ordini?
Siamo guidati da paure che non ci lasciano vivere il momento presente. Anticipiamo con paura gli atti che dobbiamo compiere o gli incontri che dobbiamo fare. Ciò che il Papa ci propone è il contrario. È l’insegnamento della presenza nel tempo. Si direbbe che questa frase, «non avere paura della santità», la rivolga a lei. È molto tenero! Questa tenerezza racconta qualcosa del ruolo del papa, del papà, del padre... che rassicura e che propone. Che accetta e che sa.
«Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo».

La fecondità di Bakhita è stata nella sua presenza nel mondo. Cercando di avvicinarmi a lei, mi sono resa conto che la sua sopravvivenza fisica, e dunque spirituale, passava per quella presenza nel mondo che la rendeva capace di vedere la bellezza ovunque, sempre. È la bellezza ad averla salvata, perché la bellezza è il legame con il mondo prima di essere per lei il legame con Dio. Ciò va di pari passo con la gratitudine. Ogni giorno dovremmo essere capaci di ringraziare per qualcosa. O qualcuno. Anche se è molto poco. Anche se la giornata è stata difficile o drammatica. Per aver avuto la forza di viverla. Non si tratta di trovare una gratitudine esterna a se stessi, bensì di uno sguardo posato sul mondo. Da quando ho trascorso del tempo con Bakhita, cerco di dare meno giudizi immediati su ciò che mi circonda. Abbiamo sempre questo riflesso arcaico di difesa, di premunirci contro il pericolo, e dunque di classificare gli esseri che ci circondano. Mi pare che a volte questo riflesso arcaico lo spingiamo troppo oltre e che ci intralci. Non appena abbiamo superato l’intuizione del pericolo, dobbiamo imparare a essere più meravigliati da ciò che gli altri ci propongono. Più meravigliati e più curiosi. Dovremmo imparare ad avere voglia di essere sorpresi e destabilizzati... Bakhita destabilizzava molto. È questa, Bakhita: una persona che, a forza di non essere mai laddove dovrebbe essere, impone una differenza luminosa.

di Marie-Lucile Kubacki

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21 marzo 2019

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